Voto quattro stelle e mezzo: forse non è allo stesso livello di opere come ‘Guerra e pace’ o ‘Il mulino del Po’, ma gli manca veramente poco per esserlo. Una scrittura superba: la resistenza raccontata in modo raro, come finora ho potuto trovare solo ne ‘Il partigiano Johnny’ o ‘Il gallo rosso’.
Suggestivo già a partire dal titolo: ‘il clandestino’ in questione non è un personaggio specifico ma il modo colloquiale con cui la voce narrante chiama il gruppo clandestino, l’organizzazione clandestina, ovvero l’organizzazione partigiana venutasi a formare nel paese che fa da sfondo a tutta la narrazione.
Il racconto si apre a Medusa, paesino della Versilia, nel luglio del 43, con la meraviglia e l’innocenza e l’ingenuità di questo gruppo di giovani che iniziano ad organizzarsi, che si provano a fare qualcosa, rendendosi conto di trovarsi nel mezzo di eventi epocali: nel loro primo incontro, due dei personaggi, Anselmo e l’ammiraglio, parlano di ‘una specie di febbre’ che a mio avviso richiama decisamente gli ‘astratti furori’ di Vittorini.
Si viene così introdotti nell’evolversi e svilupparsi dell’organizzazione clandestina, con una trama lineare e senza tanti scossoni, si narrano gli eventi di quei giorni tramite le vicende dei singoli personaggi ma anche con una visione complessiva dei moti della massa, che raramente si trovano descritti e spiegati così chiaramente. Tutto il romanzo è fortemente corale, ciascuno dei personaggi si presenta con le sue vicende, con il suo carattere e le sue peculiarità, ciascuno di essi potrebbe diventare un racconto a sé stante.
Il sipario cala sull’estate del ‘44 con l’ordine di sgombero del paese da parte dei tedeschi e il conseguente trasferimento dei partigiani che devono cessare le loro attività clandestine, fino a quel giorno strutturate nel paesino rivierasco, per andare a organizzare la guerriglia sulle montagne. Si chiude con l’ottimismo di questo trasferimento in montagna, del rinnovarsi della lotta e dell’organizzazione, la prospettiva della fresca e accogliente montagna in estate, e l’incubo di quel che potrebbe accadere - e che in effetti accadrà - se la guerra dovesse protrarsi anche nell’inverno successivo: “Speriamo che gli alleati arrivino prima dell’inverno; con la neve sarebbe molto brutto, molto brutto, sarebbe una tragedia”.
Vista la dovizia di dettagli e il numero di personaggi che l’autore introduce, molto probabilmente fatti e personaggi sono autobiografici e reali, per lo meno in parte, e anche se all’inizio del romanzo si riporta la dicitura che fatti e personaggi sono inventati, questa è probabilmente dovuta ad una misura preventiva per togliersi da ogni eventuale impiccio.
Nella prefazione targata anni ‘70, Sereni vuole contestualizzare la stesura del testo come a voler giustificare il carattere assolutamente di parte del racconto. Ma oggi, in tempi di ultima moda da revisionismo che impazza in ogni dove, io trovo che questa lettura sia quanto mai igienica: un omicidio rimane un omicidio, una cosa orrenda anche nella guerra civile, e da una parte quanto dall’altra, ma nemmeno per un attimo si mette in dubbio quale fosse la parte giusta.
La coralità e la passione rendono queste pagine struggenti, di una struggente bellezza e una struggente malinconia. Tutto il libro è meravigliosamente denso di stupore e nostalgia.
Lo stupore della gioventù che forse solo quella generazione ha veramente vissuto, o almeno questa è la mia sensazione. Nostalgia perché ormai non è rimasto più nessuno a raccontarci di come andarono le cose, solo rari libri come questo. Nostalgia per un’altra epoca, per un qualcosa che non si è vissuto ma che si avrebbe voluto conoscere meglio, di cui si vorrebbe avere immagini a colori e non solo in bianco e nero. E ancora: malinconia per quello che poteva essere, per tutto quel che di buono poteva nascere dalla tragedia e invece non è mai stato.
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