giovedì 15 ottobre 2026

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey - Mary Ann Shaffer

 Primissimo impatto: umorismo da quattro soldi. Duh.


Costruzione epistolare palesemente posticcia con mille incongruenze sia nelle date che nei contenuti delle lettere.(Esempi: In un periodo storico in cui tutto dovrebbe essere razionato, inclusa la benzina, le lettere viaggiano alla velocità della luce: da Guernsey a Londra in meno di due giorni, altro che posta celere, non ce la fa nemmeno oggi il corriere espresso; In una lettera si parla del razionamento alimentare e si dice che "avere anche del burro sarebbe una cosa favolosa" ma due lettere dopo si parla di té con i pasticcini come se nulla fosse: scarseggiano il burro e le uova ma non scarseggiano i pasticcini?!? Visto che non abbiamo il pane, ci nutriamo di brioche?; In una lettera scritta nel gennaio 1946 è idiota che uno scriva "il mio appartamento è stato bombardato nel 1945", casomai doveva scrivere "il mio appartamento è stato bombardato l'anno scorso" oppure "il mio appartamento è stato bombardato pochi mesi fa" oppure "meno di un anno fa") (vado avanti con la lista perché mi diverto: i genitori della protagonista sono morti entrambi in un incidente d'auto - cito testualmente - quando lei aveva dodici anni. Dunque, ricostruendo, l'incidente è accaduto nel 1924 o '25: ma se in quegli anni, in provincia, vedevi passare macchine si e no una volta al mese?!? C'erano più probabilità di morire di polmonite o per la caduta di un meteorite!?!).

Fiumi di melensaggini sulla gioia della lettura e l'amore per i libri: ettolitri di melassa che rischiano di farti passare la voglia di leggere, oltre che farti nutrire parecchi dubbi circa il fatto che la/le scrivente/i appartenga/no realmente alla categoria dei cosiddetti "lettori forti" (mi spiego meglio: se uno legge davvero così tanto e ama così tanto i libri, la cosa fa parte della sua quotidianità e non sentirà alcun bisogno di entusiasmarsi a livelli stellari, è la sua vita, punto e basta. Viceversa, se uno esalta un qualcosa come fosse una specie di magia, sono più propensa a credere che quel qualcosa gli càpiti di rado).

Del resto, leggendo meglio in giro, c'è chi lo ha già definito ridondante, storia da quattro stelle accompagnata da struttura e stile da due scarse, protagonista con ironia iperglicemica, solo per citarne alcune. Mi dico: non fa per me. Eppure sono la solita testarda che vuole arrivarci in fondo, se lo devo stroncare voglio farlo con cognizione di causa.
E si può dire che abbia fatto abbastanza bene a non abbandonare, non è poi così malvagio come sembrava all'inizio, mi ha tenuto discreta compagnia in una nottata in cui non sarei stata in grado di leggere cose più impegnative. I membri del club raccontano la loro esperienza con la guerra in maniera non completamente plausibile ma per lo meno piacevole. Sono personaggi tagliati un po' (tanto) con l'accetta e non si arriva veramente ad affezionarcisi, ma per lo meno interessarsi alla loro storia, questo sì.
Tutto quanto sopra messo insieme, aggiungendo che la struttura epistolare protratta per duecentoeottanta pagine mi ha un po' esasperata, ne esce una sufficienza stiracchiata.

lunedì 12 ottobre 2026

La Ballata di Adam Henry - Ian McEwan

 Prima di questo, di McEwan avevo letto solo Chesil Beach, che non mi era dispiaciuto ma non mi aveva nemmeno illuminata. E invece The Children Act lo è stato, a suo modo, illuminante.

Denso e corposo, completo e robusto e gustoso. Sembra la descrizione di una nuova marca di whiskey - e forse, in effetti il paragone calza, perché il retrogusto è molto amaro. Una storia completa e conclusa, con personaggi belli (nel senso di interessanti) a loro volta completi e conclusi. Ha saputo darmi questo senso di compiutezza nonostante la brevità e nonostante l'assenza di una trama vera e propria. Ben costruita la figura del ragazzo adolescente; ben delineato il ruolo che la musica riveste in tutta la vicenda narrata. Ora sono molto più invogliata a leggere altro di McEwan.

domenica 4 ottobre 2026

Banditi - Pietro Chiodi

 Insieme a Il Clandestino, Banditi è il titolo più reale/realistico tra tutti quelli che ci sono in circolazione. Perché questo erano: clandestini, banditi, sia nel senso di "scacciati" che nel senso di "fuorilegge". Sono scappati su in montagna per evitare mali peggiori e per poter essere sé stessi. Ed è per questo che il titolo ha attirato la mia attenzione.

Di tutta la letteratura sulla Resistenza, a partire da quella di tipo meramente cronachistico per finire con quella della retorica e dell'enfasi e finanche dell'agiografia, nello spazio tra questi due estremi esiste una gamma infinita di soluzioni, mezze vie e sfumature. Ma questa ancora non mi era capitata: un diario, dunque vorrebbe essere una cronaca asciutta, ma viene enfatizzata con lo strumento della sottrazione. Il periodo di tempo che va dal settembre '39 fino all'estate '44 viene descritto solo con brevissimi flash, istantanee, anzi telegrammi, quasi che tutta questa parte di guerra dovesse essere semplicemente un'introduzione: solo a partire dall'agosto del '44 le note del diario iniziano a farsi più corpose e a costruire una narrazione vera e propria.
Il guaio è che alcuni frammenti di discorso, alcuni dettagli vengono posti in termini decisamente epici e retorici o poetici o quantomeno in maniera enfaticamente teatrale. Il che stride faticosamente con il tono asciutto che dovrebbe essere la principale caratteristica della cronaca di diario. Un diario che però in realtà è solo ricostruito, in quanto il cuore della vicenda è rappresentato dall'episodio in cui l'autore e alcuni dei suoi uomini vengono catturati dai tedeschi. Il tutto si svolge nell'arco di una quindicina di giorni nella seconda metà di agosto, e dunque quel diario in nessun caso può essere stato scritto in diretta, racconta lui stesso che in prigionia li hanno spogliati di tutto, il diario può solo essere stato ricostruito - mettiamo pure nel giro di breve termine ma comunque ricostruito a posteriori. Ma se è stato ricostruito a posteriori, allora non si spiega come mai rimanga così scarna tutta la parte riguardante i primi anni di guerra; l'unica spiegazione possibile è che con quelle note così telegrafiche le si è voluto dare un aspetto quasi cinematografico, ma - di nuovo - se uno si mette a fare la cinematografia, poi l'intento antiretorico va un po' a finire sotto l'uscio. In sintesi, mi rincresce dover ammettere che il tutto nell'insieme è un piccolo pastiche. Se uno sta cercando la Resistenza raccontata in maniera asciutta antiretorica, molto meglio il resoconto di Pesce, o il libro-intervista di sua moglie Onorina, o L'Agnese della Viganò. E La Quarantasettesima di Bertoli, ça va sans dire.

Comunque, ci sono anche i lati positivi: il blocco centrale che racconta la cattura, la prigionia, i campi di lavoro e il rientro in Italia, è ben scritto, fuori di dubbio.
E poi, per la prima metà del '45, ritorna l'impostazione telegrafico-cronachistica di cui sopra, e certo anche quest'ultima parte non manca di una sua efficacia.
Sul valore della testimonianza non si discute, quindi, anche se non diventerà uno dei preferiti, meno di quattro stelle non si possono dare.

venerdì 2 ottobre 2026

Il Giardino dei Finzi-Contini - Giorgio Bassani

 All lost, nothing lost.


La prima lettura risaliva a così tanti secoli fa che il ricordo era più che sbiadito, pressoché annichilito. Alcuni dettagli non li ricordavo affatto, altri me li ricordavo male. Del resto, ho pagato anche io lo scotto di ritrovarmi a leggere in gioventù quella che veniva comunemente propinata come letteratura per giovani per il semplice fatto che i protagonisti sono dei giovani... che stupidata pazzesca.
In tempi molto più recenti - dicembre '21 - ho letto e amato Gli occhiali d'oro, e mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano Il Giardino. E infine, alcuni giorni fa mi è venuto in mente che la luce dell'autunno, o ancor meglio l'estate dei Cosacchi, è perfetta per leggere o rileggere Bassani. E poi volevo ritrovare quel passaggio in cui Micòl dice che gli amici, le persone affini, sono l'una a fianco dell'altra, mentre amanti e innamorati sono l'uno di fronte all'altra. La cosa non è universalmente vera ed esatta, ma qualche volta in effetti le cose funzionano così.

Uno dei dettagli che proprio non mi ricordavo era il tono ironico: a tratti pare quasi Buzzati. Incredibile l'agilità con cui passa dal tono ironico al tono malinconico, con il lungo periodare arzigogolato riesce a ricamare, girare intorno al concetto, dire le cose senza dirle veramente... il punto qual è: i contemporanei, quando si cimentano nei barocchismi del dire per non dire, del non dire per sottointendere, and so on, novantanove volte su cento finiscono per impantanarsi e scrivere obbrobri. E invece Bassani riesce alla perfezione. Tutto qui, semplicemente. Eh, dici poco.

Più in generale, guardando al contenuto oltre che alla forma, questo è quel che veramente corrisponde alla tanto abusata definizione di "piccolo gioiellino", lieve e profondo al tempo stesso, semplice ma anche sofisticato, storia d'amore ma anche di formazione e anche di politica e di Italia, molteplici livelli di lettura perfettamente incastrati tra loro, perfettamente coesi e che si supportano a vicenda. E ovviamente, come già osservato ne Gli occhiali d'oro, c'è la ricostruzione dell'orlo del baratro, della fine di un'epoca, una ricostruzione fatta interamente di sensazioni e sottointesi, solo in un paio di momenti si permette di usare le parole esplicite, che fanno allora l'effetto di vere e proprie stilettate (e a proposito del tema "fine di un'epoca, malinconia del passato": non sorprende che sia stato proprio Bassani tra i primi a cogliere il potenziale de Il Gattopardo).

Poi chiude in tono pacato, come se fosse facile raccontare la storia della propria giovinezza dandole un senso e dandosi un limite. Questo è quello che fanno i fuoriclasse, fanno una cosa difficile e te la fanno sembrare roba facile e semplice.

Chissà come nasce e perché una vocazione alla solitudine.

sabato 26 settembre 2026

Il tempio di Fortuna - Elodie Harper

 Al termine della trilogia non posso che confermare il giudizio positivo: un lavoro squisito e garbato, raccontato in un linguaggio rimodernato - giusto quel tanto per rendere la storia comprensibile anche agli ignoranti come me - ma mai fuori contesto, mai anacronistico, mai neanche per un secondo i personaggi si lasciano scappare una frase o un pensiero da "veggenti" (una gabola di cattivo gusto in cui finiscono per inciampare spessissimo gli autori/autrici alle prese con il romanzo storico), insomma la mimesi dell'autrice è impeccabile.

Nota di merito anche per l'accurata ricostruzione dell'immane tragedia: non sono amante del genere disaster, e invece qui il più grande disastro di tutti i tempi mi ha veramente tenuta incollata alla pagina.