mercoledì 16 settembre 2026

Non avevo capito niente - Diego De Silva

 Non vado matta per le narrazioni troppo a ruota libera, sarebbe a dire narrazioni discorsive che vengono giù letteralmente "a valanga". Questa inizia come una valanga che ricorda quasi quasi una sorta di Forrest Gump. A tratti divertente ma nel complesso è una valanga logorroica. E quel che è peggio, è che già all'altezza di un terzo del volumetto ci si rende conto che sotto la scorza della verbosità c'è ben poca sostanza. E poi lento, santo cielo, lentissimo: ogni movimento, ogni gesto, ogni scena, ogni mimica facciale di ogni personaggio, ogni mosca che passa e ogni pacchetto di sigarette che cade in terra, tutto è descritto al rallentatore. La tecnica del rallentatore può andar bene per sottolineare, evidenziare uno o due momenti decisivi, ma se usata testardamente dappertutto perde di significato e appesantisce tutto il testo. In un testo già pesante di suo in quanto farcito di mille digressioni non sempre pertinenti (once again: i riempitivi...). Nel suo genere scritto bene, resta pur sempre una sciocchezzuola: ho riflettuto brevemente su alcune argomentazioni*) che potevano eventualmente portarmi ad accendere la terza stella, ma alla fin fine il giudizio deve rispecchiare il piacere e la soddisfazione di lettura, e dunque oltre le due stelle proprio non posso andare. 

*)Non so bene il perché, mi è venuto di guardare il libro in un'ottica diversa paragonandolo a I Convitati di Pietra. Mi sono resa conto di quanto Malinconico, pur restando una lieve sciocchezzuola, sia superiore ai Convitati. Malinconico riesce a farti ridere e sorridere con alcune battute. Sa inserire nel discorso i suoi interessi - canzoni, attualità, personaggi famosi e quant'altro - con una certa grazia. Il senso del grottesco: in Malinconico regge, per il semplice motivo che non va troppo oltre. La voce narrante - a parte il fatto che si capisce bene sin dall'inizio chi è e cos'è - sa autocommiserarsi nel modo giusto e anche questo ti fa sorridere e ti fa entrare in sintonia con la narrazione. Tutte cose che l'altro non riesce a fare neanche da lontano. Persino l'ostinazione con cui qui continua a chiamare i mobili Ikea con il loro nome, è più garbata rispetto la ripetitività con cui l'altro sciorina il Tuttocittà di Milano. De Silva risulta garbato perché sincero - pur raccontando una fiction, vuol parlare della vita vera. E quando una voce è sincera, risulterà sempre, almeno un poco, melodiosa. Al contrario, chi è insincero suona fesso come una campana con la crepa. Dunque, se si vogliono mantenere le proporzioni, le tre stelle ci possono stare. 

Epperò, questa storia è inconcludente quanto e forse più di quella dei Convitati: non c'è sviluppo, non c'è crescita, non c'è spiegazione, non c'è veramente niente. C'è 'sto tizio che dovrebbe essere uno sfigato ma in realtà non fa altro che scopare con la ex moglie e poi con la nuova fidanzata, a turno, prima una e poi l'altra, quindi tanto sfigato non è. Tra una scopata e l'altra sbucano personaggi alcuni dei quali potrebbero rivelarsi interessanti mentre altri per niente... posso anche capire che questa indeterminatezza sia dovuta al fatto che qui si sta apparecchiando il necessario per una serie di episodi, ma insomma, proprio perché è una serie il primo dovrebbe invogliarti a comprare secondo e terzo ecc. E invece no, non mi ha fatto venire nessuna voglia.


domenica 6 settembre 2026

La casa dalla porta dorata - Elodie Harper

 Il secondo volume è all'altezza delle aspettative generate dal primo: page turner, temi attuali ma ben incasellati e contestualizzati nell'epoca, personaggi tratteggiati in maniera lieve ma efficace, dialoghi senza troppe forzature. Tre stelle e mezza. Poi ne aggiungo un'altra mezza perché le epigrafi dei capitoli recanti i graffiti e le iscrizioni sui muri di Pompei sono la vera ciliegina sulla torta. Dopo tanti libri brutti, finalmente sono incappata in una serie che sa fare il suo mestiere: mi accontento dell'intrattenimento intelligente, non pretendo premi Nobel né effetti speciali. 


sabato 29 agosto 2026

Le lupe di Pompei - Elodie Harper

 Personaggi tratteggiati in maniera lieve ma efficace. Dialoghi hanno un'impostazione contemporanea ma senza forzature, quindi uno può agevolmente immaginare di leggere la traduzione dal latino. Dettagli delle ambientazioni, del contesto e della vita quotidiana sono molto curati e realistici.


Talmente attuale che potrebbe benissimo essere ambientato ai giorni nostri: la storia di una ragazza schiavizzata e costretta a prostituirsi, i suoi pensieri e le sue sofferenze e le piccole gioie nella squallida quotidianità; i moti dell'animo e i tentativi per risollevarsi da una condizione così miserabile.
Talmente ben ricostruito che al termine della lettura sembra di esserci stati veramente, a Pompei. Rilevo qualche piccola svista e/o dimenticanza, ma nel complesso sono tutte perdonabili.
Talmente gustoso che ho già ordinato il seguito. E così, senza volere, ecco trovata la saga di quest'estate. 

venerdì 14 agosto 2026

L'uomo che amava i bambini - Christina Stead

 


Demoralizzante.
Lei è odiosa perché è una vecchia megera. Lui è odioso perché è un farfallone talmente egoriferito che non trovo metro di paragone. Sposati da dieci anni, vivono da separati in casa. I sei figli vivono pressoché autogestiti nella grande casa che versa in stato di abbandono, nutrendo grande ammirazione sia per lei che per lui, proprio come quelle bestiole che più il padrone le batte, più loro si affezionano. Quasi quasi mi ricorda <i>L'isola di Arturo</i>. Dopo tre capitoli zeppi dei loro modi di dire, delle loro canzoncine e filastrocche, delle loro paturnie, di interminabili scene di vita domestica quotidiana dilatate fino allo spasimo, inizio a supplicare l'autrice affinché faccia succedere <i>qualcosa</i>.
Quarto capitolo: si registra un assalto all'arma bianca e una richiesta di divorzio: non molto, ma è già qualcosa. E dopo di questo, si torna come prima. Muore il vecchio padre di lei, ma tutti loro continuano a fare festa e a recitar filastrocche. I due genitori litigano con urla furibonde, oppure lei partorisce con grida strazianti, ma i realistici bambini non fanno una piega, si voltano dall'altra parte e continuano a dormire.
Basta. Ne ho abbastanza di storie brutte e di personaggi di cui non mi frega un bel niente perché l'autore (o autrice) non ha saputo farmeli amare ma nemmeno odiare nel modo giusto. Ne ho abbastanza di perder tempo a questo modo. 

lunedì 10 agosto 2026

Chiedo Scusa - Francesco Abate e Saverio Mastrofranco

 


Che bello questo racconto. Non mi interessa un bel niente sapere cosa c'è di vero, cosa di inventato e cosa è stato tagliato. In queste poche pagine è condensato così tanto dolore e così tanti orrori ma anche così tanta vita. Il tutto con il tono giusto e la struttura giusta, capitoletti brevi e divagazioni che divagano solo in apparenza.
Lo stesso titolo, che sulle prime mi pareva rappresentare un buonismo che non condivido e in cui non mi riconosco, scopro invece che sta a rappresentare una sorta di "j'accuse", una polemica rigirata a testa in giù per camuffarla, per denunciare la smisurata quantità di orrori e ingiustizie che un essere umano è costretto a subire o anche solo a vedere. È un titolo quasi comico, per spiegarlo bene dovrei ripercorrere il romanzo passo-passo, quindi se a uno interessa tantovale leggerselo perché è una cosa breve.

Il racconto mette in mostra millemila storture ma senza esprimere giudizi né rancori.
Racconta la parte bella, la parte "sana" della sanità, ma non nasconde sotto il tappeto la parte malata (leggasi: gli infermieri menefreghisti, i medici che ti fanno una domanda e poi nemmeno ascoltano quel che gli stai rispondendo, ecc.). Racconta che dopo la malattia, gli interventi e le torture, c'è chi ne esce sentendosi a credito e chi invece si sente in debito, ma non stabilisce quale sia davvero la parte giusta o sbagliata. La boccata d'aria fresca sta in questo: racconta con tono leggero ma non giudica niente e nessuno. Quattro stelle e mezza, è stata una splendida sorpresa.