Dopo i primi capitoli contavo di iniziare la recensione scrivendo "godibile", ma la verità è che ho faticato a finirlo. Molto - a tratti troppo - elementare nonché ripetitivo. Personaggi tagliati con l'accetta. E disgraziatamente la parte meno convincente è proprio quella che voleva essere più protagonista, ovvero l'analisi e il confronto tra le due lingue Milanese e Fiorentina.
Dunque, cosa resta? L'innamoramento tra una giovane e un uomo che potrebbe esserle padre? Troppo facile, quando hai dipinto la di lui moglie come una pesantona bisbeticona polemicona, e il di lei fidanzato come il solito violento e avvinazzato e cornificatore.
La figura della giovane caparbia e volitiva che prende in mano il proprio destino a dispetto di tutte le convenzioni della sua epoca? La ragazza ha inoltre il coraggio di schierarsi contro la chiesa e la religione in un'epoca in cui, credo, la cosa non era nemmeno concepibile, per lo meno non tra la gente di estrazione popolare. E aggiungiamo pure che ha il dono della chiaroveggenza perché già sa che i Promessi Sposi un giorno verranno insegnati e letti in tutte le scuole d'Italia (praticamente siamo in zona Saltatempo, mancava solo prevedesse l'avvento dello smartphone). Lei soffre per il fatto di non poter essere come tutte le altre donne (non può avere figli), o almeno questo è quello che ci viene detto, però poi quello che ci viene mostrato è l'esatto contrario: non solo non la vediamo soffrire nel suo essere mosca bianca (o pecora nera), ma addirittura il suo essere mosca bianca (o pecora nera) è quello che le attira le simpatie e le attenzioni di tutti, grandi e piccini, uomini e donne. Io vorrei dire una cosa agli autori e alle autrici: Svegliaaa! Una persona che si differenzia appena-appena dal gregge viene ostracizzata ancora oggi, figurarsi nei secoli scorsi! E comunque, eccessivo il fatto che tutti a Milano si innamorino (in senso letterale) della fiorentina: non solo il Manzoni ma anche il figlio maggiore del Manzoni, e anche D'Azeglio, e anche la moglie di D'Azeglio, e il libraio, e anche il capo degli incisori e anche uno degli incisori e poi forse anche qualcun altro ma a 'sto punto ho perso il conto.Questo stereotipo ha stancato, basta, ne ho già scritto a lungo in altre recensioni, non aggiungo altro. Togliere realismo ad un romanzo storico gli toglie il sale, lo rende insipido. A meno che non si tratti di un Umberto Eco che si mette lì a scrivere un Baudolino, in quel caso ci può mettere tutte le magìe e tutte le stranezze che vuole, ma questa è l'eccezione che conferma la regola.
L'autrice vorrebbe qui riproporre gli stessi temi e tracce esposti dal Manzoni nel suo romanzone-monumentone (la pusillanimità, la fede, il perdono, l'amore che nella sua forma più alta è rinuncia e sacrificio) quasi a farne una parafrasi, ma i dialoghi tra il Manzoni stesso e la correttrice risultano in questo modo infarciti di spiegoni quasi fossimo tornati sui banchi di scuola... molto meglio andare a leggersi direttamente i Promessi, senza intermediazione alcuna.
Trascinandomi il libro in borsa per così tanto tempo, ho avuto modo di rimasticarlo e rimuginarci parecchio, forse anche più di quel che meriterebbe, e sono giunta alla conclusione definitiva che il romanzo manca di incisività. In assenza di questa, la buona idea del buon soggetto va un po' a farsi benedire. Le due stelle sono già generose.