venerdì 2 ottobre 2026

Il Giardino dei Finzi-Contini - Giorgio Bassani

 All lost, nothing lost.


La prima lettura risaliva a così tanti secoli fa che il ricordo era più che sbiadito, pressoché annichilito. Alcuni dettagli non li ricordavo affatto, altri me li ricordavo male. Del resto, ho pagato anche io lo scotto di ritrovarmi a leggere in gioventù quella che veniva comunemente propinata come letteratura per giovani per il semplice fatto che i protagonisti sono dei giovani... che stupidata pazzesca.
In tempi molto più recenti - dicembre '21 - ho letto e amato Gli occhiali d'oro, e mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano Il Giardino. E infine, alcuni giorni fa mi è venuto in mente che la luce dell'autunno, o ancor meglio l'estate dei Cosacchi, è perfetta per leggere o rileggere Bassani. E poi volevo ritrovare quel passaggio in cui Micòl dice che gli amici, le persone affini, sono l'una a fianco dell'altra, mentre amanti e innamorati sono l'uno di fronte all'altra. La cosa non è universalmente vera ed esatta, ma qualche volta in effetti le cose funzionano così.

Uno dei dettagli che proprio non mi ricordavo era il tono ironico: a tratti pare quasi Buzzati. Incredibile l'agilità con cui passa dal tono ironico al tono malinconico, con il lungo periodare arzigogolato riesce a ricamare, girare intorno al concetto, dire le cose senza dirle veramente... il punto qual è: i contemporanei, quando si cimentano nei barocchismi del dire per non dire, del non dire per sottointendere, and so on, novantanove volte su cento finiscono per impantanarsi e scrivere obbrobri. E invece Bassani riesce alla perfezione. Tutto qui, semplicemente. Eh, dici poco.

Più in generale, guardando al contenuto oltre che alla forma, questo è quel che veramente corrisponde alla tanto abusata definizione di "piccolo gioiellino", lieve e profondo al tempo stesso, semplice ma anche sofisticato, storia d'amore ma anche di formazione e anche di politica e di Italia, molteplici livelli di lettura perfettamente incastrati tra loro, perfettamente coesi e che si supportano a vicenda. E ovviamente, come già osservato ne Gli occhiali d'oro, c'è la ricostruzione dell'orlo del baratro, della fine di un'epoca, una ricostruzione fatta interamente di sensazioni e sottointesi, solo in un paio di momenti si permette di usare le parole esplicite, che fanno allora l'effetto di vere e proprie stilettate (e a proposito del tema "fine di un'epoca, malinconia del passato": non sorprende che sia stato proprio Bassani tra i primi a cogliere il potenziale de Il Gattopardo).

Poi chiude in tono pacato, come se fosse facile raccontare la storia della propria giovinezza dandole un senso e dandosi un limite. Questo è quello che fanno i fuoriclasse, fanno una cosa difficile e te la fanno sembrare roba facile e semplice.

Chissà come nasce e perché una vocazione alla solitudine.

sabato 26 settembre 2026

Il tempio di Fortuna - Elodie Harper

 Al termine della trilogia non posso che confermare il giudizio positivo: un lavoro squisito e garbato, raccontato in un linguaggio rimodernato - giusto quel tanto per rendere la storia comprensibile anche agli ignoranti come me - ma mai fuori contesto, mai anacronistico, mai neanche per un secondo i personaggi si lasciano scappare una frase o un pensiero da "veggenti" (una gabola di cattivo gusto in cui finiscono per inciampare spessissimo gli autori/autrici alle prese con il romanzo storico), insomma la mimesi dell'autrice è impeccabile.

Nota di merito anche per l'accurata ricostruzione dell'immane tragedia: non sono amante del genere disaster, e invece qui il più grande disastro di tutti i tempi mi ha veramente tenuta incollata alla pagina. 

mercoledì 16 settembre 2026

Non avevo capito niente - Diego De Silva

 Non vado matta per le narrazioni troppo a ruota libera, sarebbe a dire narrazioni discorsive che vengono giù letteralmente "a valanga". Questa inizia come una valanga che ricorda quasi quasi una sorta di Forrest Gump. A tratti divertente ma nel complesso è una valanga logorroica. E quel che è peggio, è che già all'altezza di un terzo del volumetto ci si rende conto che sotto la scorza della verbosità c'è ben poca sostanza. E poi lento, santo cielo, lentissimo: ogni movimento, ogni gesto, ogni scena, ogni mimica facciale di ogni personaggio, ogni mosca che passa e ogni pacchetto di sigarette che cade in terra, tutto è descritto al rallentatore. La tecnica del rallentatore può andar bene per sottolineare, evidenziare uno o due momenti decisivi, ma se usata testardamente dappertutto perde di significato e appesantisce tutto il testo. In un testo già pesante di suo in quanto farcito di mille digressioni non sempre pertinenti (once again: i riempitivi...). Nel suo genere scritto bene, resta pur sempre una sciocchezzuola: ho riflettuto brevemente su alcune argomentazioni*) che potevano eventualmente portarmi ad accendere la terza stella, ma alla fin fine il giudizio deve rispecchiare il piacere e la soddisfazione di lettura, e dunque oltre le due stelle proprio non posso andare. 

*)Non so bene il perché, mi è venuto di guardare il libro in un'ottica diversa paragonandolo a I Convitati di Pietra. Mi sono resa conto di quanto Malinconico, pur restando una lieve sciocchezzuola, sia superiore ai Convitati. Malinconico riesce a farti ridere e sorridere con alcune battute. Sa inserire nel discorso i suoi interessi - canzoni, attualità, personaggi famosi e quant'altro - con una certa grazia. Il senso del grottesco: in Malinconico regge, per il semplice motivo che non va troppo oltre. La voce narrante - a parte il fatto che si capisce bene sin dall'inizio chi è e cos'è - sa autocommiserarsi nel modo giusto e anche questo ti fa sorridere e ti fa entrare in sintonia con la narrazione. Tutte cose che l'altro non riesce a fare neanche da lontano. Persino l'ostinazione con cui qui continua a chiamare i mobili Ikea con il loro nome, è più garbata rispetto la ripetitività con cui l'altro sciorina il Tuttocittà di Milano. De Silva risulta garbato perché sincero - pur raccontando una fiction, vuol parlare della vita vera. E quando una voce è sincera, risulterà sempre, almeno un poco, melodiosa. Al contrario, chi è insincero suona fesso come una campana con la crepa. Dunque, se si vogliono mantenere le proporzioni, le tre stelle ci possono stare. 

Epperò, questa storia è inconcludente quanto e forse più di quella dei Convitati: non c'è sviluppo, non c'è crescita, non c'è spiegazione, non c'è veramente niente. C'è 'sto tizio che dovrebbe essere uno sfigato ma in realtà non fa altro che scopare con la ex moglie e poi con la nuova fidanzata, a turno, prima una e poi l'altra, quindi tanto sfigato non è. Tra una scopata e l'altra sbucano personaggi alcuni dei quali potrebbero rivelarsi interessanti mentre altri per niente... posso anche capire che questa indeterminatezza sia dovuta al fatto che qui si sta apparecchiando il necessario per una serie di episodi, ma insomma, proprio perché è una serie il primo dovrebbe invogliarti a comprare secondo e terzo ecc. E invece no, non mi ha fatto venire nessuna voglia.


domenica 6 settembre 2026

La casa dalla porta dorata - Elodie Harper

 Il secondo volume è all'altezza delle aspettative generate dal primo: page turner, temi attuali ma ben incasellati e contestualizzati nell'epoca, personaggi tratteggiati in maniera lieve ma efficace, dialoghi senza troppe forzature. Tre stelle e mezza. Poi ne aggiungo un'altra mezza perché le epigrafi dei capitoli recanti i graffiti e le iscrizioni sui muri di Pompei sono la vera ciliegina sulla torta. Dopo tanti libri brutti, finalmente sono incappata in una serie che sa fare il suo mestiere: mi accontento dell'intrattenimento intelligente, non pretendo premi Nobel né effetti speciali. 


sabato 29 agosto 2026

Le lupe di Pompei - Elodie Harper

 Personaggi tratteggiati in maniera lieve ma efficace. Dialoghi hanno un'impostazione contemporanea ma senza forzature, quindi uno può agevolmente immaginare di leggere la traduzione dal latino. Dettagli delle ambientazioni, del contesto e della vita quotidiana sono molto curati e realistici.


Talmente attuale che potrebbe benissimo essere ambientato ai giorni nostri: la storia di una ragazza schiavizzata e costretta a prostituirsi, i suoi pensieri e le sue sofferenze e le piccole gioie nella squallida quotidianità; i moti dell'animo e i tentativi per risollevarsi da una condizione così miserabile.
Talmente ben ricostruito che al termine della lettura sembra di esserci stati veramente, a Pompei. Rilevo qualche piccola svista e/o dimenticanza, ma nel complesso sono tutte perdonabili.
Talmente gustoso che ho già ordinato il seguito. E così, senza volere, ecco trovata la saga di quest'estate.