Insieme a Il Clandestino, Banditi è il titolo più reale/realistico tra tutti quelli che ci sono in circolazione. Perché questo erano: clandestini, banditi, sia nel senso di "scacciati" che nel senso di "fuorilegge". Sono scappati su in montagna per evitare mali peggiori e per poter essere sé stessi. Ed è per questo che il titolo ha attirato la mia attenzione.
Di tutta la letteratura sulla Resistenza, a partire da quella di tipo meramente cronachistico per finire con quella della retorica e dell'enfasi e finanche dell'agiografia, nello spazio tra questi due estremi esiste una gamma infinita di soluzioni, mezze vie e sfumature. Ma questa ancora non mi era capitata: un diario, dunque vorrebbe essere una cronaca asciutta, ma viene enfatizzata con lo strumento della sottrazione. Il periodo di tempo che va dal settembre '39 fino all'estate '44 viene descritto solo con brevissimi flash, istantanee, anzi telegrammi, quasi che tutta questa parte di guerra dovesse essere semplicemente un'introduzione: solo a partire dall'agosto del '44 le note del diario iniziano a farsi più corpose e a costruire una narrazione vera e propria.Il guaio è che alcuni frammenti di discorso, alcuni dettagli vengono posti in termini decisamente epici e retorici o poetici o quantomeno in maniera enfaticamente teatrale. Il che stride faticosamente con il tono asciutto che dovrebbe essere la principale caratteristica della cronaca di diario. Un diario che però in realtà è solo ricostruito, in quanto il cuore della vicenda è rappresentato dall'episodio in cui l'autore e alcuni dei suoi uomini vengono catturati dai tedeschi. Il tutto si svolge nell'arco di una quindicina di giorni nella seconda metà di agosto, e dunque quel diario in nessun caso può essere stato scritto in diretta, racconta lui stesso che in prigionia li hanno spogliati di tutto, il diario può solo essere stato ricostruito - mettiamo pure nel giro di breve termine ma comunque ricostruito a posteriori. Ma se è stato ricostruito a posteriori, allora non si spiega come mai rimanga così scarna tutta la parte riguardante i primi anni di guerra; l'unica spiegazione possibile è che con quelle note così telegrafiche le si è voluto dare un aspetto quasi cinematografico, ma - di nuovo - se uno si mette a fare la cinematografia, poi l'intento antiretorico va un po' a finire sotto l'uscio. In sintesi, mi rincresce dover ammettere che il tutto nell'insieme è un piccolo pastiche. Se uno sta cercando la Resistenza raccontata in maniera asciutta antiretorica, molto meglio il resoconto di Pesce, o il libro-intervista di sua moglie Onorina, o L'Agnese della Viganò. E La Quarantasettesima di Bertoli, ça va sans dire.
Comunque, ci sono anche i lati positivi: il blocco centrale che racconta la cattura, la prigionia, i campi di lavoro e il rientro in Italia, è ben scritto, fuori di dubbio.
E poi, per la prima metà del '45, ritorna l'impostazione telegrafico-cronachistica di cui sopra, e certo anche quest'ultima parte non manca di una sua efficacia.
Sul valore della testimonianza non si discute, quindi, anche se non diventerà uno dei preferiti, meno di quattro stelle non si possono dare.