È possibile parlare del tutto (nel senso di: la vita, l'universo e tutto quanto il resto) senza apparentemente parlare di niente e senza raccontare una vera e propria trama (trama inconsistente o impalpabile, è stato detto altre volte)? Sì, si può. Un universo al femminile, ça va sans dire, ma sarebbe ormai tempo che tutti quanti ci rendessimo conto che quando si parla de "le donne" si parla della metà della popolazione - individuo più, individuo meno - e non di una minoranza etnica o di una specie protetta e in via di estinzione.
Di solito si cita Stoner come esempio di vita (trama) in cui non accade nulla, ma in verità è questo libro-diario, il vero esempio da citare. O almeno, a me qui le cinque stelle vengono spontanee senza la minima esitazione.
E poi, a ben vedere, la questione femminile non è il vero fulcro attorno a cui ruota tutto. Il tema principale di questo racconto è: quando in casa tua (nella tua famiglia) non ti credono in grado di pensare. E poi, per conseguenza, ti giudicano e ti deridono, anche solo in maniera bonaria e scherzosa e - credono loro - affettuosa, però intanto tu stattene nel gradino più in basso e sappi che per te si applicano criteri differenti rispetto quelli riservati a chi sta sul gradino superiore.
Allo stesso modo in cui, ne Il segreto di Luca, il paese intero può concepire e accettare un omicidio ma nessuno è un grado di concepire un amore devoto, qui lo stesso vale in famiglia: magari ti sospettano di compiere qualche bassezza, un qualche gesto poco onorevole, e te lo concederebbero pure, perché tutto sommato sono cose umane, ma quel che proprio non ti reputano in grado di fare è una riflessione tutta tua, e ancor meno una riflessione fine a sé stessa. E non è solo una questione di rapporto tra uomo e donna (cioè dell'uomo che si reputa superiore alla donna), perché può accadere anche con una madre oppressiva e presuntuosa nei confronti di un figlio o di una figlia. Magari succede anche in un ufficio o in un luogo di lavoro, quando c'è uno che senza reale motivo viene etichettato come "scemo del villaggio", magari solo perché è uno timido e/o tranquillo immezzo a torme di esuberanti, invece poi è più perspicace lui di tutti gli altri messi insieme. E così finisce che sono gli altri a decidere cosa sei e cosa non sei, cosa potresti o non potresti essere. Per non parlare delle tonnellate di morale, educazione e perbenismo che uno/a è costretto a trangugiare per tutta la vita, viene la nausea solo a pensarci.
Il quaderno proibito ha a che vedere anche con l'ipocrisia cui la vita ci obbliga, come già notavo durante la lettura di Zivago.
È strano: la nostra vita intima è ciò che più conta per ognuno di noi eppure dobbiamo sempre fingere di viverla senza quasi avvedercene, con disumana sicurezza.
Mia madre nell'apprendere questa notizia ha lasciato ricadere il lavoro, come fulminata, [....] e ha osservato amaramente: "Non capisci. Ormai non capisci più nulla".
Per un attimo ho assaporato la libertà di partire [...]; poi nell'udirli disporre di me come se io non fossi in grado di ragionare, mi sono insospettita.
Il tema dell'ipocrisia cosi sistematizzata e sclerotizzata, porta come diretta conseguenza la riflessione sulla felicità: essere felici per davvero, essere felici in apparenza, essere felici secondo i canoni degli altri.
Non è una trama strettamente femminile, questo quaderno proibito potrebbe essere tenuto benissimo anche da un uomo. Anche se poi, se fosse possibile avere dei dati statistici (!), si scoprirebbe che questo modo un po' subdolo e velenoso di esser messe sotto, succede più frequentemente al genere femminile.
Anyway: a me succede da tutta la vita, quindi non ho potuto fare altro che specchiarmi nella narrazione. E così le cinque stelle me le do anche a me: se lo voglio so essere una carogna, ma è innegabile che al punto delle carognate mi ci abbiano tirato per i capelli.