Credevo che fosse un più romanzo, e invece è quel genere di diario/saggio/zibaldone che faccio proprio fatica a sentire nelle mie corde.
Quoto e sottoscrivo chi l'ha definito confusionario, frammentario, un miscuglio pesante e poco leggibile cui manca l'indispensabile nota di autenticità. Dialoghi artefatti, poco plausibili e poco realistici anche per la sceneggiatura di un film, ma che dico, perfino per la sceneggiatura di una fiction di basso livello. Scrittura mediocre con una gran quantità di frasi fatte, non riesce a trasmettere le emozioni.
L'autrice vuol fare un po' (un po' tanto) il professor Keating ma non arriva ad assomigliargli nemmeno da lontano, arriva ad assomigliare solo vagamente a quella professoressa Watson, quindi solo una brutta copia della brutta copia.
<i>Mahshid è una ragazza perbene [...] ha la pelle chiara come un raggio di luna gli occhi a mandorla e i capelli nerissimi
Quella più a destra in jeans e maglietta bianca è Manna la nostra poetessa. Manna riusciva a trovare briciole di poesia anche in cose che la maggior parte della gente considera insignificanti. La foto non rende giustizia alla profondità dei suoi occhi scuri...
Yassi era la più giovane del gruppo [...] l'avevamo soprannominata "la comica". Era timida ma per certe cose si scaldava perdendo qualunque inibizione
Mitra, forse la più mansueta di tutte noi, simile ai colori pastello dei suoi quadri. Era come se sfumasse di continuo in una tonalità sempre più tenue. Due deliziose fossette ne rendevano meno scontata la bellezza, e Mitra se serviva per abbindolare vittime inconsapevoli... </i>
Le figurette delle ragazze sono piatte e insipide, più l'autrice si affanna a cercare di distinguerle e caratterizzarle ciascuna con il suo colore, ciascuna con la sua indole ben precisa, e più ottiene l'effetto contrario ossia di scadere nella piattezza e nella banalità (un po' come quando uno, per spiegarti "Occhi di gatto" ti dice "la bionda, la bruna e la rossa": per un libro che vorrebbe essere femminista questo significa fare quattro passi indietro invece di farne uno avanti). Se uno volesse mettere in pratica la solita solfa del "show, don't tell", dovrebbe lasciare che fossi io lettrice a scoprire qual è quella mansueta, qual è quella ribelle e qual è quella comica.
Quanto ai temi principali del libro: la deprivazione della/e libertà è cosa dura e grave. Proprio per questo il maggiore difetto del diario-cronaca salta all'occhio sin dall'inizio: non arriva al cuore del problema, non arriva a scalfirne il nòcciolo. Vista da queste pagine, sembra che la libertà sia solo questione di acconciatura, di capelli sciolti e di tinta del rossetto e dello smalto. Può essere un punto di partenza per un discorso, ma non può essere il punto di arrivo. Perché se l'aspetto estetico, lo stile esteriore che ognuno di noi sceglie per sé stesso/a, se veramente è questo il punto di arrivo di ogni discorso sulla libertà, allora mettiamoci l'anima in pace perché siamo tutti quanti sotto una immensa dittatura, roba che l'ayatollah gli fa un baffo (chiamatela Dio, o Natura o Fato o come più vi aggrada). Se invece la libertà è qualcos'altro, qualcosa di più di una mera faccenda estetica, beh, allora parliamo dell'altro e lasciamo perdere l'estetica. Libro bocciato su tutta la linea.