mercoledì 25 marzo 2026

Quaderno proibito - Alba De Céspedes

 È possibile parlare del tutto (nel senso di: la vita, l'universo e tutto quanto il resto) senza apparentemente parlare di niente e senza raccontare una vera e propria trama (trama inconsistente o impalpabile, è stato detto altre volte)? Sì, si può. Un universo al femminile, ça va sans dire, ma sarebbe ormai tempo che tutti quanti ci rendessimo conto che quando si parla de "le donne" si parla della metà della popolazione - individuo più, individuo meno - e non di una minoranza etnica o di una specie protetta e in via di estinzione.


Di solito si cita Stoner come esempio di vita (trama) in cui non accade nulla, ma in verità è questo libro-diario, il vero esempio da citare. O almeno, a me qui le cinque stelle vengono spontanee senza la minima esitazione.

E poi, a ben vedere, la questione femminile non è il vero fulcro attorno a cui ruota tutto. Il tema principale di questo racconto è: quando in casa tua (nella tua famiglia) non ti credono in grado di pensare. E poi, per conseguenza, ti giudicano e ti deridono, anche solo in maniera bonaria e scherzosa e - credono loro - affettuosa, però intanto tu stattene nel gradino più in basso e sappi che per te si applicano criteri differenti rispetto quelli riservati a chi sta sul gradino superiore.

Allo stesso modo in cui, ne Il segreto di Luca, il paese intero può concepire e accettare un omicidio ma nessuno è un grado di concepire un amore devoto, qui lo stesso vale in famiglia: magari ti sospettano di compiere qualche bassezza, un qualche gesto poco onorevole, e te lo concederebbero pure, perché tutto sommato sono cose umane, ma  quel che proprio non ti reputano in grado di fare è una riflessione tutta tua, e ancor meno una riflessione fine a sé stessa. E non è solo una questione di rapporto tra uomo e donna (cioè dell'uomo che si reputa superiore alla donna), perché può accadere anche con una madre oppressiva e presuntuosa nei confronti di un figlio o di una figlia. Magari succede anche in un ufficio o in un luogo di lavoro, quando c'è uno che senza reale motivo viene etichettato come "scemo del villaggio", magari solo perché è uno timido e/o tranquillo immezzo a torme di esuberanti,  invece poi è più perspicace lui di tutti gli altri messi insieme. E così finisce che sono gli altri a decidere cosa sei e cosa non sei, cosa potresti o non potresti essere. Per non parlare delle tonnellate di morale, educazione e perbenismo che uno/a è costretto a trangugiare per tutta la vita, viene la nausea solo a pensarci.
Il quaderno proibito ha a che vedere anche con l'ipocrisia cui la vita ci obbliga, come già notavo durante la lettura di Zivago.

È strano: la nostra vita intima è ciò che più conta per ognuno di noi eppure dobbiamo sempre fingere di viverla senza quasi avvedercene, con disumana sicurezza.

Mia madre nell'apprendere questa notizia ha lasciato ricadere il lavoro, come fulminata, [....] e ha osservato amaramente: "Non capisci. Ormai non capisci più nulla".

Per un attimo ho assaporato la libertà di partire [...]; poi nell'udirli disporre di me come se io non fossi in grado di ragionare, mi sono insospettita.

Il tema dell'ipocrisia cosi sistematizzata e sclerotizzata, porta come diretta conseguenza la riflessione sulla felicità: essere felici per davvero, essere felici in apparenza, essere felici secondo i canoni degli altri.

Non è una trama strettamente femminile, questo quaderno proibito potrebbe essere tenuto benissimo anche da un uomo. Anche se poi, se fosse possibile avere dei dati statistici (!), si scoprirebbe che questo modo un po' subdolo e velenoso di esser messe sotto, succede più frequentemente al genere femminile.

Anyway: a me succede da tutta la vita, quindi non ho potuto fare altro che specchiarmi nella narrazione. E così le cinque stelle me le do anche a me: se lo voglio so essere una carogna, ma è innegabile che al punto delle carognate mi ci abbiano tirato per i capelli.

venerdì 13 marzo 2026

La correttrice - Emanuela Fontana

 Dopo i primi capitoli contavo di iniziare la recensione scrivendo "godibile", ma la verità è che ho faticato a finirlo. Molto - a tratti troppo -  elementare nonché ripetitivo. Personaggi tagliati con l'accetta. E disgraziatamente la parte meno convincente è proprio quella che voleva essere più protagonista, ovvero l'analisi e il confronto tra le due lingue Milanese e Fiorentina.


Dunque, cosa resta? L'innamoramento tra una giovane e un uomo che potrebbe esserle padre? Troppo facile, quando hai dipinto la di lui moglie come una pesantona bisbeticona polemicona, e il di lei fidanzato come il solito violento e avvinazzato e cornificatore.

La figura della giovane caparbia e volitiva che prende in mano il proprio destino a dispetto di tutte le convenzioni della sua epoca? La ragazza ha inoltre il coraggio di schierarsi contro la chiesa e la religione in un'epoca in cui, credo, la cosa non era nemmeno concepibile, per lo meno non tra la gente di estrazione popolare. E aggiungiamo pure che ha il dono della chiaroveggenza perché già sa che i Promessi Sposi un giorno verranno insegnati e letti in tutte le scuole d'Italia (praticamente siamo in zona Saltatempo, mancava solo prevedesse l'avvento dello smartphone). Lei soffre per il fatto di non poter essere come tutte le altre donne (non può avere figli), o almeno questo è quello che ci viene detto, però poi quello che ci viene mostrato è l'esatto contrario: non solo non la vediamo soffrire nel suo essere mosca bianca (o pecora nera), ma addirittura il suo essere mosca bianca (o pecora nera) è quello che le attira le simpatie e le attenzioni di tutti, grandi e piccini, uomini e donne. Io vorrei dire una cosa agli autori e alle autrici: Svegliaaa! Una persona che si differenzia appena-appena dal gregge viene ostracizzata ancora oggi, figurarsi nei secoli scorsi! E comunque, eccessivo il fatto che tutti a Milano si innamorino (in senso letterale) della fiorentina: non solo il Manzoni ma anche il figlio maggiore del Manzoni, e anche D'Azeglio, e anche la moglie di D'Azeglio, e il libraio, e anche il capo degli incisori e anche uno degli incisori e poi forse anche qualcun altro ma a 'sto punto ho perso il conto.Questo stereotipo ha stancato, basta, ne ho già scritto a lungo in altre recensioni, non aggiungo altro. Togliere realismo ad un romanzo storico gli toglie il sale, lo rende insipido. A meno che non si tratti di un Umberto Eco che si mette lì a scrivere un Baudolino, in quel caso ci può mettere tutte le magìe e tutte le stranezze che vuole, ma questa è l'eccezione che conferma la regola.

L'autrice vorrebbe qui riproporre gli stessi temi e tracce esposti dal Manzoni nel suo romanzone-monumentone (la pusillanimità, la fede, il perdono, l'amore che nella sua forma più alta è rinuncia e sacrificio) quasi a farne una parafrasi, ma i dialoghi tra il Manzoni stesso e la correttrice risultano in questo modo infarciti di spiegoni quasi fossimo tornati sui banchi di scuola... molto meglio andare a leggersi direttamente i Promessi, senza intermediazione alcuna.

Trascinandomi il libro in borsa per così tanto tempo, ho avuto modo di rimasticarlo e rimuginarci parecchio, forse anche più di quel che meriterebbe, e sono giunta alla conclusione definitiva che il romanzo manca di incisività. In assenza di questa, la buona idea del buon soggetto va un po' a farsi benedire. Le due stelle sono già generose.

lunedì 2 marzo 2026

Il Dottor Živago - Boris Pasternak

 Acquistato e letto per la prima volta nel duemila o qualcosa giù di lì, sapevo bene che da allora non me ne era rimasto un bel niente - lettrice malmatura! - e le cinque stelle erano state assegnate puramente d'ufficio, le immagini del popolare film con i popolari attori avevano rapidamente rimpiazzato qualsivoglia ricordo della lettura. Andando avanti con gli anni, era dal 2020 che mi riproponevo di rileggerlo, e finalmente mi ci sono messa. E quanto ho fatto bene.


Come (purtroppo) spessissimo accade, il film è obbligato a semplificare, appiattire, accelerare, eliminare personaggi ed episodi e soprattutto sensazioni.
Al di là del piacere di leggere la storia che tutti ben conoscono e che non starò qui a ripetere, con personaggi che si fanno a loro modo amare, con ambientazioni poetiche che vengono ancor più poeticamente descritte, al di là di tutto ciò, mi sono gustata una lettura squisitamente dostoevskiana - un aspetto che all'epoca della prima lettura non avrei potuto cogliere né tantomeno apprezzare. Di più, vi si trovano sia Tolstoj che Fëdor Michajlovič.

Altre osservazioni: romanzo antico e moderno al tempo stesso. I dialoghi sono teatrali e pomposi, e lo stesso dicasi per certe poeticherie nelle descrizioni; però le riflessioni che Zivago va di man in mano facendo sulle varie parti della società in disfacimento/rifacimento, queste sono estremamente attuali; ed anche il personaggio in sé, con i moti del suo animo e le sue incertezze e le sue ingenuità, tutto questo rappresenta un lato moderno dell'opera. Anche la figura di Antipov/Strelnikov, corrisponde ad un archetipo antichissimo eppure ancora così moderno: il mite che per delusione ed esasperazione diventa una furia; è anzi una figura postmoderna perché di solito il supereroe è un mite che con la trasformazione acquista forza ma rimane sempre nel solco della bontà, qui invece c'è un passo in più. In letteratura così come nel cinema è raro trovare sviluppata fino in fondo la figura di quello che "era meglio non farlo incaxxare".
Le figure femminili sono ben complesse, non c'è nessun angelo e nessuna strega, hanno tutte le loro cento peculiarità e sfaccettature.
E che dire di Komarovskij: un avvocato faccendiere che con agilità funambolica e abilità diabolica sa mescolare politica e finanza e bella vita; e sa riciclarsi con tutti i governi, tutti i regimi, tutte le stagioni. Sull'attualità di questo credo che non ci sia niente da aggiungere né da spiegare.

Il discorso politico: il protagonista (e dunque il romanzo) non ha un'opinione univoca e monolitica sulla rivoluzione, ne sviscera gli aspetti sottolineando tanto quelli buoni quanto quelli negativi, all'inizio ne è entusiasta e invece poi si ricrede e non vorrebbe più averci a che fare; e si può ben comprendere come la cosa all'epoca non abbia suscitato troppe simpatie nel regime, comunque quel che oggi resta a noi posteri è un discreto esercizio di lucidità e obiettività.

Per dire il vero i due protagonisti sono tutt'altro che perfetti: nella seconda metà del romanzo iniziano a parlare e a comportarsi in maniera più che volubile, sembrano sotto l'effetto di qualche strana sostanza. Mi si potrebbe replicare che questa volubilità è un qualcosa di realistico, perché nella realtà succede effettivamente che le persone si comportino in maniera volubile, specialmente in condizioni di crisi e/o emergenza. Eppure questo loro continuo ondeggiare da una risoluzione all'altra, da uno stato d'animo all'altro, mi dà una sensazione fastidiosa, crea un'indeterminatezza che toglie un po' di piacere alla seconda parte della lettura, come se l'autore dopo un inizio magistrale e dopo aver creato due ottimi protagonisti, non sapesse più bene cosa far loro fare.
Eppure eppure, questo Zivago, sarà volubile, sarà un indeciso, ma è pur sempre un disertore e un fuorilegge, insomma un prototipo di eroe romantico.

E a tal proposito: qual è il vero tema del romanzo?
- Rivoluzione di Ottobre?
- La guerra in generale che stravolge le vite non solo con gli ammazzamenti e la distruzione ma anche con il sovvertimento di ogni regola e meccanismo della quotidianità, trasformando così in zingari quelli che in teoria (in partenza) avrebbero dovuto essere dei piccoli e semplici borghesucci?
- O ancora: l'amore quello fulmineo, che si brucia in pochi giorni ma che dà senso a tutta una vita, anche quando (soprattutto quando) quella stessa vita fa disperdere per sempre i due amanti?
- O ancora: è tutta un'allegoria e l'amore ancestrale e contraddittorio che Zivago prova per Larisa non è altro che la rappresentazione di quel che l'autore prova per la sua patria?

- nota a latere: è il prototipo di romanzo ferroviario, qui bene o male tutto ruota intorno alle ferrovie e ai ferrovieri.

Comunque sia, il giuoco è facile: più sfaccettature, più interpretazioni, più stelline.

I passi che descrivono la storia d'amore sono senza dubbio intensi, eppure non mi hanno colpita né coinvolta più di tanto, sarà che attraverso un periodo di disillusioni e delusioni alquanto fosche. Ed è anche per questo che mi ha colpita un passaggio sulla crisi di nervi, sottolineando che il sistema nervoso è un organo come un altro, e come gli altri sottoposto a sforzi. Mi ha ricordato un passo analogo di Pankiewicz.
"È una malattia di questi ultimi tempi. Credo che le cause siano di ordine morale. Alla gran maggioranza di noi si richiede un'ipocrisia costante, eretta a sistema. Ma non si può, senza conseguenze, mostrarsi ogni giorno diversi da quello che ci si sente: sacrificarsi per ciò che non si ama, rallegrarsi di ciò che ci rende infelici. Il sistema nervoso non è un vuoto suono, o un'invenzione. È un corpo fisico, formato da tessuti. La nostra anima occupa un posto nello spazio e sta dentro di noi come i denti nella bocca. Non si può impunemente violentarla all'infinito."

domenica 8 febbraio 2026

Middlesex - Jeffrey Eugenides

 Mia mamma ha lavorato per anni nel reparto pediatria della clinica universitaria, e sentendola parlare con altri (con me non avrebbe osato mai e poi mai intavolare l'argomento, né quando ero bambina, né da ragazzina, e nemmeno ora che sembro vecchia come e più di lei) l'ho sentita dire che ha avuto occasione di vedere di persona diversi casi di bambini in cui erano presenti contemporaneamente - in modalità diverse, spesso e volentieri con malformazioni - sia gli organi femminili che quelli maschili; un'esperienza che oggettivamente non avrebbe avuto modo di fare lavorando in altri reparti.


Il protagonista e voce narrante di questo romanzo è uno di questi strani casi di persone che si tirano dietro un gene impazzito. Raccontare di un ermafrodito permette di apparecchiare argomentazioni circa l'annoso dilemma se nelle differenze di genere contino di più la biologia con la genetica oppure l'educazione ricevuta e le influenze dell'ambiente circostante al giovane in questione.
Ma il romanzo non racconta solo di questo: è più corretto dire che a partire dal gene impazzito prende le mosse (o la scusa) per raccontare una saga familiare ultra-classica. In questa saga non si parlerà solo di sesso, di genetica, di rapporti familiari ma anche di emigrazione, diaspora e nostalgia. Razzismo e integrazione e religione e guerra, cronaca, politica.
Apparentemente molti punti in comune con Birds without wings di De Bernières.
In comune con De Bernières, apparentemente, ha anche la passione per la Storia. Quando racconta macro-eventi sa farti sentire l'ampio respiro del discorso, quando si sofferma su micro-episodi prova a trasmettere il gusto per il cammeo.

Dunque, tanti aspetti positivi. All'inizio mi piaceva, poi per lunghi tratti mi ha annoiata, e ad un certo punto mi sono resa conto che ci stavo tirando in fondo per il solito senso del dovere ma di sapere cosa doveva succedere alla/al protagonista non me ne fregava più niente. Forse per via di un sovraccarico di dettagli, microstorie, cammei, e in più l'ironia, gli ammiccamenti al lettore, flashback e flasforward e poi di nuovo riassuntino del flashback... insomma, tutto un po' troppo.

Quando poi l'autore inizia a sentirsi in obbligo di fare una cronaca spicciolo-politica della città di Detroit suddivisa per anni, come fa certe volte Scurati, come se fosse una cronaca e non un romanzo, allora la lettura assume connotati tragicomici, perché sembra quasi che ci fosse dello spazio da riempire e qua non si sapeva più come riempirlo.

domenica 25 gennaio 2026

Il Dio dei Boschi - Liz Moore

 Nelle primissime pagine ho incontrato un paio di periodi pasticciati che mi hanno fatto storcere il naso. Ma per fortuna era un episodio quasi del tutto isolato: proseguendo ho trovato una scrittura tra il buono e il discreto, temi interessanti, personaggi ben pensati e ben delineati. Lo schema del thriller è quello super-classico, e a voler esser pignoli ci sono tanti personaggi stereotipati e tanti luoghi comuni, ma ciò che conta e che mi fa apprezzare la lettura è che sia ben fatto il contorno. In questo contorno ci sono temi e ambientazioni tipici americani; noto numerosissime assonanze e somiglianze con Amity Gaige, con Joyce Carol Oates, Joe Wilkins. La location del campeggio estivo mi ha fatto ripensare - con un mezzo sorriso -  persino a un giorno questo dolore ti sarà utile. Gli ingredienti sono tanti e tutti interessanti, ben trattati e tutto sommato senza calcare eccessivamente la mano: la famiglia e la sua storia e il suo territorio, rapporti genitori-figli, rapporti di amicizia tra adolescenti, rapporto con la natura selvaggia, le dipendenze da alcool e droga, i rapporti tra persone ricche e persone di estrazione sociale più bassa. La detective alle prime armi che però sa seguire intuizioni più brillanti dei colleghi maggiormente anziani ed esperti -  e il serial killer che è certamente cattivo e pericoloso ma che ha anche un lato buono e persino comprensivo, questi due ingredienti sembrano mutuati abbastanza direttamente da Il silenzio degli innocenti. Eppure il finale si dimostra un po' diverso dal solito - un po' tanto - per cui è in grado di riscattare gli stereotipi visti fino a quel momento. Quattro stelle complete.