Il secondo volume è all'altezza delle aspettative generate dal primo: page turner, temi attuali ma ben incasellati e contestualizzati nell'epoca, personaggi tratteggiati in maniera lieve ma efficace, dialoghi senza troppe forzature. Tre stelle e mezza. Poi ne aggiungo un'altra mezza perché le epigrafi dei capitoli recanti i graffiti e le iscrizioni sui muri di Pompei sono la vera ciliegina sulla torta. Dopo tanti libri brutti, finalmente sono incappata in una serie che sa fare il suo mestiere: mi accontento dell'intrattenimento intelligente, non pretendo premi Nobel né effetti speciali.
il fagiano cibernetico
domenica 6 settembre 2026
sabato 29 agosto 2026
Le lupe di Pompei - Elodie Harper
Personaggi tratteggiati in maniera lieve ma efficace. Dialoghi hanno un'impostazione contemporanea ma senza forzature, quindi uno può agevolmente immaginare di leggere la traduzione dal latino. Dettagli delle ambientazioni, del contesto e della vita quotidiana sono molto curati e realistici.
Talmente attuale che potrebbe benissimo essere ambientato ai giorni nostri: la storia di una ragazza schiavizzata e costretta a prostituirsi, i suoi pensieri e le sue sofferenze e le piccole gioie nella squallida quotidianità; i moti dell'animo e i tentativi per risollevarsi da una condizione così miserabile.
Talmente ben ricostruito che al termine della lettura sembra di esserci stati veramente, a Pompei. Rilevo qualche piccola svista e/o dimenticanza, ma nel complesso sono tutte perdonabili.
Talmente gustoso che ho già ordinato il seguito. E così, senza volere, ecco trovata la saga di quest'estate.
venerdì 14 agosto 2026
L'uomo che amava i bambini - Christina Stead
Demoralizzante.
Lei è odiosa perché è una vecchia megera. Lui è odioso perché è un farfallone talmente egoriferito che non trovo metro di paragone. Sposati da dieci anni, vivono da separati in casa. I sei figli vivono pressoché autogestiti nella grande casa che versa in stato di abbandono, nutrendo grande ammirazione sia per lei che per lui, proprio come quelle bestiole che più il padrone le batte, più loro si affezionano. Quasi quasi mi ricorda <i>L'isola di Arturo</i>. Dopo tre capitoli zeppi dei loro modi di dire, delle loro canzoncine e filastrocche, delle loro paturnie, di interminabili scene di vita domestica quotidiana dilatate fino allo spasimo, inizio a supplicare l'autrice affinché faccia succedere <i>qualcosa</i>.
Quarto capitolo: si registra un assalto all'arma bianca e una richiesta di divorzio: non molto, ma è già qualcosa. E dopo di questo, si torna come prima. Muore il vecchio padre di lei, ma tutti loro continuano a fare festa e a recitar filastrocche. I due genitori litigano con urla furibonde, oppure lei partorisce con grida strazianti, ma i realistici bambini non fanno una piega, si voltano dall'altra parte e continuano a dormire.
Basta. Ne ho abbastanza di storie brutte e di personaggi di cui non mi frega un bel niente perché l'autore (o autrice) non ha saputo farmeli amare ma nemmeno odiare nel modo giusto. Ne ho abbastanza di perder tempo a questo modo.
lunedì 10 agosto 2026
Chiedo Scusa - Francesco Abate e Saverio Mastrofranco
Che bello questo racconto. Non mi interessa un bel niente sapere cosa c'è di vero, cosa di inventato e cosa è stato tagliato. In queste poche pagine è condensato così tanto dolore e così tanti orrori ma anche così tanta vita. Il tutto con il tono giusto e la struttura giusta, capitoletti brevi e divagazioni che divagano solo in apparenza.
Lo stesso titolo, che sulle prime mi pareva rappresentare un buonismo che non condivido e in cui non mi riconosco, scopro invece che sta a rappresentare una sorta di "j'accuse", una polemica rigirata a testa in giù per camuffarla, per denunciare la smisurata quantità di orrori e ingiustizie che un essere umano è costretto a subire o anche solo a vedere. È un titolo quasi comico, per spiegarlo bene dovrei ripercorrere il romanzo passo-passo, quindi se a uno interessa tantovale leggerselo perché è una cosa breve.
Il racconto mette in mostra millemila storture ma senza esprimere giudizi né rancori.
Racconta la parte bella, la parte "sana" della sanità, ma non nasconde sotto il tappeto la parte malata (leggasi: gli infermieri menefreghisti, i medici che ti fanno una domanda e poi nemmeno ascoltano quel che gli stai rispondendo, ecc.). Racconta che dopo la malattia, gli interventi e le torture, c'è chi ne esce sentendosi a credito e chi invece si sente in debito, ma non stabilisce quale sia davvero la parte giusta o sbagliata. La boccata d'aria fresca sta in questo: racconta con tono leggero ma non giudica niente e nessuno. Quattro stelle e mezza, è stata una splendida sorpresa.
venerdì 7 agosto 2026
Vita e morte di un ingegnere - Edoardo Albinati
Non mi piace il modo in cui usa i congiuntivi, non mi piace tutto questo saltabeccare da un argomento all'altro con gran condimento di riempitivi. Però qua e là ci sono sprazzi di luce, direi quasi che si percepiscono dei "lampi di verità assoluta". E allora, significa che in queste pagine c'è una dose di sincerità. Però mi è mancata la profondità, sia nel tema della malattia che nel tema del rapporto padre-figlio, genitori-figli. Certo, non è semplice arrivare ad avvicinarsi a toccare il fondo di una questione senza fare della filosofia a buon mercato. Ma se uno, per evitare la filosofia spicciola, si limita a saltabeccare da uno scoglio all'altro, in una supposta ricerca di "concretezza", beh, in questo modo il fondo del problema (o tema) non lo toccherà mai. Figurarsi sviscerarlo.
Nella seconda parte (quella che dovrebbe essere più "clinica"), il tutto peggiora sensibilmente. Cadute concettuali (come quando per usare una metafora parla di due rette parallele che si incrociano lontanissimo... ma se sono parallele non dovrebbero incrociarsi mai, all'infinito!?!); cadute di stile (come il voler parlare delle cure cui viene sottoposto il padre salvo poi ammettere candidamente di non saperne niente e non averci capito niente).
In questo caso io sono una lettrice polemica e pignola e presuntuosa perché ho vissuto su di me, in prima persona, le esperienze che qui occorrono al padre. Altre recensioni osservano che in questo racconto la classe medica e dei sanitari in generale non ci fa una gran figura. Eppure posso assicurare che a me sono accaduti episodi molto più gravi e scandalosi. Uno potrebbe dire: sì, ma lui è morto mentre tu sei qui viva che scrivi... è vero, ma ciò è dovuto principalmente alla casualità, fattore non trascurabile in tema di oncologia.
Mi ha un po' disturbato anche il modo in cui Albinati attribuisce al padre un che di eroico allorquando questi reagisce in modo pacato e serafico alla sentenza (ai parenti e amici schierati dice solo "andiamo a bere qualcosa?"). Già, c'è chi in quell'istante si dispera e si mette a piangere, ma io quel giorno ho reagito allo stesso identico modo che viene raccontato qui nel libro, eppure non mi sento eroica e nessuno mai mi ha fatto i complimenti, né allora né tantomeno adesso
(risalgo in macchina, in mano ho la busta contenente l'esito della RM, quella definitiva. Apro e leggo. Lui mi chiede: cosa c'è scritto?
Io: Sarcoma
Lui: Cosa vuol dire?
Io: Un tipo di tumore. Adesso possiamo anche andare a mangiare qualcosa).
No, a dire il vero una volta c'è stata una dottoressa che mi ha fatto i complimenti per come ho gestito un momento a dir poco critico della faccenda, ma in realtà non si era accorta che quello che lei stava scambiando per aplomb e autocontrollo in realtà era solo sfinimento, in pratica l'anticamera della morte. Questa cosa Albinati sembra averla intuita, ricordando suo padre. Un punticino a favore.
La tremenda scoperta che non sempre - non necessariamente - la malattia apre il cuore delle persone e tira fuori il loro lato migliore e la solidarietà e la fratellanza umana e tutta quella roba lì... più di frequente la malattia enfatizza ed acuisce i difetti già presenti - sia del malato che dei familiari e delle persone a lui vicine: chi è chiuso si chiude ancora di più, chi è caustico si inacidisce ancora di più, chi è già aggressivo di suo, beh, Dio ce ne liberi e scampi... ecco, la scoperta di questo meccanismo perverso sembra sorprendere l'autore, ma per me è già storia antica, non mi racconta niente di nuovo. Speravo di trovarci qualcosa di più profondo e illuminante rispetto i tanti coming-out e coming-up che imperversano in ogni dove, e invece ho trovato un testo buttato giù nella fretta, nell'urgenza del momento. E ci mancherebbe, sono proprio questi i momenti in cui sorge l'urgenza di scrivere. Però, se uno poi vuole pubblicare anziché chiudere in un cassetto, dovrebbe procedere con la limatura, la revisione, taglio alcune ripetizioni di qua, mi allargo a spiegare un po' meglio di là...
...non ci siamo, pur con tutto il rispetto per i temi e i soggetti trattati, esito della lettura: non soddisfacente.