venerdì 7 agosto 2026

Vita e morte di un ingegnere - Edoardo Albinati

 Non mi piace il modo in cui usa i congiuntivi, non mi piace tutto questo saltabeccare da un argomento all'altro con gran condimento di riempitivi. Però qua e là ci sono sprazzi di luce, direi quasi che si percepiscono dei "lampi di verità assoluta". E allora, significa che in queste pagine c'è una dose di sincerità. Però mi è mancata la profondità, sia nel tema della malattia che nel tema del rapporto padre-figlio, genitori-figli. Certo, non è semplice arrivare ad avvicinarsi a toccare il fondo di una questione senza fare della filosofia a buon mercato. Ma se uno, per evitare la filosofia spicciola, si limita a saltabeccare da uno scoglio all'altro, in una supposta ricerca di "concretezza", beh, in questo modo il fondo del problema (o tema) non lo toccherà mai. Figurarsi sviscerarlo.


Nella seconda parte (quella che dovrebbe essere più "clinica"), il tutto peggiora sensibilmente. Cadute concettuali (come quando per usare una metafora parla di due rette parallele che si incrociano lontanissimo... ma se sono parallele non dovrebbero incrociarsi mai, all'infinito!?!); cadute di stile (come il voler parlare delle cure cui viene sottoposto il padre salvo poi ammettere candidamente di non saperne niente e non averci capito niente).
In questo caso io sono una lettrice polemica e pignola e presuntuosa perché ho vissuto su di me, in prima persona, le esperienze che qui occorrono al padre. Altre recensioni osservano che in questo racconto la classe medica e dei sanitari in generale non ci fa una gran figura. Eppure posso assicurare che a me sono accaduti episodi molto più gravi e scandalosi. Uno potrebbe dire: sì, ma lui è morto mentre tu sei qui viva che scrivi... è vero, ma ciò è dovuto principalmente alla casualità, fattore non trascurabile in tema di oncologia.
Mi ha un po' disturbato anche il modo in cui Albinati attribuisce al padre un che di eroico allorquando questi reagisce in modo pacato e serafico alla sentenza (ai parenti e amici schierati dice solo "andiamo a bere qualcosa?"). Già, c'è chi in quell'istante si dispera e si mette a piangere, ma io quel giorno ho reagito allo stesso identico modo che viene raccontato qui nel libro, eppure non mi sento eroica e nessuno mai mi ha fatto i complimenti, né allora né tantomeno adesso
(risalgo in macchina, in mano ho la busta contenente l'esito della RM, quella definitiva. Apro e leggo. Lui mi chiede: cosa c'è scritto?
Io: Sarcoma
Lui: Cosa vuol dire?
Io: Un tipo di tumore. Adesso possiamo anche andare a mangiare qualcosa).

No, a dire il vero una volta c'è stata una dottoressa che mi ha fatto i complimenti per come ho gestito un momento a dir poco critico della faccenda, ma in realtà non si era accorta che quello che lei stava scambiando per aplomb e autocontrollo in realtà era solo sfinimento, in pratica l'anticamera della morte. Questa cosa Albinati sembra averla intuita, ricordando suo padre. Un punticino a favore.

La tremenda scoperta che non sempre - non necessariamente - la malattia apre il cuore delle persone e tira fuori il loro lato migliore e la solidarietà e la fratellanza umana e tutta quella roba lì... più di frequente la malattia enfatizza ed acuisce i difetti già presenti - sia del malato che dei familiari e delle persone a lui vicine: chi è chiuso si chiude ancora di più, chi è caustico si inacidisce ancora di più, chi è già aggressivo di suo, beh, Dio ce ne liberi e scampi... ecco, la scoperta di questo meccanismo perverso sembra sorprendere l'autore, ma per me è già storia antica, non mi racconta niente di nuovo. Speravo di trovarci qualcosa di più profondo e illuminante rispetto i tanti coming-out e coming-up che imperversano in ogni dove, e invece ho trovato un testo buttato giù nella fretta, nell'urgenza del momento. E ci mancherebbe, sono proprio questi i momenti in cui sorge l'urgenza di scrivere. Però, se uno poi vuole pubblicare anziché chiudere in un cassetto, dovrebbe procedere con la limatura, la revisione, taglio alcune ripetizioni di qua, mi allargo a spiegare un po' meglio di là...

...non ci siamo, pur con tutto il rispetto per i temi e i soggetti trattati, esito della lettura: non soddisfacente.

giovedì 6 agosto 2026

Di guerra e di noi - Marcello Domini

 Insomma, una sufficienza molto stiracchiata. Pur non arrivando ad entusiasmare (né con i contenuti, né con la scrittura), il romanzo è abbastanza lungo per coinvolgere il lettore e fargli venire la curiosità di sapere come andrà avanti la vicenda, inserita all'interno di uno spezzone di Storia Italiana - dal '18 al '45 - stra-usato e stra-conosciuto ma che arriva sempre a coinvolgere ed interessare.

Anyway, le sinossi che parlano di "vicende della famiglia Chiusoli" o addirittura di "epopea popolare" sono completamente fuori strada. Sarebbe più chiaro dire: con la scusa dei due personaggi inventati - i fratelli Ricciotti e Candido Chiusoli - in realtà si parlerà pochissimo di Candido, un poco di Ricciotti, molto di più della biografia di Arpinati, nel bene o nel male, con aggiunta di una certa dose di cronache e curiosità bolognesi dell'epoca. Ecco, sarebbe più corretto dire: biografia dell'Arpinati dal punto di vista di un suo figlioccio acquisito.

Per il resto, i difetti purtroppo sono tanti e comuni a tanta letteratura italiana contemporanea: molto Tell e poco Show, dialoghi improbabili chiaramente figli dell'info-dumping, oltre che della teatralità non richiesta e non necessaria. 

mercoledì 29 luglio 2026

In risaia - Marchesa Colombi

 Scrive bene, Madama la Marchesa, talmente bene che al linguaggio antiquato e ai termini desueti ci si fa subito l'orecchio, e ci si può lasciare avvolgere piacevolmente dalla lettura come da un vecchio e comodo tabarrone.

Del resto, se la scrittura è antiquata, non altrettanto si può dire dei temi che invece sono modernissimi e attualissimi, e la semplicità del racconto non ne sminuisce, anzi, casomai ne sottolinea l'importanza.

Imprescindibile per chi ha già letto ed apprezzato il Matrimonio in provincia: le due storie sono completamente slegate l'una dall'altra, eppure si richiamano tra loro con echi particolari e si integrano a vicenda.

lunedì 20 luglio 2026

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi

 Credevo che fosse un più romanzo, e invece è quel genere di diario/saggio/zibaldone che faccio proprio fatica a sentire nelle mie corde.


Quoto e sottoscrivo chi l'ha definito confusionario, frammentario, un miscuglio pesante e poco leggibile cui manca l'indispensabile nota di autenticità. Dialoghi artefatti, poco plausibili e poco realistici anche per la sceneggiatura di un film, ma che dico, perfino per la sceneggiatura di una fiction di basso livello. Scrittura mediocre con una gran quantità di frasi fatte, non riesce a trasmettere le emozioni.
L'autrice vuol fare un po' (un po' tanto) il professor Keating ma non arriva ad assomigliargli nemmeno da lontano, arriva ad assomigliare solo vagamente a quella professoressa Watson, quindi solo una brutta copia della brutta copia.

<i>Mahshid è una ragazza perbene [...] ha la pelle chiara come un raggio di luna gli occhi a mandorla e i capelli nerissimi

Quella più a destra in jeans e maglietta bianca è Manna la nostra poetessa. Manna riusciva a trovare briciole di poesia anche in cose che la maggior parte della gente considera insignificanti. La foto non rende giustizia alla profondità dei suoi occhi scuri...

Yassi era la più giovane del gruppo [...] l'avevamo soprannominata "la comica". Era timida ma per certe cose si scaldava perdendo qualunque inibizione

Mitra, forse la più mansueta di tutte noi, simile ai colori pastello dei suoi quadri. Era come se sfumasse di continuo in una tonalità sempre più tenue. Due deliziose fossette ne rendevano meno scontata la bellezza, e Mitra se serviva per abbindolare vittime inconsapevoli... </i>

Le figurette delle ragazze sono piatte e insipide, più l'autrice si affanna a cercare di distinguerle e caratterizzarle ciascuna con il suo colore, ciascuna con la sua indole ben precisa, e più ottiene l'effetto contrario ossia di scadere nella piattezza e nella banalità (un po' come quando uno, per spiegarti "Occhi di gatto" ti dice "la bionda, la bruna e la rossa": per un libro che vorrebbe essere femminista questo significa fare quattro passi indietro invece di farne uno avanti). Se uno volesse mettere in pratica la solita solfa del "show, don't tell", dovrebbe lasciare che fossi io lettrice a scoprire qual è quella mansueta, qual è quella ribelle e qual è quella comica.

Quanto ai temi principali del libro: la deprivazione della/e libertà è cosa dura e grave. Proprio per questo il maggiore difetto del diario-cronaca salta all'occhio sin dall'inizio: non arriva al cuore del problema, non arriva a scalfirne il nòcciolo. Vista da queste pagine, sembra che la libertà sia solo questione di acconciatura, di capelli sciolti e di tinta del rossetto e dello smalto. Può essere un punto di partenza per un discorso, ma non può essere il punto di arrivo. Perché se l'aspetto estetico, lo stile esteriore che ognuno di noi sceglie per sé stesso/a, se veramente è questo il punto di arrivo di ogni discorso sulla libertà, allora mettiamoci l'anima in pace perché siamo tutti quanti sotto una immensa dittatura, roba che l'ayatollah gli fa un baffo (chiamatela Dio, o Natura o Fato o come più vi aggrada). Se invece la libertà è qualcos'altro, qualcosa di più di una mera faccenda estetica, beh, allora parliamo dell'altro e lasciamo perdere l'estetica. Libro bocciato su tutta la linea. 

mercoledì 15 luglio 2026

Un matrimonio in provincia - Marchesa Colombi

 Dal buco della serratura, si sbircia nelle stanze di un'Italia che non c'è più. No, pardon, ricomincio.

Dal buco della serratura, si sbircia nelle stanze di un'Italia che si perpetua ancora e ancora, in forme e tempi che si sono adeguati al contesto e al secolo e pretenderebbero di darti l'idea di modernità e di evoluzione e di poter vivere - noi, oggi - nel migliore dei mondi possibili. E invece no, siamo sempre e comunque in quel pantano. Oggi siamo ancora alle prese con gli stessi identici guai di allora - fatte le dovute attualizzazioni e contestualizzazioni e proporzioni - ma un'ironia così fine e deliziosa, questa invece possiamo proprio scordarcela. Mi spiego meglio: la sottile ironia con cui l'io-narrante qui si auto-commisera, è una cosa che gli scrittori/trici contemporanei proprio non sanno fare, né punto né poco. Fine della storia.