Non sarà certo opera tale da mettersi a gridare al capolavoro, e non mi allargherò nemmeno alle quattro stelle, ma è comunque un libretto piacevole e scritto con grazia; e lo sa il cielo se non ce n'era bisogno, dopo due libri bruttini. La storia scorre via con semplicità ma a ben vedere non è poi così semplice ricreare nei giusti termini un rapporto di amore-odio, anzi, amore-desiderio da un lato e odio-paura dall'altro. Poco incisivo - sebbene a suo modo realistico - il lato del racconto che affronta i temi del nazismo e dell'olocausto.
sabato 24 dicembre 2022
venerdì 13 novembre 2020
Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio - Remo Rapino
Di solito vado d'accordo con il Premio Campiello. Questa può essere l'eccezione che conferma la regola perché stavolta non mi è piaciuto granché. A suo modo poetico, passa bene il concetto che in nuce siamo tutti matti potenziali, divertente l'esperimento linguistico; però in questo romanzo sa tutto di già detto e già visto, ho aspettato con ansia un guizzo, un colpo di genio che desse lustro a una storia che altrimenti sarebbe stata soltanto la rivisitazione di uno schema già usato e stra-usato: raccontare gli ultimi ottanta/novant'anni di Storia d'Italia attraverso la storia personale di un personaggio comune. Ma il colpo di genio non è arrivato e così resta solo una vaga imitazione dello stile di Paolo Nori (che però scrive tutt'altro genere di storie), di Terra Matta di Vincenzo Rabito (che però è un documento autentico e difatti ha ben altre dimensioni), di quello che fa Umberto Eco all'inizio di Baudolino (che però quando arriva alla fine ha sviluppato un'opera di ben altra caratura). Anzi, nel caso di Rabito l'imitazione è molto più che vaga, l'opera del siciliano si intuisce essere di fortissima ispirazione, per Rapino, nel creare il linguaggio del suo protagonista Liborio Bonfiglio, e nel creare la premessa del personaggio che si chiude in casa per scrivere le sue memorie.
Raccontare/mostrare La Storia d'Italia attraverso una storia di un personaggio: l'aveva già fatto assai bene Crovi con La valle dei cavalieri (anche lui premio Campiello), lo fa anche Balzano con L'ultimo arrivato (toh, premio Campiello anche lui), una cosa molto simile fa Tabucchi con Piazza d'Italia (qui niente Campiello), e chissà quanti altri che in questo momento non mi vengono in mente.
La scelta di far raccontare tutta la storia ad una voce narrante che sa parlare/scrivere in modo sgrammaticato, oltre ai due esempi citati sopra Nori e Rabito, è piuttosto affine anche a quanto fatto dallo stesso Balzano, e in ogni caso questo profilo di protagonista - che forse è solo un sempliciotto o forse è un vero e proprio autistico, magari affetto da una forma più o meno lieve di Asperger - è già stato stra-usato per non dire abusato, in letteratura per non dire nella cinematografia, e mi viene anche il sospetto che sia una scelta un po' gigiona o piaciona o dir si voglia, un modo un po' troppo facile di proporre un protagonista che i lettori possano trovare immediatamente "adorabile". Il suo essere "un semplice" consente all'autore di fare alla Storia d'Italia qualcosa di più del riassunto, direi proprio un riassuntino all'acqua di rose (guerra-boom economico-rivendicazioni-terrorismo-televisione-berluscone-millennium bug-torri gemelle): sarà coerente con il personaggio che non è informato e non è colto, sarà coerente con il contesto perché uno che vive i momenti storici in diretta non ha la stessa prospettiva di chi il studia sul libro di Storia tanti anni dopo, ma proprio per questo ci sono alcune riflessioni che stonano, suonano come interpolazioni o sviste perché in verità potevano essere fatte solo con il senno del poi o solo da uno colto e informato, e così cade la maschera, al di sotto della maschera del protagonista le sviste lasciano intravedere per un attimo il volto dell'autore.
Somiglianza con Balzano anche nella trama che sottolinea l'aspetto positivo del lavoro negli anni del boom economico, che ha letteralmente consentito la sopravvivenza delle persone senza altri mezzi all'infuori delle proprie braccia, e ne sottolinea nel contempo il lato negativo ossia quello di un livello di alienazione prima di allora inedito in Italia; il colpo di testa come conseguenza dell'esasperazione dell'alienazione, e poi le ovvie conseguenze.
Ci penso e ci ripenso, ogni dettaglio e ogni aspetto che esamino concorrono a rendermi il personaggio e la storia sempre meno credibili, la trovo un'operazione poco o per niente riuscita, che non sa se stare di qua (dalla parte della finzione del racconto) o di là (dalla parte storica). Qualcuno potrebbe replicare che esiste il genere romanzo storico apposta per indicare l'opera che mescola le due cose, realtà storica e finzione, ma anche in questo caso è un livello di commistione che non mi si confà, è troppo deboluccio sia sul fronte invenzione che sul fronte ricostruzione. Resta solo il lato poetico che citavo all'inizio, ma anche questo è troppo poco per dirmi soddisfatta della lettura.
giovedì 19 dicembre 2019
Madrigale senza suono - Andrea Tarabbia
In linea di massima, la parte narrata da Gioachino Ardytti (servitore del principe di Venosa Carlo Gesualdo) a mio parere risulta più avvolgente e avvincente della parte in cui a narrare è il compositore Igor Stravinskij (il quale oltre che da "alter ego", una sorta di immagine riflessa del Gesualdo, funge da espediente narrativo: un espediente apparentemente del tutto esterno ma in seguito ci sarà modo di passare anche oltre questa apparenza), anche se entrambe sono plausibili e ben composte, a parte un qualche scivolone che inizialmente mi ha disturbato la lettura.
Già, scivoloni: perché se da un lato c'è una certa raffinatezza nell'accostare Stravinskij a Carlo Gesualdo - ciascuno nella sua epoca pioniere della composizione musicale - o nel chiamare lo studio (la stanza da musica) con il termine "zembalo" come contrazione del "la camera dello zembalo"; dall'altro lato ci sono scivoloni terribili come far apparire più volte nella narrazione di Gioachino il termine chitarra quando sappiamo benissimo che tra la fine del XVI sec e l'inizio del XVII sec esso non era certamente in uso, anzi con ogni probabilità era ancora in via di sviluppo, in ogni caso non il vocabolo privilegiato per indicare in maniera generica uno strumento a corde da tenere in grembo e suonare pizzicando; allorquando l'autore si da' la briga di parlare di chitarrino, già solo questa piccola variante mi suona molto meglio. Dopo il finale, e anche leggendo i ringraziamenti in coda al volume, si lascerà poi intendere che le incongruenze sono cosa voluta, tanto peggio per me che sono lettrice ottusa e sento sempre il bisogno di un ancoraggio alla coerenza anche nelle opere di invenzione.
Come quando il giovane Gioachino riconosce il giovane Carlo Gesualdo come suonatore di liuto individuandolo dalle mani con dita affusolate - non c'è leggenda metropolitana più grossolana di quella che vuole il suonatore di chitarra, o di liuto o di quel che si vuole, come necessariamente dotato di dita affusolate: guardate in un qualsiasi filmato d'epoca le mani di Andrés Segovia e poi mi saprete dire. Procedo con la lettura e mi si presentano scivoloni anche in fatto di mode e costumi: una giovanissima Maria d'Avalos regala a Carlo Gesualdo un guantino bianco come "pegno": ma mentre con la narrazione siamo nella seconda metà del XVI sec, il guanto non è un po' troppo ottocentesco? Senza contare che la scena si svolge allorquando la bambina sta giocando presso una giostrina nel giardino del palazzo. Sarà pur figlia di nobili, sarà pur più matura dei suoi anni, ma tutto l'insieme mi suona con una certa forzatura. E che dire di quando la stessa Maria d'Avalos fa la sua comparsa, ora adulta, a Palazzo di Sangro: "Messo in ombra dal cappello, il suo viso non mi rivelava che la forma del mento". Che cappello avrà mai potuto indossare una dama elegante alla fine del '500? Un copricapo, un ornamento combinato con l'acconciatura e un qualche tipo di velo l'avrà avuto senz'altro, ma a parer mio, per vedere un cappello da donna con la tesa abbastanza larga da mettere in ombra tutto il volto fino al mento, bisognerebbe aspettare altri cento anni almeno. A 'sto punto, mi dicevo, va ancora bene se il mezzo di trasporto per giungere da Ischia a Napoli me l'ha chiamato traghetto e non vaporetto. Ho dovuto aspettare di arrivare in fondo per capire che tutte queste piccolezze, al cospetto dell'edificio che si andava costruendo sotto il mio naso, erano del tutto irrilevanti.
Se non altro ho riconosciuto sin dall'inizio nel personaggio del deforme e guardone Gioachino un'invenzione letteraria particolarmente brillante e felice: non che sia una novità assoluta - penso ad esempio al romanzo di Margaret George in cui Enrico VIII viene raccontato dalla voce del giullare di corte - ma il rapporto in parte di dipendenza e in parte di indipendenza che il servo ha nei confronti del suo signore, e al tempo stesso il rapporto in parte di ribrezzo e in parte di amicizia e complicità che il principe ha nei confronti del sottoposto, tutti questi rapporti e sentimenti sono ottimamente mescolati e descritti. Ma l'autore sa fare un ulteriore passo avanti: questi due personaggi, insieme ad un terzo che fin qui non ho nemmeno menzionato, arriveranno a formare una unità, una vera e propria trinità, con Stravinskij che li osserva da stare dall'altra parte dello specchio del tempo e che arriva a sfiorarli per un istante con la punta dell'indice, proprio come fa il padreterno con Adamo nella Cappella Sistina.
La prima parte della narrazione è un crescendo verso la gran tragedia, un crescendo atipico, in verità. Non è una folle corsa verso il precipizio, non è neanche una faticosa scalata verso la vetta, è invece uno strano bolero composto di passi avanti e passi indietro e passi a lato, anticipazioni, assonanze, incisi di entrambi i narratori. Arrivata a metà del libro, apprezzavo la sperimentazione di una formula non convenzionale, ma non potevo dirmi sicura se l'esperimento fosse riuscito oppure no, non ero sicura se certi incisi e sottolineature migliorassero l'effetto della suspence o se invece andassero a toglierle di efficacia e incisività. Ma come ho detto, era solo la prima metà: si potrebbe pensare che nella seconda metà non si potrà più aggiungere nulla di peggio dopo che si è compiuto un dramma in perfetto stile shakespeariano, ma lo dice anche il proverbio che dopo che si è toccato il fondo si inizia a scavare, e infatti dopo quel primo bolero, la seconda metà del libro è in tutto e per tutto paragonabile ad una fase di intenta escavazione. Il finale giunge a completare il puzzle con mille significati, mille interpretazioni, mille incastri possibili e altri mille risvolti da aggiungere.
Un libro postmoderno e sperimentale, finalmente, non tanto nel linguaggio o nella punteggiatura o in chissà quale altra stravaganza, ma nell'idea di base, nel concepimento di una struttura articolata e stratificata. Altamente consigliabile e decisamente invernale, quindi ottimo per queste cupe giornate del solstizio.
sabato 6 aprile 2019
Nati due volte - Giuseppe Pontiggia
lunedì 8 gennaio 2018
Accabadora - Michela Murgia
lunedì 1 gennaio 2018
L'arminuta - Donatella Di Pietrantonio
domenica 29 gennaio 2017
Non tutti i bastardi sono di Vienna - Andrea Molesini
mercoledì 17 agosto 2016
Se non ora, quando? - Primo Levi
giovedì 21 luglio 2016
Fuochi fiammanti a un'hora di notte - Ermanno Rea
martedì 14 giugno 2016
L'ultimo arrivato - Marco Balzano
sabato 11 giugno 2016
La lunga vita di Marianna Ucrìa - Dacia Maraini
venerdì 27 maggio 2016
Per le antiche scale - Mario Tobino
venerdì 15 aprile 2016
La casa a Nord-Est - Sergio Maldini
giovedì 17 marzo 2016
La collina del vento - Carmine Abate
domenica 31 maggio 2015
Morte di un uomo felice - Giorgio Fontana
La storia è volutamente semplice perché intende parlare di persone reali e non di eroi. In un certo qual modo riprende un discorso che ho letto poco tempo fa nel libro di Arpino, 'L'ombra delle colline': Arpino fa dire al suo protagonista che "il partigiano onesto, l'uomo onesto, è stato un tale che a un bel momento ha creduto giusto di smetterla di rafficare, e oggi è un talaltro che rimpiange giorno e notte di non aver rafficato abbastanza"; qui il discorso viene portato cronologicamente in avanti perché si parla del problema di morire per un ideale, e in maniera del tutto speculare, dell'uccidere a causa di un ideale: come andava questa cosa durante la Resistenza, e come è andata che si sia ripetuto un fenomeno - secondo certuni assimilabile, e anche secondo il protagonista - durante gli anni di piombo, dove partendo da idee giuste si è arrivati a soluzioni completamente sbagliate.
Il protagonista Giacomo Colnaghi, sostituto procuratore a Milano, è una figura con cui si entra subito in sintonia. La descrizione delle sue giornate, in una Milano estiva e insolitamente tranquilla e silenziosa nel 1981, è il punto di partenza per diversi racconti e riflessioni.
Dunque gli elementi di cui si compone il racconto sono
- La vita quotidiana di Colnaghi, la famiglia, gli amici e il lavoro a Palazzo di Giustizia;
- La riflessioni sulla giustizia, il suo ruolo, il suo funzionamento, il suo significato; non solo la giustizia degli uomini ma anche quella divina e quella della coscienza del singolo;
- Il racconto della storia del padre, partigiano durante la Resistenza, che lo stesso Giacomo Colnaghi prova a ricostruire e a raccontarsi per restituire a sé stesso una immagine a tutto tondo del padre che non ha mai conosciuto. La guerra e la Resistenza vengono però raccontati anche come una sorta di 'antefatto' dell'Italia degli anni 70 e 80;
- L'atmosfera di tensione degli anni di piombo;
Si sente in effetti la mancanza di un ulteriore collante, che tenga insieme e possa meglio amalgamare le parti del racconto, un qualcosa che gli dia una maggiore profondità, una ulteriore prospettiva. A tale scopo il dettaglio del bigliettino che Colnaghi si porta dietro come un amuleto, è commovente ma forse non sufficiente. Comunque un ottimo libro, pur nella sua brevità, ricco di spunti e riflessioni, e con una significativa attività di ricerca alle spalle della stesura.
sabato 16 maggio 2015
Per amore, solo per amore - Pasquale Festa Campanile
L’inizio è molto brillante perché con la fantasia dell’autore il racconto viene colmato di personaggi, paesaggi, aneddoti, e ovviamente delle tante sfaccettature del carattere del giovane Giuseppe. Proseguendo, questa quantità di dettagli viene a mancare, si percepisce il tentativo di lasciare un finale “aperto” che non confermi ma che non smentisca nemmeno la versione dei fatti come viene raccontata dal vangelo, e quindi dalla nascita di Gesù in avanti diventa tutto un po‘ più nebuloso, restano degli spazi vuoti nella narrazione. Una lettura comunque piacevole e a suo modo istruttiva.
La valle dei cavalieri - Raffaele Crovi
Romanzo scritto in forma di diario che racconta sia al tempo presente (lungo il periodo di un anno, da gennaio fino a dicembre, proprio come certi antichi almanacchi) che al tempo passato, attraversando un secolo di storia italiana, dal 1887 anno di nascita del protagonista, fino agli anni ‘70 in cui egli si avvicina ormai a compiere i cent’anni. Il protagonista e narratore è un’allegoria - magari un tantino ottimistica - dell’Italia attraverso gli anni: nato tra la povera gente, lavora come garzone, poi come vaccaro, poi mediatore di vacche e cavalli, si procura un’istruzione per poi diventare maestro, cattolico sempre praticante ed anche piuttosto fervente, prende contatti con la democrazia cristiana nelle fila della quale, dopo aver partecipato alla resistenza, sarà eletto deputato per diverse legislature, poi sindaco del suo paesino e, in quanto onorabile anziano punto di riferimento di tutta la sua comunità. Lungo il corso di tutta la sua vita ha modo di entrare in contatto, direttamente o indirettamente, con tutti i protagonisti locali e nazionali della storia italiana, e in questa sorta di diario egli ne rivive i fatti salienti. In realtà del romanzo c’è poco, perché come diario contiene numerosi pensieri in libertà ed altrettanto numerosi riferimenti a fatti di cronaca anche slegati dal racconto. C’è molta similitudine con “Il maestro magro” di Stella, con “I tre inverni della paura” di Pansa, sia per struttura che per contenuto, anche se qui il lasso di tempo osservato è molto più ampio: c’è molta cronaca italiana e costume italiano.
Affascinante lo scorcio sulla vita nelle corti della nostra montagna tra fine 800 e inizio 900.
Un po’ troppo sbrigativo, forse, il modo in cui viene descritto il periodo della resistenza: quassù su queste montagne è stata una vera e propria epopea, nel bene o nel male, forse ci stava di dargli un po’ più di respiro. Comunque ottima lettura, con la Storia c’è sempre di che imparare, oltre che da intrattenersi.
Mille anni che sto qui - Mariolina Venezia
Nota: le capacità espressive e riassuntive dell'autrice nel raccontare il "come eravamo" e nell'instillare il dubbio "ma si stava meglio quando si stava peggio?" in alcuni passaggi sono davvero notevoli.
giovedì 14 maggio 2015
Venuto al mondo - Margaret Mazzantini
Ed è proprio il lato psicologico la parte forte di questo romanzo, c’è del bello in ogni personaggio, e sono tutti realistici in ogni loro dettaglio e pensiero, non c’è nessun compiacimento e nessun eccesso, nemmeno quando vengono affrontati temi intensi come l’amore, il desiderio di un figlio, o un tema drammatico come la guerra. Forse è un po’ troppo semplificato il personaggio del ragazzo, o forse la cosa è voluta per lasciarlo in secondo piano rispetto le vicissitudini dei genitori: lui ne è protagonista e al tempo stesso non lo è.
L’ambientazione a Sarajevo, crocevia tra est e ovest, palcoscenico spartano, mi ha ricordato in alcuni passaggi un pò Rumiz e un pò Maggiani.
Nel complesso, ottima lettura, da divorare proprio come "Non ti muovere".