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sabato 24 dicembre 2022

Le assaggiatrici - Rosella Postorino

 Non sarà certo opera tale da mettersi a gridare al capolavoro, e non mi allargherò nemmeno alle quattro stelle, ma è comunque un libretto piacevole e scritto con grazia; e lo sa il cielo se non ce n'era bisogno, dopo due libri bruttini. La storia scorre via con semplicità ma a ben vedere non è poi così semplice ricreare nei giusti termini un rapporto di amore-odio, anzi, amore-desiderio da un lato e odio-paura dall'altro. Poco incisivo - sebbene a suo modo realistico - il lato del racconto che affronta i temi del nazismo e dell'olocausto.

venerdì 13 novembre 2020

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio - Remo Rapino

Di solito vado d'accordo con il Premio Campiello. Questa può essere l'eccezione che conferma la regola perché stavolta non mi è piaciuto granché. A suo modo poetico, passa bene il concetto che in nuce siamo tutti matti potenziali, divertente l'esperimento linguistico; però in questo romanzo sa tutto di già detto e già visto, ho aspettato con ansia un guizzo, un colpo di genio che desse lustro a una storia che altrimenti sarebbe stata soltanto la rivisitazione di uno schema già usato e stra-usato: raccontare gli ultimi ottanta/novant'anni di Storia d'Italia attraverso la storia personale di un personaggio comune. Ma il colpo di genio non è arrivato e così resta solo una vaga imitazione dello stile di Paolo Nori (che però scrive tutt'altro genere di storie), di Terra Matta di Vincenzo Rabito (che però è un documento autentico e difatti ha ben altre dimensioni), di quello che fa Umberto Eco all'inizio di Baudolino (che però quando arriva alla fine ha sviluppato un'opera di ben altra caratura). Anzi, nel caso di Rabito l'imitazione è molto più che vaga, l'opera del siciliano si intuisce essere di fortissima ispirazione, per Rapino, nel creare il linguaggio del suo protagonista Liborio Bonfiglio, e nel creare la premessa del personaggio che si chiude in casa per scrivere le sue memorie. 

Raccontare/mostrare La Storia d'Italia attraverso una storia di un personaggio: l'aveva già fatto assai bene Crovi con La valle dei cavalieri (anche lui premio Campiello), lo fa anche Balzano con L'ultimo arrivato (toh, premio Campiello anche lui), una cosa molto simile fa Tabucchi con Piazza d'Italia (qui niente Campiello), e chissà quanti altri che in questo momento non mi vengono in mente.

La scelta di far raccontare tutta la storia ad una voce narrante che sa parlare/scrivere in modo sgrammaticato, oltre ai due esempi citati sopra Nori e Rabito, è piuttosto affine anche a quanto fatto dallo stesso Balzano, e in ogni caso questo profilo di protagonista - che forse è solo un sempliciotto o forse è un vero e proprio autistico, magari affetto da una forma più o meno lieve di Asperger - è già stato stra-usato per non dire abusato, in letteratura per non dire nella cinematografia, e mi viene anche il sospetto che sia una scelta un po' gigiona o piaciona o dir si voglia, un modo un po' troppo facile di proporre un protagonista che i lettori possano trovare immediatamente "adorabile".  Il suo essere "un semplice" consente all'autore di fare alla Storia d'Italia qualcosa di più del riassunto, direi proprio un riassuntino all'acqua di rose (guerra-boom economico-rivendicazioni-terrorismo-televisione-berluscone-millennium bug-torri gemelle): sarà coerente con il personaggio che non è informato e non è colto, sarà coerente con il contesto perché uno che vive i momenti storici in diretta non ha la stessa prospettiva di chi il studia sul libro di Storia tanti anni dopo, ma proprio per questo ci sono alcune riflessioni che stonano, suonano come interpolazioni o sviste perché in verità potevano essere fatte solo con il senno del poi o solo da uno colto e informato, e così cade la maschera, al di sotto della maschera del protagonista le sviste lasciano intravedere per un attimo il volto dell'autore.

Somiglianza con Balzano anche nella trama che sottolinea l'aspetto positivo del lavoro negli anni del boom economico, che ha letteralmente consentito la sopravvivenza delle persone senza altri mezzi all'infuori delle proprie braccia, e ne sottolinea nel contempo il lato negativo ossia quello di un livello di alienazione prima di allora inedito in Italia; il colpo di testa come conseguenza dell'esasperazione dell'alienazione, e poi le ovvie conseguenze.   

Ci penso e ci ripenso, ogni dettaglio e ogni aspetto che esamino concorrono a rendermi il personaggio e la storia sempre meno credibili, la trovo un'operazione poco o per niente riuscita, che non sa se stare di qua (dalla parte della finzione del racconto) o di là (dalla parte storica). Qualcuno potrebbe replicare che esiste il genere romanzo storico apposta per indicare l'opera che mescola le due cose, realtà storica e finzione, ma anche in questo caso è un livello di commistione che non mi si confà, è troppo deboluccio sia sul fronte invenzione che sul fronte ricostruzione. Resta solo il lato poetico che citavo all'inizio, ma anche questo è troppo poco per dirmi soddisfatta della lettura. 

giovedì 19 dicembre 2019

Madrigale senza suono - Andrea Tarabbia

Il primo impatto, appena si riesce a intravedere in maniera approssimativa la struttura dell'opera, è molto promettente: un po' Roccaverdina, un po' Castello d'Otranto, un po' Faustus. Con l'approfondirsi della lettura sono emerse invece luci e ombre, una qualche momentanea delusione. La parte "musicale" del racconto non è sviluppata nel senso in cui me l'aspettavo, o almeno per i miei gusti non è stata immediatamente emozionante. Ad esempio: dire di un corpo squarciato che è "aperto come un accordo in tonalità maggiore" in verità non è nulla di musicale, è semplicemente un manierismo, una ricerca di metafora ardita e desueta. Ed è in parte affermazione fuori luogo e contraddittoria in quanto attribuita ad una voce narrante che, per sua stessa ammissione, di musica ne sa molto poco. Ma c'è bisogno di arrivare fino alla fine per capire e apprezzare nell'interezza la portata delle valutazioni musicali del libro. All'approssimarsi del finale ho ritrovato con piacere non solo le sensazioni dell'inizio, con atmosfere dark e gotiche, ma ho trovato anche pagine intensamente e musicalmente commoventi e soprattutto, guardando all'opera nel suo insieme, ho trovato un senso alle incongruenze che precedentemente mi avevano infastidita. Si scoprirà infatti che tutta la costruzione è basata su un gioco di specchi spazio-temporali, un incastro tale da rendere insignificanti i tanti dettagli che non vi prendono parte e che fanno solo da contorno.

In linea di massima, la parte narrata da Gioachino Ardytti (servitore del principe di Venosa Carlo Gesualdo) a mio parere risulta più avvolgente e avvincente della parte in cui a narrare è il compositore Igor Stravinskij (il quale oltre che da "alter ego", una sorta di immagine riflessa del Gesualdo, funge da espediente narrativo: un espediente apparentemente del tutto esterno ma in seguito ci sarà modo di passare anche oltre questa apparenza), anche se entrambe sono plausibili e ben composte, a parte un qualche scivolone che inizialmente mi ha disturbato la lettura.

Già, scivoloni: perché se da un lato c'è una certa raffinatezza nell'accostare Stravinskij a Carlo Gesualdo - ciascuno nella sua epoca pioniere della composizione musicale - o nel chiamare lo studio (la stanza da musica) con il termine "zembalo" come contrazione del "la camera dello zembalo"; dall'altro lato ci sono scivoloni terribili come far apparire più volte nella narrazione di Gioachino il termine chitarra  quando sappiamo benissimo che tra la fine del XVI sec e l'inizio del XVII sec esso non era certamente in uso, anzi con ogni probabilità era ancora in via di sviluppo, in ogni caso non il vocabolo privilegiato per indicare in maniera generica uno strumento a corde da tenere in grembo e suonare pizzicando; allorquando l'autore si da' la briga di parlare di chitarrino, già solo questa piccola variante mi suona molto meglio. Dopo il finale, e anche leggendo i ringraziamenti in coda al volume, si lascerà poi intendere che le incongruenze sono cosa voluta, tanto peggio per me che sono lettrice ottusa e sento sempre il bisogno di un ancoraggio alla coerenza anche nelle opere di invenzione.
Come quando il giovane Gioachino riconosce il giovane Carlo Gesualdo come suonatore di liuto individuandolo dalle mani con dita affusolate - non c'è leggenda metropolitana più grossolana di quella che vuole il suonatore di chitarra, o di liuto o di quel che si vuole, come necessariamente dotato di dita affusolate: guardate in un qualsiasi filmato d'epoca le mani di Andrés Segovia e poi mi saprete dire. Procedo con la lettura e mi si presentano scivoloni anche in fatto di mode e costumi: una giovanissima Maria d'Avalos regala a Carlo Gesualdo un guantino bianco come "pegno": ma mentre con la narrazione siamo nella seconda metà del XVI sec, il guanto non è un po' troppo ottocentesco? Senza contare che la scena si svolge allorquando la bambina sta giocando presso una giostrina nel giardino del palazzo. Sarà pur figlia di nobili, sarà pur più matura dei suoi anni, ma tutto l'insieme mi suona con una certa forzatura. E che dire di quando la stessa Maria d'Avalos fa la sua comparsa, ora adulta, a Palazzo di Sangro: "Messo in ombra dal cappello, il suo viso non mi rivelava che la forma del mento". Che cappello avrà mai potuto indossare una dama elegante alla fine del '500? Un copricapo, un ornamento combinato con l'acconciatura e un qualche tipo di velo l'avrà avuto senz'altro, ma a parer mio, per vedere un cappello da donna con la tesa abbastanza larga da mettere in ombra tutto il volto fino al mento, bisognerebbe aspettare altri cento anni almeno. A 'sto punto, mi dicevo, va ancora bene se il mezzo di trasporto per giungere da Ischia a Napoli me l'ha chiamato traghetto e non vaporetto. Ho dovuto aspettare di arrivare in fondo per capire che tutte queste piccolezze, al cospetto dell'edificio che si andava costruendo sotto il mio naso, erano del tutto irrilevanti.

Se non altro ho riconosciuto sin dall'inizio nel personaggio del deforme e guardone Gioachino un'invenzione letteraria particolarmente brillante e felice: non che sia una novità assoluta - penso ad esempio al romanzo di Margaret George in cui Enrico VIII viene raccontato dalla voce del giullare di corte - ma il rapporto in parte di dipendenza e in parte di indipendenza che il servo ha nei confronti del suo signore, e al tempo stesso il rapporto in parte di ribrezzo e in parte di amicizia e complicità che il principe ha nei confronti del sottoposto, tutti questi rapporti e sentimenti sono ottimamente mescolati e descritti. Ma l'autore sa fare un ulteriore passo avanti: questi due personaggi, insieme ad un terzo che fin qui non ho nemmeno menzionato, arriveranno a formare una unità, una vera e propria trinità, con Stravinskij che li osserva da stare dall'altra parte dello specchio del tempo e che arriva a sfiorarli per un istante con la punta dell'indice, proprio come fa il padreterno con Adamo nella Cappella Sistina.

La prima parte della narrazione è un crescendo verso la gran tragedia, un crescendo atipico, in verità. Non è una folle corsa verso il precipizio, non è neanche una faticosa scalata verso la vetta, è invece uno strano bolero composto di passi avanti e passi indietro e passi a lato, anticipazioni, assonanze, incisi di entrambi i narratori. Arrivata a metà del libro, apprezzavo la sperimentazione di una formula non convenzionale, ma non potevo dirmi sicura se l'esperimento fosse riuscito oppure no, non ero sicura se certi incisi e sottolineature migliorassero l'effetto della suspence o se invece andassero a toglierle di efficacia e incisività. Ma come ho detto, era solo la prima metà: si potrebbe pensare che nella seconda metà non si potrà più aggiungere nulla di peggio dopo che si è compiuto un dramma in perfetto stile shakespeariano, ma lo dice anche il proverbio che dopo che si è toccato il fondo si inizia a scavare, e infatti dopo quel primo bolero, la seconda metà del libro è in tutto e per tutto paragonabile ad una fase di intenta escavazione. Il finale giunge a completare il puzzle con mille significati, mille interpretazioni, mille incastri possibili e altri mille risvolti da aggiungere.
Un libro postmoderno e sperimentale, finalmente, non tanto nel linguaggio o nella punteggiatura o in chissà quale altra stravaganza, ma nell'idea di base, nel concepimento di una struttura articolata e stratificata. Altamente consigliabile e decisamente invernale, quindi ottimo per queste cupe giornate del solstizio.

sabato 6 aprile 2019

Nati due volte - Giuseppe Pontiggia

Con Pontiggia ero rimasta poco soddisfatta de "La grande sera", invece sono contenta di avergli concesso la seconda chance con questo. Una lettura lieve (si legge molto agilmente) eppure di assoluto spessore.  
A metà strada tra il romanzo, il saggio e il reportage: è tutto composto di brevissimi episodi, per la maggioranza in ordine cronologico ma non necessariamente; tutti raccontati in prima persona dal protagonista che è più di un alter ego dell'autore, praticamente è proprio lui: l'elemento biografico qui va forse ben oltre il 95%, gli elementi di fiction suppongo siano solo minuzie.  
I "nati due volte" sono i bambini come il figlio dell'autore (Pontiggia) e/o del protagonista (Frigerio): nel caso specifico, tetraparesi spastica distonica dovuta a sofferenza perinatale. Nati due volte perché, oltre al parto vero e proprio e nel quale già ci sono state evidentemente delle difficoltà, questi bambini vengono al mondo nuovamente dovendo re-imparare in pochi anni quello che per gli altri è già stato acquisito con migliaia di anni di evoluzione della specie umana. Questa seconda nascita, affidata in tutto e per tutto alle mani di coloro che li circondano, è una rinascita non solo per il bambino portatore di handicap ma anche e soprattutto per i genitori che con questa esperienza vedranno il mondo sovvertirsi e capovolgersi.  

L'handicap viene analizzato in modo asciutto, a volte critico e a volte ironico, ma senza nemmeno un granellino di zuccherosità, in una costruzione tale per cui non solo normalità e anormalità si mescolano fino a evaporare nella loro relatività, ma addirittura l'handicap (quindi la non-normalità) funge da cassa di risonanza, funge come da microscopio per l'analisi della quotidianità e degli elementi della più assoluta normalità.   

In questi brevi racconti Pontiggia non illustra solo il rapporto con il figlio ma anche con medici, esperti vari, insegnanti, con la madre, con i suoceri. I dialoghi con tutti costoro sono riportati come punti salienti, come momenti apicali, singole battaglie che il protagonista vuole vincere e combatte faticando anche se all'interno di una guerra che sa già in ogni caso perduta.  

In più, c'è la sottile analisi psicologica all'interno di questi incontri/dialoghi, quando si dice una cosa per ottenere il suo contrario oppure quando si vorrebbe dire una cosa e maldestramente si finisce per esprimere l'esatto contrario. Pontiggia si diverte anche a giocare con le parole, si concentra sul singolo vocabolo o espressione e lo analizza con il suo microscopio. Queste sottili analisi riguardano quasi sempre il dialogo tra lui e il medico, o la madre o l'insegnante, in ogni caso dialoghi tra normali: quindi è sì un libro sulla disabilità ma al tempo stesso non lo è. E' più il libro dei paradossi e dei contrari. E' un libro di epifanie e si può ben riassumere con la celebre frase di Guimaraes Rosa: "Maestro non è chi sempre insegna, ma chi d'improvviso apprende." 

Gli spunti di riflessione sulla disabilità, su normalità e anormalità, sulla malattia, sulla vecchiaia, sulla solidarietà, sull'educazione, sono tanto più numerosi in quanto semplici e limpidi gli aneddoti raccontati.  

Una particolare attenzione viene riservata all'analisi del rapporto con i medici, anche se in questo caso il malato non è Pontiggia/Frigerio, mi è venuto comunque da paragonarlo al terzo e ultimo episodio di "Caro Diario" di Moretti: è un libro che consiglierei caldamente ai medici stessi, per provare a vedersi da un punto di vista esterno. Ma è consigliato anche a tutti gli altri per la sua attualità e freschezza e totale assenza di mielosità e ammiccamenti al pubblico, roba rara di questi tempi.   

lunedì 8 gennaio 2018

Accabadora - Michela Murgia

Tre stelle o quattro? Il romanzo è piacevole e scorrevole anche se non privo di difetti. Ho ritrovato sin dall'inizio la Sardegna di Dessì, di Fois e di Angioni. La partenza va un po' a rilento ed è un tantino insipida: del resto, finisce per subire un involontario quanto impietoso confronto con il capolavoro di Roth che ho appena terminato. Poi alcune espressioni taglienti pur senza essere ridondanti – come "Gli appezzamenti piccoli e irregolari raccontavano di famiglie con troppi figli e nessuna intesa, frantumate in una miriade di confini fatti a muretto a secco in basalto nero, ciascuno con il suo astio a tenerlo su." e "Un cane nato per morire come maledizione non era cosa per cui dire scusa o grazie." hanno catturato la mia attenzione e simpatia. Inizio così a scoprire una scrittura brillante, e tuttavia l'insieme non manca di quel sapore un po' acerbo di opera prima.  
Inizio anche a rendermi conto che il romanzo non ha una struttura strettamente tradizionalista: pur essendovi gli stessi protagonisti e la stessa ambientazione, e pur essendo in ordine cronologico, gli episodi in ogni capitolo sono in un certo qual modo separati tra loro, sono volti a rappresentare i più disparati aspetti della Sardegna nella seconda metà anni '50: le tradizioni e la modernità, le paure e le superstizioni, il cattolicesimo che sconfina nel paganesimo, la tensione ad una riunione con l'Italia e il continente tutto in contrapposizione ai sentimenti/desideri di isolazionismo. Solo procedendo verso il finale, questi che apparivano come episodi distanziati di diversi anni l'uno dall'altro, verranno amalgamati nell'evolversi della prospettiva.  
L'intreccio è completo e compiuto, con un finale 'aperto' nella giusta misura, e anche il viaggio nel continente compiuto dalla protagonista non mi è parso inutile (come invece altri hanno osservato) all'economia della storia, ma in generale c'è una elevata prevedibilità della trama.  
Trama che non è comunque l'essenziale perché non si sta parlando di un giallo ma di un romanzo che vuole proporre un argomento spinoso: il tema dell'eutanasia è affrontato con una buona dose di sana sfacciataggine, sebbene si senta la mancanza di un pochettino di sostanza in più sotto la superficie; ci poteva stare anche più approfondimento psicologico dei personaggi laddove invece l'autrice si limita a brevi flashback per spiegare gli antefatti.  

Al termine del libro e della recensione mi accorgo di aver annotato tanti aspetti positivi e altrettanti 'tuttavia' a fare da contrappeso. Resto a chiedermi come mai ci siano così tanti sardi   e così bravi   a raccontare l'ambiente, la storia e le tradizioni della propria terra. Non ce ne sono altrettanti qui in Emilia, e non così bravi, eccezion fatta per un paio di "mostri sacri" della bassa. A questo non ho un 'tuttavia' da opporre. E allora: giudizio tre stelle e mezza, per la facciata lasciamone pure quattro.

lunedì 1 gennaio 2018

L'arminuta - Donatella Di Pietrantonio

La voce della protagonista stessa, a distanza di ormai vent'anni dai fatti accaduti, racconta di quando, nemmeno quattordicenne, ha dovuto lasciare quella che aveva sempre creduto la propria famiglia, con una vita ordinaria e modestamente agiata, in una bella cittadina sul mare, per venire catapultata in una realtà di povertà, nell'entroterra, presso quella che scopre essere la sua vera e numerosissima famiglia. Il doppio trauma deriva dal brusco cambiamento di realtà e dal non sapere più qual è il proprio vero nucleo di appartenenza. Anzi, triplo trauma perché piano piano, dopo tutto, la ragazza si abituerà alla sua nuova vita e si affezionerà ad alcuni componenti della nuova e rozza famiglia, e quindi proverà la paura di dover di nuovo perdere tutto e ricominciare daccapo un'altra volta a causa dell'imminente inizio del liceo.  

Non arrivo a provare l'entusiasmo di chi ha assegnato a questo libro il massimo dei voti, però ne condivido una disreta parte di osservazioni e motivazioni. Io l'ho trovato un buon romanzo, ben congegnata la trama e soprattutto ben dosata la narrazione: se fosse stato di trecento pagine anziché centosessanta, sarebbe stato un inutile mattonazzo. Avrei voluto votare 4/5, peccato per il finale un po' fumoso, non risolutivo, decisamente tirato via: a causa di questo gli devo togliere un'altra stella.  

La scrittura asciutta e tagliente permette di trattare in modo molto sobrio e per nulla melenso i temi dell'affido, dell'adozione, del bisogno di appartenenza ad un nucleo familiare in maniera esclusiva e inequivocabile.  

Ma quel che ho più gradito è stato il tema della dicotomia tra la vita imborghesita della piccola cittadina e la vita di campagna/montagna un po' fuori dal mondo: quest'ultima a rappresentare esistenze sottoproletarie, un po' rozze e ignoranti, legate alle superstizioni ma anche più vicine alla naturalità del creato e più distanti da certe assurdità della modernità, più vicine al passato che al presente. E' un tema attualissimo, è una dicotomia visibile ancora oggi altrettanto bene quanto negli anni settanta in cui è ambientato il romanzo. Tema sempre attuale in quanto apparentemente privo di soluzione: a volte ci si trova a vivere da una parte piuttosto che dall'altra solo perché trasportati dalla corrente, in altri casi c'è chi può compiere una scelta, la cosa veramente difficile da realizzare sarebbe una metà via: a proposito di questo mi è mancata un'ultima parola dell'autrice e/o della protagonista. 

In ogni caso, ho apprezzato il carattere spontaneo di questo lavoro: a me non è parso ammiccante, non mi ha dato il senso di operazione commerciale pianificata a tavolino.   

domenica 29 gennaio 2017

Non tutti i bastardi sono di Vienna - Andrea Molesini


Ultimamente l'accoppiata Sellerio-vincitore premio Campiello funziona piuttosto bene: Fontana con "Morte di un uomo felice", Balzano con "L'ultimo arrivato", e allora decido di provarne un altro, ché non c'è due senza tre. E devo dire che anche il terzo ha funzionato: qui c'è chi lo ha definito insipido e incompiuto, a me invece è parso aggraziato, ha un tono e uno stile perfettamente intonati con quello che intende esporre. Perché se si sceglie di raccontare la prima guerra mondiale non dal punto di vista della trincea o della cengia ma, come in questo caso, dal punto di vista di chi è rimasto al paese (dunque bambini e giovani, vecchi, donne, storpi e imboscati), salvo poi vedersi piombare addosso la linea del fronte; e più nello specifico raccontare cosa accadde a Villa Spada, dimora della famiglia omonima, signori del paese di Refrontolo nel trevigiano, allora a mio avviso non si può proprio fare altro che scegliere una prosa aggraziata e un tono composto. Ne consegue che non ci sono formidabili colpi di scena, il crescendo verso il finale è impercettibile e non prende mai ritmi precipitosi; le scene di sangue, di stupri e di disperazione sono prevalentemente lasciate dietro una porta socchiusa, dietro un angolo o uno spioncino, e soprattutto dietro riflessioni pacate. Questo non significa che il libro non invogli alla lettura, tutt'altro, ha richiesto un maggior lavoro di cesello per ricostruire atmosfere e stati d'animo, e questo lavorìo fa ingranare bene la marcia della lettura.  L'atmosfera che si trova in questo libro è proprio quella del Treves che c'è in copertina, luci soffuse dentro grandi stanze silenziose, il cielo pesante di novembre, la campagna tutta col fiato sospeso ad ascoltare le cannonate in lontananza. I personaggi, pur non essendo coinvolgenti in maniera memorabile, sono tutti ben pennellati.



"Le vittorie hanno ben poco da dire, è la sconfitta che insegna."

Gli episodi di guerra, sia i massacri delle battaglie che le impiccagioni o fucilazioni, sono un po' tutti figli dell'episodio in cui Lussu osserva un ufficiale nemico da una postazione nascosta e alla fine si rifiuta di sparargli così a bruciapelo, tentando di sviscerare la distinzione tra operazione di guerra e omicidio. Chi cerca riflessioni sull'istinto umano del guerreggiare, e all'interno di esso le distinzioni tra uomini e donne, o i paragoni tra uomo e animale, ne troverà a iosa: si sottolineano frasi interessanti un po' lungo tutto il libro. L'infatuazione di Paolo per Giulia richiama "Il giardino dei Finzi-Contini" e un po' anche "Il garofano rosso" di Vittorini.

Raccontato interamente dal punto di vista del diciassettenne Paolo, i turbamenti e gli imbarazzi della giovane età sono piuttosto abbozzati, ma del resto non mi pare fosse tanto quello l'oggetto su cui l'autore intendeva mettere a fuoco il suo discorso, quanto le atmosfere di greve attesa e il gusto per vaghe manovre di cospirazione e operazioni dei servizi informativi nei momenti cruciali del crollo di un impero e della nascita di nuovi confini e di una nuova società.  Forse non sa essere avvincente quanto avrebbe voluto, ma avvolgente sì: assolutamente ben scritto, fluente, descrive il tramonto di una élite fatta di compostezza ed eleganza che, come tutte le altre classi, soccombe al tritasassi della guerra. Mi si potrebbe rispondere con un'alzata di spalle, che questa élite è stata ben presto sostituita da un altro genere di casta e che dunque non ci abbiamo né perso né guadagnato. Beh, ribatto io, sarà il fascino dell'antico, o forse solo il rispetto per i morti, ma almeno quelli non erano ignoranti e sguaiati come i sergenti e i capetti di oggi.   

"Ma quando i nostri modi cortesi non ci saranno più, quando il superfluo verrà disprezzato, e la fretta sarà la sovrana del mondo, uomini sciocchi e brutali avranno lo scettro e così, quando il diluvio verrà, l'arca non sarà stata approntata."

mercoledì 17 agosto 2016

Se non ora, quando? - Primo Levi


Un romanzo profondo, di grande spessore e che insegna così tante cose che in una recensione proprio non si riesce a farcele stare tutte. Cinque stelle sarebbero scontate per una figura come Primo Levi, per tutto quello che lui rappresenta al cospetto della Storia, per tutto quello che lui ha patito. Ma le cinque stelle ci stanno in pieno anche per l'opera letteraria in sé, prescindendo da tutto il resto. E' un libro denso e lieve al tempo stesso, sia nei personaggi che nelle descrizioni, sia nei dialoghi che nella trama. La cultura e il carattere degli ebrei sono descritti e spiegati attraverso piccoli episodi, piccoli proverbi, qualche citazione storica e qualche citazione dalle sacre scritture, con una grande capacità di mescolare il tutto e farlo stare in una piccola tasca del racconto: tanta abilità non si trova nemmeno in Oz o Yehoshua. La scelta di raccontare l'orrore della seconda guerra mondiale senza ambientare pressoché nulla nei campi di sterminio, non sminuisce affatto il valore dell'opera, non c'è alcun senso di incompletezza come si potrebbe temere in un primo momento, e non c'è nemmeno quell'atmosfera di fiaba come invece si trova in "L'Educazione europea" di Romain Gary e che sotto un certo punto di vista può risultare fuori luogo se si parla di Resistenza. Non si perde neanche per un attimo la solidità della storia: inventata, con personaggi inventati, ma ambientata tra luoghi ed eventi assolutamente veritieri. A tratti ironico ma mai burlone, forte ma senza eccessi drammatici. Intende esprimere il significato della vita alla macchia, lo spirito della partigianeria, e ci riesce perfettamente. E si trovano ottimamente espressi anche il senso di colpa e di smarrimento dei sopravvissuti, e il tema dell'uguaglianza e della pace tra i popoli e le religioni.



E' la storia del  viaggio, attraverso l'Europa e attraverso la distruzione della guerra, dal Luglio '43 all'Agosto '45,  di una banda di ebrei russi e polacchi, uomini e donne, che nasce come "repubblica delle paludi" e si trasforma in una spedizione diretta in Palestina. Si notano da subito alcuni punti di contatto con "La chiave a stella": quando parla il protagonista Mendel, oltre a sentirlo un po' alter ego dell'autore, sembra proprio di vedere e sentire Faussone. Nelle ambientazioni ci sono comunque alcune somiglianze anche con il già citato "L'educazione europea": la vita nei boschi, con i rifugi sottoterra e le capanne di legno, le azioni di sabotaggio e le serate intorno al fuoco a parlare, a riflettere, a cercare di abbracciare tutta l'Europa in uno sguardo. Levi dimostra qui capacità di comporre atmosfere con una ricchezza e un'espressività tali che non si trovano in "La chiave a stella" e, per quel che mi ricordo, nemmeno in "Se questo è un uomo" o "La tregua". Il cast di personaggi che viene componendosi di man in mano che il viaggio procede, è a dir poco brillante, avvincente e coinvolgente. Quasi viene da rifiutarsi di credere che dei bei personaggi come questi abbiano potuto, nella realtà, approdare in Palestina e mettersi a fare dei rastrellamenti.



Ricopio qualche citazione perché ci sono passaggi di struggente poesia, passaggi delicati come un quadro di Chagall, pagine dal sapore epico con masse di genti, intere popolazioni in movimento come in una grandiosa scena in un film kolossal, e un finale magistrale che racchiude insieme nella stessa stanza - nello stesso corridoio - nascita e morte, speranza e disperazione. Questo libro è un vero spartiacque, in tutti i sensi e le accezioni possibili.



"L'aria che entrava dalle finestre aperte, insieme con il fiato umido delle paludi e del bosco, trascinava altri sentori aspri ed inconsueti, di drogheria, di bruciaticcio, di retrobottega e di miseria."



"…la canzone è sciocca, ma insieme è penetrata da una tenerezza strana, come di un sogno stralunato e tiepido fiorito nel tepore di una casetta di legno, accanto alla grande stufa di maiolica, sotto i travi affumicati del soffitto; e sopra il soffitto indovini un cielo buio e nevoso, in cui magari nuotano un gran pesce d'argento, una sposa vestita di veli bianchi, e un caprone verde a testa in giù."



"Un gruppo, uno strano gruppo; profughi diversi dai soliti, diversi dai rottami umani che da giorni e giorni le sfilavano davanti in quell'ufficio. Sporchi e stanchi, ma diritti; diversi negli occhi, nella parlata, nel portamento."



"Non sembrava che entro la banda ci fossero tensioni o disaccordi permanenti. I componenti si proclamavano sionisti, ma di tendenze svariate, con tutte le sfumature che si possono inserire fra il nazionalismo ebraico, l'ortodossia marxista, l'ortodossia religiosa, l'egualitarismo anarchico e il ritorno tolstoiano alla terra, che ti redimerà se tu la redimi."



"Ognuno di loro, uomo o donna, aveva sulle spalle una storia diversa, ma rovente e pesante come il piombo fuso; ognuno avrebbe dovuto piangere cento morti se la guerra e tre inverni terribili gliene avessero lasciato il tempo e il respiro. Erano stanchi, poveri e sporchi, ma non sconfitti; figli di mercanti, sarti, rabbini e cantori, si erano armati con le armi tolte ai tedeschi, si erano conquistato il diritto ad indossare quelle uniformi lacere e senza gradi, ed avevano assaporato più volte il cibo aspro dell'uccidere."

giovedì 21 luglio 2016

Fuochi fiammanti a un'hora di notte - Ermanno Rea


Piluccando tra le recensioni scopro che questo premio Campiello è ambientato ad Alicudi: subito penso a Nanni Moretti con Moni Ovadia in Caro Diario, e proprio non resisto, il libro schizza in cima alla reading list. In effetti il libro ha un'atmosfera di cui mi è parso di avere già colto una piccola scintilla in quei pochi minuti di film ambientati su questo scoglio.



Trovo dunque una scrittura eccellente, un altrettanto eccellente incastro tra voce narrante e voce del protagonista, un contenuto ricchissimo. In questo libro c'è di tutto: dei personaggi semplici ma vividi, a momenti ingenui e a momenti saggi, il rapporto genitori-figli in generale, un tormentato e difficile rapporto madre-figlio, la ricerca di una madre scomparsa seguendo gli indizi proprio come in un giallo, il femminismo, un albergo per le donne tristi, un accogliente salotto nel Marais, un misterioso bilocale a Trastevere, una coppia di amanti del XVII sec in qualche modo reincarnata in una analoga coppia di amanti dei giorni nostri; e soprattutto c'è la Piccola Isola, ricovero per le navi e per lo spirito, vista da sopra e sotto, davanti e didietro, vista dal passato e dal presente. Il tema dell'isola viene affrontato a trecentosessanta gradi: un paradiso e un inferno al tempo stesso, libertà e prigionia come nella Lampedusa di Napolillo, c'è il dramma di eterne partenze e eterni ritorni come nella Sardegna di Fois, c'è il protagonista che troverà nell'isola stessa una madre come la Procida di Arturo con la Morante, e infine non a caso questo protagonista si chiama Martino come quell'altro che sta sull'Elba nel romanzo di Ferrero. E ancora: l'isola come rappresentazione del tutto, isola come luogo fuori dal tempo e dalla logica. Finalmente un raro libro che è riuscito a farmi percepire i passaggi onirici (le scene vissute in sogno da Martino) come parte integrante del tutto e non come un qualcosa di avulso da tutto il contesto. Una storia che non è propriamente un'avventura anche se ne ha il sapore, e che non ha un vero finale anche se è di finali che vorrebbe parlare: anche là dove non conclude, trasferisce comunque un senso di pienezza e compiutezza. Quattro e mezza perché si eleva nettamente al di sopra della qualità media del buon libro da quattro stelle.

martedì 14 giugno 2016

L'ultimo arrivato - Marco Balzano


"Currado e Ruggero continuavano a ripetere che […] dovevo farmi muratore. "Ormai sei grande, tieni tredici anni compiuti!" ripetevano. Una frase che se la dici oggi chiamano il Telefono Azzurro."



Com'è che ultimamente mi ritrovo così spesso a leggere storie di immigrazione? Forse la risposta è banale: affinché ci sia una storia da raccontare, deve accadere qualcosa, e un accadimento tipico è quando qualcuno si sposta da un luogo ad un altro. In questo caso, poi, un ragazzino siciliano che nel '59 lascia il proprio paesino per andare a trovare lavoro a Milano, è una storia che nasce per conseguenza neanche tanto indiretta di quel che si racconta nel romanzo della Maraini che ho appena terminato. La morale, anzi la non-morale, è invece la stessa di Bianciardi - e in effetti il racconto si svolge negli stessi anni: se uno arriva a Milano con l'intenzione di spaccare il mondo e poi finisce impastoiato nei lacci di una grigia quotidianità, è più colpa sua o del sistema? Qui se ne parla con un raccontino lievissimo, sarà per via del fatto che è tutto narrato dal punto di vista del ragazzino Ninetto Giacalone a nove anni: la voce narrante sarebbe lui cinquantasettenne che ricorda, purtuttavia c'è l'immedesimazione in sé stesso giovane, e c'è anche il fatto che si tratta di una persona che non ha studiato e dunque mantiene anche da adulto un linguaggio alquanto infantile - e comunque mai petulante come invece accade per altri piccoli protagonisti dei romanzi. L'intreccio tra i due tempi della narrazione - Ninetto bambino e Ninetto quasi sessantenne - mi è molto piaciuto. Storia assolutamente realistica oltre che attuale, l'autore l'ha costruita dopo aver tenuto numerose conversazioni con persone che da giovanissimi sono emigrati dal sud verso il nord: e dunque nonostante la lievità dei toni, si avverte assolutamente il peso dei temi e delle testimonianze, la fatica della miseria e l'entusiasmo per una nuova avventura che inizia, l'amore e le amicizie, ma soprattutto l'alienazione del lavoro in fabbrica, l'amarezza dello spirito che vorrebbe abbandonare lo squallore e il grigiore per ritrovare un po' di calore e colori di cui nutrirsi.

"L'ultimo arrivato" perché così si sente il protagonista: "Comunque, ho finito di leggere Lo Straniero. Forse ne comincerò un altro, ma so già che meglio di questo non ne troverò. Anche io sono straniero. Reietto e squalificato a vita. Anch'io sento che le ragioni non esistono e che quelle poche che si possono trovare le so spiegare solamente in una lingua che gli altri non intendono."

sabato 11 giugno 2016

La lunga vita di Marianna Ucrìa - Dacia Maraini

Romanzo dolcemente malinconico, un canto d'amore per la propria terra, un bel personaggio femminile amante della cultura e dei libri, davvero notevole e interessante il modo in cui, in questo romanzo, la storicità si interseca e si incastra con il suo essere autobiografico, il sordomutismo della duchessa protagonista a rappresentare, evidentemente, una situazione di forte incomunicabilità oltre che una spiccata sensibilità verso tutto ciò che la circonda. Al senso del diario e della biografia contribuisce anche la linea temporale discontinua che si concentra su particolari eventi o istanti, distanziati di alcuni mesi o anni l'uno dall'altro. Ambientato nella Sicilia del XVIII sec, sono azzeccati i paragoni di chi lo affianca a De Roberto, Tomasi di Lampedusa o Verga: in effetti vi si ritrovano agilmente non solo le atmosfere ma anche svariati dettagli de "I Viceré": le questioni di famiglia con l'etichetta e con l'araldica, le questioni di eredità con chi è pro e chi è contro il maggiorasco, i palazzi in centro a Palermo e le grandi ville tra gli uliveti nelle campagne, la famiglia riunita nella sala gialla, un figlio maggiore che non si vuole sposare ma vuole studiare e dedicarsi alla politica ed entrare così nell'era contemporanea, i figli cadetti avviati alle carriere ecclesiastiche. E le atmosfere siciliane - specialmente quelle campestri - mirabilmente ricostruite, riportano la mente direttamente alle immagini del film di Visconti. La condizione femminile dell'epoca viene osservata in modo piuttosto obiettivo, la duchessa si pone dei dubbi in quanto donna di carattere, ma non le si attribuiscono prese di posizione anacronistiche né atteggiamenti da eroina come invece capita in altri romanzi storici con protagoniste femminili. La storia d'amore non stona ma non è delle più emozionanti. Qualche spunto di riflessione filosofica condisce Storia e trama senza appesantire. Il finale: dal punto di vista narrativo va perdendo un po' di tensione rispetto il buon ritmo dei primi capitoli, ma dal punto di vista storico è un eccellente e malinconico preludio a tutto quello che verrà dopo, ed è perfettamente a tono con quanto è stato raccontato da Striano ne "Il resto di niente" e dai già citati De Roberto e Tomasi di Lampedusa.

venerdì 27 maggio 2016

Per le antiche scale - Mario Tobino


Peccato per la copertina, Mirò non è tra i miei preferiti. E invece il titolo, che meraviglia, è già di per sé una poesia fatta e finita. Questo titolo nasce dalla consuetudine (suppongo tutta italiana) di ubicare gli ospedali psichiatrici in edifici anticamente adibiti a conventi e/o monasteri: non fa eccezione quello enorme che si trova nel paese dove sono nata, e nemmeno il manicomio di Lucca dove è ambientato il libro. E così l'atmosfera che si respira durante gli spostamenti del protagonista da un reparto all'altro, finisce per sembrare quella de "Il Signore degli Anelli":

"Lungo i secoli sulla cima del colle di Fregionaia si è formato un asserragliamento di muri, un intersecarsi di portici, fughe di corridoi…"; "L'ospedale ha anditi, ombre medievali, spesse mura"; "L'ospedale ha ancora voci, ombre, anfratti, freschi angoli del convento. Per giungere al reparto n. 2 vi sono gradini ripidi, color tabacco friato, incassati tra due muraglie, come conducessero alla clausura. E un dopopranzo scendeva Anselmo le antiche scale quando da un lungo corridoio… "; "Volava lo sguardo del dottor Anselmo scendendo i tre gradini che introducevano al reparto n. 3"; "Si accendevano le  lampade elettriche, si risalivano le scale verso i dormitori, in fila"; "…e prese la via del reparto n. 9, doveva fare visita anche a quello. Per arrivarci doveva scendere un lungo scalone; poi il corridoio giallognolo, di solito sempre deserto."; "il dottore si avviò con lei per i profondi scaloni"; "Anselmo attraversa anditi, androni, voragini di scale. Gira a destra, c'è la fuga delle celle; passa davanti a quella dove la Duranti si impiccò."; "E le sere che il dottor Anselmo restava in manicomio - risolto il breve pasto - si infilava il camice, apriva la grande porta, batteva i passi lungo il colonnato che fu una volta dei frati, ed era sulla via del bar, posto laggiù in fondo, tra le mura del reparto una volta chiamato 'agli Agitati' ".



Questa opera è la perfetta metà via tra il romanzo e la raccolta di racconti: i vari brani hanno protagonisti diversi e sono ambientati in epoche diverse a cavallo tra i ventennio e gli anni sessanta, ma hanno tutti in comune l'ambientazione - il manicomio di Lucca, appunto -  e il personaggio che funge da guida per il lettore: quello stesso dottor Anselmo con cui già ho potuto fare conoscenza ne "Il clandestino", e che altri non è se non l'alter ego dell'autore. Ma soprattutto, l'ordine in cui vengono proposti i pezzi consente al lettore di addentrarsi poco a poco nell'ambiente dell'ospedale psichiatrico: sono singoli episodi, ma tutti messi insieme hanno la sistematicità della trama di un romanzo.

Che squisita persona doveva essere Tobino: un medico raro, che sapeva scrivere così bene, e con tali sensibilità e capacità di osservazione, un'eccezione all'accolita di stregoni cattolici di Bianciardi. Non una fredda cronaca, non cartelle cliniche ma voci e atmosfere, tentativi di cogliere il significato vero del mistero che si nasconde dietro la mente umana, e l'illuminazione nello scoprire che se le parole pronunciate sono sconnesse, possono non esserlo il tono e il timbro delle voci e la luce negli occhi. "Per i giovani la follia è solo un misfatto della società, frutto di storte leggi, non una solenne misteriosa tragedia"; "Pare al dottore, per merito della Sercambi, di saperne un poco di più sulla follia: anch'essa assetata d'amore"; "la follia un invincibile drago"; "Però con la pazzia c'è sempre da temere. All'improvviso può battere le ali da pipistrello".

Dopo tanti anni trascorsi come medico, emerge forte il suo  desiderio di trattare questi pazienti come esseri umani, di essere innanzi tutto loro amico, "frequentarli con franchezza, da pari a pari". Potrà sembrare giusto o sbagliato, qualche volta un medico necessita di un certo distacco, comunque per quanto concerne questa lettura ho apprezzato tale presa di posizione di grande umanità.

Dunque 4 stelle per la sensibilità, la comprensione e la poesia. Sarebbe qualcosina di meno per il realismo: l'aspetto carcerario dei manicomi rimane parecchio in ombra, sappiamo che sono stati luoghi di indicibili torture ma in questi racconti esse non emergono se non molto vagamente, ci sono le angosce psicologiche ma mancano quasi del tutto quelle psicofisiche o meramente fisiche. È pur vero che questa vuole essere un'opera letteraria, non un saggio né un testo scientifico, e quindi sta al lettore cercare di comprendere la scelta, da parte dell'autore, di trattare un solo aspetto (quello più poetico) di un grande tema che eventualmente potrà richiedere ulteriori approfondimenti.

venerdì 15 aprile 2016

La casa a Nord-Est - Sergio Maldini


Un romanzo alquanto sofisticato, più da premio Strega che Campiello. Ricco di contenuti, trama semplice-semplice: quarantaseienne che non regge più il proprio lavoro e l'ignoranza dei colleghi, né la città dove vive, né il proprio fallimento come scrittore, e si sente escluso dalla propria famiglia che pure ama, decide che l'elemento necessario ad una svolta è comprarsi una casa in Friuli, terra natia della madre e dove lui ha trascorso l'infanzia. La svolta arriverà? Sì e no: per certi aspetti si può dire che il nostro protagonista passerà dalla padella alla brace.



Una storia ambientata negli anni '80 con atmosfere che sanno d'antico, ombre napoleoniche, ville e casolari settecenteschi, the pomeridiani e musica da camera e ancora cose come "recuperare quell'elemento oggi scaduto nella società contemporanea: la conversazione". Al tempo stesso è la storia molto contemporanea di un uomo disilluso e insoddisfatto, di una città di Roma proposta in un punto di vista del tutto inedito e di un Friuli che sembra una dacia russa, con la grande pianura finalmente descritta con grazia e affetto, e non ci sono solo bei paesaggi ma anche splendidi interni di abitazioni rurali.

Il rapporto tra Marco e Antonia è raccontato squisitamente, ha l'ardore e le paure degli innamoramenti tra adolescenti, ma anche la tranquillità delle avventure vissute quando non si pretende e nemmeno ci si aspetta nulla, ne da sé stessi né dagli altri.

Peccato per il finale un tantino inconsistente che gli toglie qualche punto, ma nel complesso lettura ottima e suggestiva.



"Non tanto il fatto di andarvi o di abitarvi, ma la sola idea di possederla, li soccorreva nei giorni di noia e di scirocco, suggerendo una nuova speranza alle poche novità che scandivano la loro vita."

"La casa di Nord-Est più che una casa era un deposito di illusioni"

"La casa era come un mare che ritornava su se stesso e riappariva subito dopo. La casa cominciava sempre."

giovedì 17 marzo 2016

La collina del vento - Carmine Abate


"Non avevo nostalgia di niente perché, senza saperlo, custodivo tutto dentro di me."



Le saghe familiari sono sempre belle, tante ne ho lette e altrettante intendo leggerne: tutte messe insieme, rappresentano un  giro d'Italia unico nel suo genere. Questa è una storia d'amore per la propria terra, lieve e piacevole come la brezza marina. Originaria della Calabria jonica e saldamente ancorata alla collina di cui al titolo, questa famiglia Arcuri ha molti tratti in comune con i Chironi della Stirpe di Fois: un componente importante di nome Michele Angelo, la caparbietà e l'attaccamento alla propria terra, la Calabria che come la Sardegna è una periferia ai margini dei grandi avvenimenti della storia e soggetta a sfruttamenti di ogni tipo. Dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri, racconta la terra di Calabria con i colori, i profumi e i suoni della natura, ma anche con le miserie e le difficoltà, la vita di fatica nei campi e nelle miniere di zolfo. C'è una doppia narrazione: una al tempo presente con un vago sapore di malinconia e disillusione, e una che ripercorre a colori vividi il passato, entrambe per voce dell'ultimo esponente della famiglia ed ottimamente intrecciate tra loro. Oltre alla storia della famiglia e alla storia d'Italia, vi si trovano un po' di ecologia e un pizzico di mistero (quasi un'ombra di giallo); alcuni episodi non sono banali ma forse paiono eccessivamente semplificati; si fa inoltre conoscenza con due interessanti personaggi storici:  Paolo Orsi e Umberto Zanotti-Bianco, entrambi intellettuali a tutto tondo, oltre che archeologi. In tutto, un ottimo lavoro di mixaggio degli ingredienti.

domenica 31 maggio 2015

Morte di un uomo felice - Giorgio Fontana

Mi è piaciuto, è ben scritto, tratta temi importanti in maniera non certo approssimativa. Però, come hanno scritto altri nelle recensioni, riconosco che manca 'un qualcosa'.
La storia è volutamente semplice perché intende parlare di persone reali e non di eroi. In un certo qual modo riprende un discorso che ho letto poco tempo fa nel libro di Arpino, 'L'ombra delle colline': Arpino fa dire al suo protagonista che "il partigiano onesto, l'uomo onesto, è stato un tale che a un bel momento ha creduto giusto di smetterla di rafficare, e oggi è un talaltro che rimpiange giorno e notte di non aver rafficato abbastanza"; qui il discorso viene portato cronologicamente in avanti perché si parla del problema di morire per un ideale, e in maniera del tutto speculare, dell'uccidere a causa di un ideale: come andava questa cosa durante la Resistenza, e come è andata che si sia ripetuto un fenomeno - secondo certuni assimilabile, e anche secondo il protagonista -  durante gli anni di piombo, dove partendo da idee giuste si è arrivati a soluzioni completamente sbagliate.
Il protagonista Giacomo Colnaghi, sostituto procuratore a Milano, è una figura con cui si entra subito in sintonia. La descrizione delle sue giornate, in una Milano estiva e insolitamente tranquilla e silenziosa nel 1981, è il punto di partenza per diversi racconti e riflessioni. 
Dunque gli elementi di cui si compone il racconto sono
 - La vita quotidiana di Colnaghi, la famiglia, gli amici e il lavoro a Palazzo di Giustizia;
 - La riflessioni sulla giustizia, il suo ruolo, il suo funzionamento, il suo significato; non solo la giustizia degli uomini ma anche quella divina e quella della coscienza del singolo;
 - Il racconto della storia del padre, partigiano durante la Resistenza, che lo stesso Giacomo Colnaghi prova a ricostruire e a raccontarsi per restituire a sé stesso una immagine a tutto tondo del padre che non ha mai conosciuto. La guerra e la Resistenza vengono però raccontati anche come una sorta di 'antefatto' dell'Italia degli anni 70 e 80;
 - L'atmosfera di tensione degli anni di piombo;
Si sente in effetti la mancanza di un ulteriore collante,  che tenga insieme e possa meglio amalgamare le parti del racconto, un qualcosa che gli dia una maggiore profondità, una ulteriore prospettiva. A tale scopo il dettaglio del bigliettino che Colnaghi si porta dietro come un amuleto, è commovente ma forse non sufficiente. Comunque un ottimo libro, pur nella sua brevità, ricco di spunti e riflessioni, e con una significativa attività di ricerca alle spalle della stesura.

sabato 16 maggio 2015

Per amore, solo per amore - Pasquale Festa Campanile

Una favola dolce e delicata che, con un linguaggio estremamente semplice (come si conviene ad un cronista dell’epoca) prova a raccontare come sono andate realmente le cose tra Giuseppe e Maria, duemila anni fa: come si sono conosciuti, frequentati e tutto il resto.
L’inizio è molto brillante perché con la fantasia dell’autore il racconto viene colmato di personaggi, paesaggi, aneddoti, e ovviamente delle tante sfaccettature del carattere del giovane Giuseppe.  Proseguendo, questa quantità di dettagli viene a mancare, si percepisce il tentativo di lasciare un finale “aperto” che non confermi ma che non smentisca nemmeno la versione dei fatti come viene raccontata dal vangelo, e quindi dalla nascita di Gesù in avanti diventa tutto un po‘ più nebuloso, restano degli spazi vuoti nella narrazione.  Una lettura comunque piacevole e a suo modo istruttiva.

La valle dei cavalieri - Raffaele Crovi

Ultimamente finisco per imbattermi continuamente in testi che, a parte essere in un qualche modo storici, portano la nostalgia per il passato, per un mondo contadino fatto di cose e di tradizioni che non ci sono più. Con questa lettura ho, per così dire, giocato in casa; ma ho dovuto comunque lavorare di immaginazione perché tante delle ambientazioni descritte (le antiche corti, gli orti, i sentieri, i campi coltivi) sono ormai poche, solo qua e là sopravvive un qualche scorcio intatto, indenne dalla cementificazione, dal disordine e dalla trasandatezza, come una bestia rara.
Romanzo scritto in forma di diario che racconta sia al tempo presente (lungo il periodo di un anno, da gennaio fino a dicembre, proprio come certi antichi almanacchi) che al tempo passato, attraversando un secolo di storia italiana, dal 1887 anno di nascita del protagonista, fino agli anni ‘70 in cui egli si avvicina ormai a compiere i cent’anni. Il protagonista e narratore è un’allegoria - magari un tantino ottimistica - dell’Italia attraverso gli anni: nato tra la povera gente, lavora come garzone, poi come vaccaro, poi mediatore di vacche e cavalli, si procura un’istruzione per poi diventare maestro, cattolico sempre praticante ed anche piuttosto fervente, prende contatti con la democrazia cristiana nelle fila della quale, dopo aver partecipato alla resistenza, sarà eletto deputato per diverse legislature, poi sindaco del suo paesino e, in quanto onorabile anziano punto di riferimento di tutta la sua comunità. Lungo il corso di tutta la sua vita ha modo di entrare in contatto,  direttamente o indirettamente, con tutti i protagonisti locali e nazionali della storia italiana, e in questa sorta di diario egli ne rivive i fatti salienti. In realtà del romanzo c’è poco, perché come diario contiene numerosi pensieri in libertà ed altrettanto numerosi riferimenti a fatti di cronaca anche slegati dal racconto. C’è molta similitudine con “Il maestro magro” di Stella, con “I tre inverni della paura” di Pansa, sia per struttura che per contenuto, anche se qui il lasso di tempo osservato è molto più ampio: c’è molta cronaca italiana e costume italiano.
Affascinante lo scorcio sulla vita nelle corti della nostra montagna tra fine 800 e inizio 900.
Un po’ troppo sbrigativo, forse, il modo in cui viene descritto il periodo della resistenza: quassù su queste montagne è stata una vera e propria epopea, nel bene o nel male, forse ci stava di dargli un po’ più di respiro. Comunque ottima lettura, con la Storia c’è sempre di che imparare, oltre che da intrattenersi.

Mille anni che sto qui - Mariolina Venezia

Beh, le somiglianze ci sono e sono tante: con Marquez, con la Allende, Riccarelli, Tabucchi, Nigro, atmosfere e personaggi anche un po' verghiani... ma è scritto bene e si legge bene e quindi tutti i richiami che vi si possono cogliere denotano a mio avviso un'appartenenza a un genere e non certo una scopiazzatura.
Nota: le capacità espressive e riassuntive dell'autrice nel raccontare il "come eravamo" e nell'instillare il dubbio "ma si stava meglio quando si stava peggio?" in alcuni passaggi sono davvero notevoli.

giovedì 14 maggio 2015

Venuto al mondo - Margaret Mazzantini

Il racconto di un amore con l’assedio di Sarajevo a fare da sfondo, una guerra realmente avvenuta che si ripercuote sulla psicologia dei personaggi.
Ed è proprio il lato psicologico la parte forte di questo romanzo, c’è del bello in ogni personaggio, e sono tutti realistici in ogni loro dettaglio e pensiero, non c’è nessun compiacimento e nessun eccesso, nemmeno quando vengono affrontati temi intensi come l’amore, il desiderio di un figlio, o un tema drammatico come la guerra.  Forse è un po’ troppo semplificato il personaggio del ragazzo, o forse la cosa è voluta per lasciarlo in secondo piano rispetto le vicissitudini dei genitori: lui ne è protagonista e al tempo stesso non lo è.
L’ambientazione a Sarajevo, crocevia tra est e ovest, palcoscenico spartano, mi ha ricordato in alcuni passaggi un pò Rumiz e un pò Maggiani.
Nel complesso, ottima lettura, da divorare proprio come "Non ti muovere".