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mercoledì 16 settembre 2026

Non avevo capito niente - Diego De Silva

 Non vado matta per le narrazioni troppo a ruota libera, sarebbe a dire narrazioni discorsive che vengono giù letteralmente "a valanga". Questa inizia come una valanga che ricorda quasi quasi una sorta di Forrest Gump. A tratti divertente ma nel complesso è una valanga logorroica. E quel che è peggio, è che già all'altezza di un terzo del volumetto ci si rende conto che sotto la scorza della verbosità c'è ben poca sostanza. E poi lento, santo cielo, lentissimo: ogni movimento, ogni gesto, ogni scena, ogni mimica facciale di ogni personaggio, ogni mosca che passa e ogni pacchetto di sigarette che cade in terra, tutto è descritto al rallentatore. La tecnica del rallentatore può andar bene per sottolineare, evidenziare uno o due momenti decisivi, ma se usata testardamente dappertutto perde di significato e appesantisce tutto il testo. In un testo già pesante di suo in quanto farcito di mille digressioni non sempre pertinenti (once again: i riempitivi...). Nel suo genere scritto bene, resta pur sempre una sciocchezzuola: ho riflettuto brevemente su alcune argomentazioni*) che potevano eventualmente portarmi ad accendere la terza stella, ma alla fin fine il giudizio deve rispecchiare il piacere e la soddisfazione di lettura, e dunque oltre le due stelle proprio non posso andare. 

*)Non so bene il perché, mi è venuto di guardare il libro in un'ottica diversa paragonandolo a I Convitati di Pietra. Mi sono resa conto di quanto Malinconico, pur restando una lieve sciocchezzuola, sia superiore ai Convitati. Malinconico riesce a farti ridere e sorridere con alcune battute. Sa inserire nel discorso i suoi interessi - canzoni, attualità, personaggi famosi e quant'altro - con una certa grazia. Il senso del grottesco: in Malinconico regge, per il semplice motivo che non va troppo oltre. La voce narrante - a parte il fatto che si capisce bene sin dall'inizio chi è e cos'è - sa autocommiserarsi nel modo giusto e anche questo ti fa sorridere e ti fa entrare in sintonia con la narrazione. Tutte cose che l'altro non riesce a fare neanche da lontano. Persino l'ostinazione con cui qui continua a chiamare i mobili Ikea con il loro nome, è più garbata rispetto la ripetitività con cui l'altro sciorina il Tuttocittà di Milano. De Silva risulta garbato perché sincero - pur raccontando una fiction, vuol parlare della vita vera. E quando una voce è sincera, risulterà sempre, almeno un poco, melodiosa. Al contrario, chi è insincero suona fesso come una campana con la crepa. Dunque, se si vogliono mantenere le proporzioni, le tre stelle ci possono stare. 

Epperò, questa storia è inconcludente quanto e forse più di quella dei Convitati: non c'è sviluppo, non c'è crescita, non c'è spiegazione, non c'è veramente niente. C'è 'sto tizio che dovrebbe essere uno sfigato ma in realtà non fa altro che scopare con la ex moglie e poi con la nuova fidanzata, a turno, prima una e poi l'altra, quindi tanto sfigato non è. Tra una scopata e l'altra sbucano personaggi alcuni dei quali potrebbero rivelarsi interessanti mentre altri per niente... posso anche capire che questa indeterminatezza sia dovuta al fatto che qui si sta apparecchiando il necessario per una serie di episodi, ma insomma, proprio perché è una serie il primo dovrebbe invogliarti a comprare secondo e terzo ecc. E invece no, non mi ha fatto venire nessuna voglia.


domenica 6 settembre 2026

La casa dalla porta dorata - Elodie Harper

 Il secondo volume è all'altezza delle aspettative generate dal primo: page turner, temi attuali ma ben incasellati e contestualizzati nell'epoca, personaggi tratteggiati in maniera lieve ma efficace, dialoghi senza troppe forzature. Tre stelle e mezza. Poi ne aggiungo un'altra mezza perché le epigrafi dei capitoli recanti i graffiti e le iscrizioni sui muri di Pompei sono la vera ciliegina sulla torta. Dopo tanti libri brutti, finalmente sono incappata in una serie che sa fare il suo mestiere: mi accontento dell'intrattenimento intelligente, non pretendo premi Nobel né effetti speciali. 


sabato 29 agosto 2026

Le lupe di Pompei - Elodie Harper

 Personaggi tratteggiati in maniera lieve ma efficace. Dialoghi hanno un'impostazione contemporanea ma senza forzature, quindi uno può agevolmente immaginare di leggere la traduzione dal latino. Dettagli delle ambientazioni, del contesto e della vita quotidiana sono molto curati e realistici.


Talmente attuale che potrebbe benissimo essere ambientato ai giorni nostri: la storia di una ragazza schiavizzata e costretta a prostituirsi, i suoi pensieri e le sue sofferenze e le piccole gioie nella squallida quotidianità; i moti dell'animo e i tentativi per risollevarsi da una condizione così miserabile.
Talmente ben ricostruito che al termine della lettura sembra di esserci stati veramente, a Pompei. Rilevo qualche piccola svista e/o dimenticanza, ma nel complesso sono tutte perdonabili.
Talmente gustoso che ho già ordinato il seguito. E così, senza volere, ecco trovata la saga di quest'estate. 

venerdì 14 agosto 2026

L'uomo che amava i bambini - Christina Stead

 


Demoralizzante.
Lei è odiosa perché è una vecchia megera. Lui è odioso perché è un farfallone talmente egoriferito che non trovo metro di paragone. Sposati da dieci anni, vivono da separati in casa. I sei figli vivono pressoché autogestiti nella grande casa che versa in stato di abbandono, nutrendo grande ammirazione sia per lei che per lui, proprio come quelle bestiole che più il padrone le batte, più loro si affezionano. Quasi quasi mi ricorda <i>L'isola di Arturo</i>. Dopo tre capitoli zeppi dei loro modi di dire, delle loro canzoncine e filastrocche, delle loro paturnie, di interminabili scene di vita domestica quotidiana dilatate fino allo spasimo, inizio a supplicare l'autrice affinché faccia succedere <i>qualcosa</i>.
Quarto capitolo: si registra un assalto all'arma bianca e una richiesta di divorzio: non molto, ma è già qualcosa. E dopo di questo, si torna come prima. Muore il vecchio padre di lei, ma tutti loro continuano a fare festa e a recitar filastrocche. I due genitori litigano con urla furibonde, oppure lei partorisce con grida strazianti, ma i realistici bambini non fanno una piega, si voltano dall'altra parte e continuano a dormire.
Basta. Ne ho abbastanza di storie brutte e di personaggi di cui non mi frega un bel niente perché l'autore (o autrice) non ha saputo farmeli amare ma nemmeno odiare nel modo giusto. Ne ho abbastanza di perder tempo a questo modo. 

lunedì 10 agosto 2026

Chiedo Scusa - Francesco Abate e Saverio Mastrofranco

 


Che bello questo racconto. Non mi interessa un bel niente sapere cosa c'è di vero, cosa di inventato e cosa è stato tagliato. In queste poche pagine è condensato così tanto dolore e così tanti orrori ma anche così tanta vita. Il tutto con il tono giusto e la struttura giusta, capitoletti brevi e divagazioni che divagano solo in apparenza.
Lo stesso titolo, che sulle prime mi pareva rappresentare un buonismo che non condivido e in cui non mi riconosco, scopro invece che sta a rappresentare una sorta di "j'accuse", una polemica rigirata a testa in giù per camuffarla, per denunciare la smisurata quantità di orrori e ingiustizie che un essere umano è costretto a subire o anche solo a vedere. È un titolo quasi comico, per spiegarlo bene dovrei ripercorrere il romanzo passo-passo, quindi se a uno interessa tantovale leggerselo perché è una cosa breve.

Il racconto mette in mostra millemila storture ma senza esprimere giudizi né rancori.
Racconta la parte bella, la parte "sana" della sanità, ma non nasconde sotto il tappeto la parte malata (leggasi: gli infermieri menefreghisti, i medici che ti fanno una domanda e poi nemmeno ascoltano quel che gli stai rispondendo, ecc.). Racconta che dopo la malattia, gli interventi e le torture, c'è chi ne esce sentendosi a credito e chi invece si sente in debito, ma non stabilisce quale sia davvero la parte giusta o sbagliata. La boccata d'aria fresca sta in questo: racconta con tono leggero ma non giudica niente e nessuno. Quattro stelle e mezza, è stata una splendida sorpresa. 

venerdì 7 agosto 2026

Vita e morte di un ingegnere - Edoardo Albinati

 Non mi piace il modo in cui usa i congiuntivi, non mi piace tutto questo saltabeccare da un argomento all'altro con gran condimento di riempitivi. Però qua e là ci sono sprazzi di luce, direi quasi che si percepiscono dei "lampi di verità assoluta". E allora, significa che in queste pagine c'è una dose di sincerità. Però mi è mancata la profondità, sia nel tema della malattia che nel tema del rapporto padre-figlio, genitori-figli. Certo, non è semplice arrivare ad avvicinarsi a toccare il fondo di una questione senza fare della filosofia a buon mercato. Ma se uno, per evitare la filosofia spicciola, si limita a saltabeccare da uno scoglio all'altro, in una supposta ricerca di "concretezza", beh, in questo modo il fondo del problema (o tema) non lo toccherà mai. Figurarsi sviscerarlo.


Nella seconda parte (quella che dovrebbe essere più "clinica"), il tutto peggiora sensibilmente. Cadute concettuali (come quando per usare una metafora parla di due rette parallele che si incrociano lontanissimo... ma se sono parallele non dovrebbero incrociarsi mai, all'infinito!?!); cadute di stile (come il voler parlare delle cure cui viene sottoposto il padre salvo poi ammettere candidamente di non saperne niente e non averci capito niente).
In questo caso io sono una lettrice polemica e pignola e presuntuosa perché ho vissuto su di me, in prima persona, le esperienze che qui occorrono al padre. Altre recensioni osservano che in questo racconto la classe medica e dei sanitari in generale non ci fa una gran figura. Eppure posso assicurare che a me sono accaduti episodi molto più gravi e scandalosi. Uno potrebbe dire: sì, ma lui è morto mentre tu sei qui viva che scrivi... è vero, ma ciò è dovuto principalmente alla casualità, fattore non trascurabile in tema di oncologia.
Mi ha un po' disturbato anche il modo in cui Albinati attribuisce al padre un che di eroico allorquando questi reagisce in modo pacato e serafico alla sentenza (ai parenti e amici schierati dice solo "andiamo a bere qualcosa?"). Già, c'è chi in quell'istante si dispera e si mette a piangere, ma io quel giorno ho reagito allo stesso identico modo che viene raccontato qui nel libro, eppure non mi sento eroica e nessuno mai mi ha fatto i complimenti, né allora né tantomeno adesso
(risalgo in macchina, in mano ho la busta contenente l'esito della RM, quella definitiva. Apro e leggo. Lui mi chiede: cosa c'è scritto?
Io: Sarcoma
Lui: Cosa vuol dire?
Io: Un tipo di tumore. Adesso possiamo anche andare a mangiare qualcosa).

No, a dire il vero una volta c'è stata una dottoressa che mi ha fatto i complimenti per come ho gestito un momento a dir poco critico della faccenda, ma in realtà non si era accorta che quello che lei stava scambiando per aplomb e autocontrollo in realtà era solo sfinimento, in pratica l'anticamera della morte. Questa cosa Albinati sembra averla intuita, ricordando suo padre. Un punticino a favore.

La tremenda scoperta che non sempre - non necessariamente - la malattia apre il cuore delle persone e tira fuori il loro lato migliore e la solidarietà e la fratellanza umana e tutta quella roba lì... più di frequente la malattia enfatizza ed acuisce i difetti già presenti - sia del malato che dei familiari e delle persone a lui vicine: chi è chiuso si chiude ancora di più, chi è caustico si inacidisce ancora di più, chi è già aggressivo di suo, beh, Dio ce ne liberi e scampi... ecco, la scoperta di questo meccanismo perverso sembra sorprendere l'autore, ma per me è già storia antica, non mi racconta niente di nuovo. Speravo di trovarci qualcosa di più profondo e illuminante rispetto i tanti coming-out e coming-up che imperversano in ogni dove, e invece ho trovato un testo buttato giù nella fretta, nell'urgenza del momento. E ci mancherebbe, sono proprio questi i momenti in cui sorge l'urgenza di scrivere. Però, se uno poi vuole pubblicare anziché chiudere in un cassetto, dovrebbe procedere con la limatura, la revisione, taglio alcune ripetizioni di qua, mi allargo a spiegare un po' meglio di là...

...non ci siamo, pur con tutto il rispetto per i temi e i soggetti trattati, esito della lettura: non soddisfacente.

giovedì 6 agosto 2026

Di guerra e di noi - Marcello Domini

 Insomma, una sufficienza molto stiracchiata. Pur non arrivando ad entusiasmare (né con i contenuti, né con la scrittura), il romanzo è abbastanza lungo per coinvolgere il lettore e fargli venire la curiosità di sapere come andrà avanti la vicenda, inserita all'interno di uno spezzone di Storia Italiana - dal '18 al '45 - stra-usato e stra-conosciuto ma che arriva sempre a coinvolgere ed interessare.

Anyway, le sinossi che parlano di "vicende della famiglia Chiusoli" o addirittura di "epopea popolare" sono completamente fuori strada. Sarebbe più chiaro dire: con la scusa dei due personaggi inventati - i fratelli Ricciotti e Candido Chiusoli - in realtà si parlerà pochissimo di Candido, un poco di Ricciotti, molto di più della biografia di Arpinati, nel bene o nel male, con aggiunta di una certa dose di cronache e curiosità bolognesi dell'epoca. Ecco, sarebbe più corretto dire: biografia dell'Arpinati dal punto di vista di un suo figlioccio acquisito.

Per il resto, i difetti purtroppo sono tanti e comuni a tanta letteratura italiana contemporanea: molto Tell e poco Show, dialoghi improbabili chiaramente figli dell'info-dumping, oltre che della teatralità non richiesta e non necessaria. 

mercoledì 29 luglio 2026

In risaia - Marchesa Colombi

 Scrive bene, Madama la Marchesa, talmente bene che al linguaggio antiquato e ai termini desueti ci si fa subito l'orecchio, e ci si può lasciare avvolgere piacevolmente dalla lettura come da un vecchio e comodo tabarrone.

Del resto, se la scrittura è antiquata, non altrettanto si può dire dei temi che invece sono modernissimi e attualissimi, e la semplicità del racconto non ne sminuisce, anzi, casomai ne sottolinea l'importanza.

Imprescindibile per chi ha già letto ed apprezzato il Matrimonio in provincia: le due storie sono completamente slegate l'una dall'altra, eppure si richiamano tra loro con echi particolari e si integrano a vicenda.

lunedì 20 luglio 2026

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi

 Credevo che fosse un più romanzo, e invece è quel genere di diario/saggio/zibaldone che faccio proprio fatica a sentire nelle mie corde.


Quoto e sottoscrivo chi l'ha definito confusionario, frammentario, un miscuglio pesante e poco leggibile cui manca l'indispensabile nota di autenticità. Dialoghi artefatti, poco plausibili e poco realistici anche per la sceneggiatura di un film, ma che dico, perfino per la sceneggiatura di una fiction di basso livello. Scrittura mediocre con una gran quantità di frasi fatte, non riesce a trasmettere le emozioni.
L'autrice vuol fare un po' (un po' tanto) il professor Keating ma non arriva ad assomigliargli nemmeno da lontano, arriva ad assomigliare solo vagamente a quella professoressa Watson, quindi solo una brutta copia della brutta copia.

<i>Mahshid è una ragazza perbene [...] ha la pelle chiara come un raggio di luna gli occhi a mandorla e i capelli nerissimi

Quella più a destra in jeans e maglietta bianca è Manna la nostra poetessa. Manna riusciva a trovare briciole di poesia anche in cose che la maggior parte della gente considera insignificanti. La foto non rende giustizia alla profondità dei suoi occhi scuri...

Yassi era la più giovane del gruppo [...] l'avevamo soprannominata "la comica". Era timida ma per certe cose si scaldava perdendo qualunque inibizione

Mitra, forse la più mansueta di tutte noi, simile ai colori pastello dei suoi quadri. Era come se sfumasse di continuo in una tonalità sempre più tenue. Due deliziose fossette ne rendevano meno scontata la bellezza, e Mitra se serviva per abbindolare vittime inconsapevoli... </i>

Le figurette delle ragazze sono piatte e insipide, più l'autrice si affanna a cercare di distinguerle e caratterizzarle ciascuna con il suo colore, ciascuna con la sua indole ben precisa, e più ottiene l'effetto contrario ossia di scadere nella piattezza e nella banalità (un po' come quando uno, per spiegarti "Occhi di gatto" ti dice "la bionda, la bruna e la rossa": per un libro che vorrebbe essere femminista questo significa fare quattro passi indietro invece di farne uno avanti). Se uno volesse mettere in pratica la solita solfa del "show, don't tell", dovrebbe lasciare che fossi io lettrice a scoprire qual è quella mansueta, qual è quella ribelle e qual è quella comica.

Quanto ai temi principali del libro: la deprivazione della/e libertà è cosa dura e grave. Proprio per questo il maggiore difetto del diario-cronaca salta all'occhio sin dall'inizio: non arriva al cuore del problema, non arriva a scalfirne il nòcciolo. Vista da queste pagine, sembra che la libertà sia solo questione di acconciatura, di capelli sciolti e di tinta del rossetto e dello smalto. Può essere un punto di partenza per un discorso, ma non può essere il punto di arrivo. Perché se l'aspetto estetico, lo stile esteriore che ognuno di noi sceglie per sé stesso/a, se veramente è questo il punto di arrivo di ogni discorso sulla libertà, allora mettiamoci l'anima in pace perché siamo tutti quanti sotto una immensa dittatura, roba che l'ayatollah gli fa un baffo (chiamatela Dio, o Natura o Fato o come più vi aggrada). Se invece la libertà è qualcos'altro, qualcosa di più di una mera faccenda estetica, beh, allora parliamo dell'altro e lasciamo perdere l'estetica. Libro bocciato su tutta la linea. 

mercoledì 15 luglio 2026

Un matrimonio in provincia - Marchesa Colombi

 Dal buco della serratura, si sbircia nelle stanze di un'Italia che non c'è più. No, pardon, ricomincio.

Dal buco della serratura, si sbircia nelle stanze di un'Italia che si perpetua ancora e ancora, in forme e tempi che si sono adeguati al contesto e al secolo e pretenderebbero di darti l'idea di modernità e di evoluzione e di poter vivere - noi, oggi - nel migliore dei mondi possibili. E invece no, siamo sempre e comunque in quel pantano. Oggi siamo ancora alle prese con gli stessi identici guai di allora - fatte le dovute attualizzazioni e contestualizzazioni e proporzioni - ma un'ironia così fine e deliziosa, questa invece possiamo proprio scordarcela. Mi spiego meglio: la sottile ironia con cui l'io-narrante qui si auto-commisera, è una cosa che gli scrittori/trici contemporanei proprio non sanno fare, né punto né poco. Fine della storia. 

martedì 14 luglio 2026

I beati anni del castigo - Fleur Jaeggy

 Nei commenti a questo racconto (romanzo breve) si parla spesso di scrittura affilata e chirurgica, ma a me pare invece una scrittura piuttosto svagata e sbrancata, un flusso di coscienza vagamente ripetitivo. A pag.56 (su 103!) sono già dell'idea che (se) la stia tirando troppo per le lunghe. Ad essere affilata, casomai, è la protagonista con il suo carattere; ma in verità non è dato sapere se lei è veramente così o se è l'immagine che vuole dare di sé alle compagne di collegio e al mondo intero.

Racconta l'adolescenza in maniera funerea - o forse proprio funebre. Il che è certamente più idoneo rispetto le storie in cui viene dipinta (l'adolescenza) come un mondo felice e spensierato. Questo glielo concedo.

Inizialmente credevo di essere alle prese con una storia affine (per tematiche e ambientazioni scolastiche) a <i>Un anno di scuola</i> di Stuparich, e solo dopo mi sono resa conto della somiglianza con la Lispector.
Mi aspettavo di trovare, nel finale, uno scossone: che l'autrice inventasse il modo di assestare un vero e proprio schiaffone al lettore. E invece il discorso muore nella stessa apatia in cui era cominciato. Nel complesso, una lettura insipida e deludente.

lunedì 13 luglio 2026

La bambola di porcellana - Kristen Loesch

 La trama in soldoni e senza spoiler: saga familiare, dal punto di vista prevalentemente femminile, a cavallo tra XIX e XX sec, con la narrazione che si sdoppia su due binari paralleli - quello degli anni novanta del XX Sec, e quello che parte dalla fine del XIX Sec. La vicenda familiare è intricatissima-ingarbugliatissima, a cavallo non solo tra due secoli ma anche tra due epoche, tra due mondi (aristocrazia e proletariato), tra due paesi (Russia e Inghilterra), tra diverse filosofie, tra un padre matematico e una madre che racconta favole popolari, tra il detto e il non detto, insomma tra mille opposti che finiscono per attrarsi oppure scontrarsi tra loro. Tra la voce onnisciente e la voce della protagonista che rimangono sempre ben distinte e separate. La protagonista vorrebbe tagliare i ponti e i dubbi riguardanti il suo passato ed iniziare una nuova vita, e invece le sue ricerche di un chiarimento definitivo prenderanno una piega inaspettata.


Me lo sono abbastanza goduto, quello di cui avevo bisogno era una favola tradizionale.
La trama è tutto sommato abbastanza ben congegnata perché le svolte e i colpi di scena non sono mai telefonati; dalla seconda parte in poi si ha la sensazione che metta troppi ingredienti in tavola: per essere in grado di gestire tutta questa carne al fuoco ci vorrebbe un Pasternak, ma in realtà con questo romanzo siamo ben lontani da Živago, in comune c'è giusto giusto l'ambientazione, checché ne dica il new york journal of books nella citazione in quarta di copertina; nella terza parte percepisco una maggiore solidità, una miglior robustezza e concretezza dell'impianto (paradossalmente, anche nelle parti di pura invenzione e di favola: perché sono bene innestate nella Storia). Rilevo alcune ingenuità: sia nella trama, che nella struttura, che nelle scelte lessicali. Ingenuità nella costruzione del "cattivo", che si scoprirà essere mosso da motivazioni veramente  irrilevanti ed improbabili. E soprattutto, indulge troppo nelle dinamiche tipiche della telenovela (del tipo: quello che credevi tuo padre si scopre che in realtà non è tuo padre; quella che credevi fosse tua sorella in realtà non è tua sorella; chi era creduto morto in realtà si scopre che non è morto, ecc ecc) ed è per questo che non arrivo ad accendere la quarta stella. Però c'è la suspense, ci sono ambientazioni d'atmosfera, ci sono frasi e citazioni intelligenti e non buttate a casaccio; un'altra cosa intelligente è il modo in cui riesce a trasporre in un romanzone lo spirito dei brevi racconti popolari russi (come le Veglie di Gogol) ed esegue questa trasposizione senza snaturare il tutto e senza troppe sbavature; dunque c'è una buona sufficienza. 

giovedì 2 luglio 2026

Taras Bul'ba - Nikolaj Vasil'evič Gogol'

 Per una forma di rispetto non posso scendere sotto le tre stelle, però devo ammettere che la lettura non è stata di grande soddisfazione, non sono riuscita ad entusiasmarmi come speravo; i miei trisavoli cosacchi mi sono piaciuti di più come li hanno raccontati Tolstoj e Babel'.


martedì 23 giugno 2026

Ferito a morte - Raffaele La Capria

 Which witches wishes?


Questo è quello che ci si aspetta da uno Strega: se proprio non è da cinque stelle, per lo meno son quattro e mezza. Ma anche no: dopo un intero pomeriggio trascorso a "rovistare" il romanzo per analizzarlo alla luce dei saggi in appendice, facciamo che qui le cinque stelle ci sono eccome.

Sorpresa, sorpresa: un libro celebre che è ormai divenuto un classico degli anni duemila - e sto parlando de La vita in tempo di pace di Pecoraro - scopro solo ora quanto sia debitore a questo classico e premio Strega degli anni sessanta: è evidente come Pecoraro si sia ispirato da qui per il tono della narrazione, la struttura (zompettando dalla prima alla terza persona e viceversa); chiamare la città non con il suo proprio nome bensì con un appellativo simbolico e descrittivo; e tutto sommato anche per temi e vicende e contenuti.
Comunque sia, quanto mi era piaciuto quello, tanto e a maggior ragione ho apprezzato questo.

La mescolanza/sovrapposizione di flussi di coscienza ne fa un quadro cubista. L'ambientazione partenopea fa sì che i toni del quadro siano essenzialmente il blu del mare, il turchese del cielo, l'argento dei pesci, i toni terrosi del tufo. Il bianco delle ville a picco sul mare, il nero antracite ruvido degli scogli. Niente male per una lettura a cavallo del solstizio.

La ferita del titolo altro non è che un malinconico e gattopardesco modo di considerare la città di Napoli: "Viviamo in una città che ti ferisce a morte o t'addormenta, o tutt'e due le cose insieme."

La trama è nebulosa finanche insignificante, come altri premi Strega di quegli anni. Anzi, qui ancora meno, è una non-trama con un non-protagonista, qui gli unici temi e unici protagonisti sono Napoli e il trascorrere del tempo. Ci sono persino riferimenti alla rivoluzione del 1799 (che non avrei saputo cogliere se non avessi letto La Sanfelice, Dumas Santo Sempre).
" ... inutile è ostinarsi, mai più, mai più uno di quei giorni di prima, uno solo, ritroverai per caso una mattina. Tieniti quello che ti spetta, ad ognuno il suo, solo il modo è diverso, fanne un mistero se vuoi ma non un dramma, vivi se ti va, e se ti va di lasciarti morire, lasciati morire."

L'esperienza della guerra non ha, per questi ragazzi, il peso che ci si aspetterebbe e che invece si trova in altri libri che descrivono quegli anni: i bombardieri che passano sopra le loro teste sembrano più che altro un temporale estivo, ci si ripara un attimo aspettando che passi. Ma credo sia una cosa voluta, una parte non irrilevante della napoletanità. Uno potrebbe dire alzando le spalle: ...so' guaglioni...

L'alternanza tra discorso diretto e indiretto, l'altalenanza prima/seconda/terza/quarta persona, tutto questo si riesce a seguirlo e crea una bella coralità. Piuttosto ho rischiato di far fatica a tenere a mente la ridda (o mitragliata) di nomi di personaggi e comparse e comparsate varie, ma d'altro canto è un testo breve, rischio scongiurato.

I piani temporali sono sfalsati e procedono in una continua sovrapposizione.
Il lessico è particolarmente levigato e ricercato e giocoso, anche quando a parlare/pensare sono personaggi di popolo e un po' ignoranti, il lessico è comunque frutto di attenta scelta - e in ogni caso una scelta sempre attinente e pertinente con il personaggio.
Non solo gioca con le parole, ma sa anche fare auto-ironia: se da un lato si attarda in descrizioni perfettamente hemingway-ane, poi dall'altro lato si prende in giro da solo facendo dire a Ninì: "Pure se ha letto tutto Hemingway, sempre ridicolo è."
Se fossi un'esperta e/o intenditrice, potrei azzardare di scrivere che è un perfetto prototipo di romanzo postmoderno. Condensato in poche pagine.

Ma siccome non la sono, mi limito ad annotare:
- qualche volta so trovare soddisfazioni al di fuori della mia comfort zone, e già questo è un poco di bravura;
- con la mia vecchia, orrenda manìa della lista dei Premi Strega, ho preso delle sonore batoste ma mi sono anche messa in casa ottime letture, come questa.
E poi cito Pomilio: "Uno dei miracoli del libro sta nell'essere riuscito a condensare in poche pagine tanta mole di problemi, tanti piani di lettura."

In appendice a questa edizione, un dossier di sei saggi che provano ciascuno a interpretare il libro: a mio avviso il migliore quello di Starnone del 2006. Divertente anche Colombati che si intrufola abusivamente a Palazzo Donn'Anna.

sabato 20 giugno 2026

The idea of you - Robinne Lee

 Frizzantino e scioccherellino al punto giusto, scrittura accettabile per una letturetta da ombrellone. Le strizzatine d'occhio a metoo e a blacklivesmatter mi sembrano più che altro occhiolini alle lettrici per dire loro: "vedete? Non ci metto solo la storia d'amore e le scene erotiche, ci sono anche i temi impegnati!"

Non approfondisco oltre perché c'è poco da approfondire; tuttavia prendo nota del fatto che c'è chick-lit e chick-lit: in altre occasioni, quando ho fatto un tentativo con la letturetta leggera, è andata a finire che mi sono ritrovata a recensire parlando di spazzatura; in questo caso posso dire che è stato rispettato il target: non al di sopra ma nemmeno al di sotto. 

sabato 13 giugno 2026

La lunga attesa dell'angelo - Melania Mazzucco

 Per buona parte della lettura ho creduto che l'angelo di cui al titolo fosse il manichino che Tintoretto teneva appeso al soffitto del suo studio; poi c'è un passaggio in cui si dice che è Marieta, la figlia del Tintoretto, ad essere l'angelo bianco; e poi solo alla fine si scoprirà che il titolo si riferisce ad una citazione tratta da Sylvia Plath: versi bellissimi anche se non li ho capiti né punto né poco.

I miracoli avvengono,/se vogliamo chiamare miracoli quegli spasmodici/scherzi di radianza. Ricomincia l'attesa, /la lunga attesa dell'angelo,/di quella rara, aleatoria discesa.

Jacomo Robusti ormai anziano e malato racconta sé stesso, la sua storia, la sua famiglia, la sua città, il suo secolo e soprattutto il suo più grande amore, in un dialogo con Dio che è preghiera e al tempo stesso rimprovero per non esser stato ai patti.
Questo è davvero un lavoro ben fatto, un mixage pressoché perfetto di tutti gli ingredienti necessari alla riuscita del romanzo storico: la lingua, i costumi, le abitudini, gli oggetti... non si trova una virgola fuori posto. La completezza e la densità sono le principali caratteristiche di questo lavoro. Completezza sia dal punto di vista micro che di quello macro: della storia, della geografia, dell'arte. Poi c'è una storia d'amore rara e difficile da maneggiare, tale da poter essere paragonata soltanto con quello che riesce a fare Max Frisch.
Inoltre, vi ho trovato diversi spunti in sintonia con le idee che mi frullano per la testa ultimamente: questo non sarà un merito diretto dell'autrice, ma certo è uno di quei fattori che ben predispongono nei confronti del libro.
Induce a una lettura lenta ma la cosa di per sé non è negativa. Tuttavia l'elevata densità (di informazioni, di aneddoti, di riflessioni, di tutto...) fa sì che il racconto si renda via via più lento e poi ridondante. La mancanza - non dico di leggerezza ma... - di una certa levità, è la sola ragione per cui mi fermo a quattro stelle e mezza anziché arrivare a cinque. Anyway, ce ne fossero di più di opere di questo livello.

E mentre il mio servo mi parlava, mi è tornato in mente il nostro ultimo giorno, e ho cercato di allontanarlo. Perché non l'ultima volta si deve ricordare, ma la prima. La prima volta che le cose accadono, quando accadono per sempre.

lunedì 25 maggio 2026

Terre Rare - Sandro Veronesi

 Quando avevo letto Caos Calmo - più o meno in contemporanea alla premiazione Strega - vi avevo trovato un che di geniale.

Ora quell'aria (o aura) di genialità mi è un po' sparita - vuoi perché come lettrice sono diventata più noiosona e più difficile agli entusiasmi; vuoi perché questo è un sequel e la caratteristica intrinseca del sequel è una certa dose di ripetitività - e non so definire con esattezza da cosa sia stata rimpiazzata.

La lentezza del racconto: se da un lato stanca, dall'altro è anche il suo bello e gli dà un che di rassicurante. Poi, verso la fine della prima parte, la musica cambia: inizia a delinearsi una storia con fuga e ripartenza da zero, insomma la cosa si fa più interessante. Poi si scoprirà che non di fuga vera e propria si tratta, ma di una certa qual ripartenza, questa sì.

Anyway: tre stelle per il modo in cui i due romanzi si integrano e si completano a vicenda dal punto di vista delle dinamiche familiari e tutto sommato riescono a contemplare una storia d'amore che si snoda su dieci e passa anni. Poi aggiungo un'altra stella perché nei ringraziamenti finali si dice che il romanzo, se avesse un senso, sarebbe dedicato al cane appena deceduto. E nella dedica iniziale il romanzo viene effettivamente dedicato al cane, sì, ma a quello nuovo nel frattempo sopraggiunto. Qualcuno potrebbe storcere il naso: confusione di intenti? Egoismo-superficialità-menefreghismo? No, io ci trovo un modo interessante di chiudere un cerchio. 

mercoledì 13 maggio 2026

Che cosa ti aspetti da me? - Lorenzo Licalzi

 Un' ottima lettura, sotto tutti gli aspetti; concordo anche io con le altre recensioni laddove scrivono che la terza parte perde di mordente rispetto le prime due.


Riparto da dove ero rimasta con l'ultima recensione: dicevo che il tempo per leggere è troppo poco e troppo prezioso per sprecarlo con storie di cui ci si è accorti non frega un bel niente di niente sapere come va o non va a finire. Viceversa, quando si incontra un bel personaggio e si entra in sintonia con la sua voce, anche se la sua è una storia semplice e finanche banale, si resta volentieri a sentire quello che ha da dire, da raccontare, da osservare. Questo protagonista è un anziano professore fisico nucleare in una casa di riposo, ma in realtà le sue osservazioni si rivolgono a tutto il mondo, non solo a quello dentro la casa di riposo ma anche a quello che c'è di fuori. Il modo in cui se la prende con l'ipocrisia, con l'ignoranza, il modo in cui smonta luoghi comuni e leggende metropolitane, tutto si può applicare alla vita di ognuno, non solo e non necessariamente di un anziano. Tante le riflessioni che calzano a pennello se si pensa alla vita di persone malate, portatori di handicap e/o non autosufficienti. Già il titolo la dice lunga, perché in quel passaggio vuole parlare del peso delle aspettative altrui, e questa è una cosa che riguarda proprio tutti, giovani e vecchi, sani e ammalati.

Non cerca la lacrimuccia facile, non rincorre le frasette stile Baci Perugina, parla una lingua fatta di sorprendente normalità. Ammettiamo pure che verso il finale cerchi un po' di fare la morale, ma quest'anno sto inciampando in così tanti libri bruttini che ne basta uno "medio" come questo per riappacificarmi un poco con il mondo.

domenica 10 maggio 2026

Devozione - Charlotte Wood

 Convitati allo Stone Yard.


Prime impressioni molto positive: scrittura limpida, idea per l'ambientazione originalissima, trama inconsistente ma di quell'inconsistenza piacevole.

E poi invece va a finire che sto leggendo una storia in cui si verifica un'invasione di topi, la cosa mi ha recato non poco disturbo. Tutto il resto, tutto quello che poteva esserci di buono nel romanzo, mi è passato non in secondo ma in terzo o quarto piano. Di solito non sono impressionabile, ho letto libri in cui si descrivono le peggiori violenze e li ho letti senza fare una piega. Qui invece il senso di sporco mi ha dato fastidio, va a sapere il perché.
Ma poi ancora - sorpresa, sorpresa - ecco che vedo spuntare il tema della reunion (casuale, in questo caso) di alcuni compagni di classe, un tema che dopo Mari mi farà per sempre venire l'orticaria. Si vede che dove ci sono i compagni di classe, deve necessariamente esserci la pietra nel titolo.
Once again, abbandono. Il tempo per leggere è troppo poco e troppo prezioso per sprecarlo con storie di cui ci si è accorti non frega un bel niente di niente sapere come va o non va a finire. 

venerdì 8 maggio 2026

De Amore - Andrea Cappellano

 Dapprima espone concetti e casistiche esemplificative che rispondono in tutto e per tutto a quel che già ben sappiamo dell'amor cortese. Le parole gentili che lui deve dire a lei, quali doni conquisteranno il cuore e le attenzioni di lei, e via discorrendo.


In seguito incolpa le donne di tutti i mali e tutti i peccati del mondo: le donne sono tutte traditrici, tutte lussuriose, tutte avide, tutte golose, e via discorrendo. È uno scritto dell'epoca pertanto su questo fronte non mi scandalizzo e non mi scompongo.

Ma come si conciliano le due parti del ragionamento? Manca il meccanismo che faccia da cerniera tra una cosa e l'altra. Senza questo, non ho modo di comprendere il punto di vista dell'epoca. Peccato.