Bella storia sempre attuale. La vicenda narrata è una favola al tempo stesso antica e moderna.
Il periodare un po’ scomposto - forse funzionale al dipinto di disperazione che l’autore vuole fare, specie nella prima parte - rende la lettura non del tutto scorrevole. Fa anche sì che i personaggi inizialmente non suscitino empatia. Per quanto riguarda l’oltretorrente, se si vuole trovare le immagini giuste e l’atmosfera giusta per immergersi nei suoi borghi, trovo che l’abbia fotografato meglio Cacucci.
Qui Bevilacqua riesce però a dipingere bene certi sentimenti e sensazioni della vita quotidiana, di quando la vita ti delude: se non riesce a dare un nome a questi sentimenti e sensazioni, per lo meno riesce a darne un’immagine a tinte forti. Quel che mi è piaciuto della storia è che va ad individuare il lato scuro, il lato sporco delle cose e lì inizia a scavare - come diceva la Mazzantini in un‘intervista a proposito di ‘Non ti muovere’. Il lato scuro della società, della vita, della città, delle persone, dell’uomo, della donna, della luna.
Nella quarta di copertina targata 1971 leggo che la storia della Califfa è una metafora della storia recente d’Italia, con la sua ricerca di riscatto, dunque questo personaggio femminile sarebbe una specie di allegoria della nazione. Forse all’epoca ci si poteva anche sperare, ma dal punto di vista dei giorni nostri si può ormai tranquillamente dire che non è così: la Califfa ha troppa memoria e troppo cuore per poter somigliare a questa nazione. Certo ha le sue crisi e le sue contraddizioni, decide di prendere la vita come viene e di cogliere le occasioni che le si presentano ma non per questo è completamente opportunista - ipocrita - voltagabbana: ha comunque una sua coscienza, ha i suoi limiti che non vuole oltrepassare, e alla fine impara la lezione del “l’importante è essere vivi!” e “l’importante è che io sono io!”.
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