Un romanzo che ha la
trama di una tragedia greca ma è costruito con il materiale delle fiabe, un
materiale fantasioso e simbolico. Una avventura emotiva avvincente e
coinvolgente. E' un romanzo psicologico, più che di formazione in senso
classico. O forse si potrebbe definire di formazione psicologica.
Il libro scorre con
un ritmo piuttosto lento ed analitico, è di interpretazione non facile, o per
lo meno non immediata. La seconda parte, quella che descrive l'età ingrata di
Arturo, è pertinente e realistica; ma la prima parte, quella relativa all'infanzia,
è troppo fantasiosa e simbolica per essere semplicemente un'infanzia, deve
necessariamente essere l'allegoria di qualcos'altro, qualcosa di più, è per
questo che non saprei se definirlo il classico romanzo di formazione.
Arturo Gerace nasce
e cresce sull'isola di Procida, senza madre perché è morta di parto, senza
padre perché costui passa la maggior parte del tempo lontano da casa, senza
amici o vicini perché il padre considera costoro degli esseri inferiori e
indegni. Dunque il piccolo Arturo cresce completamente solo, libero e selvaggio
come fosse nel libro della giungla, adorando se stesso, e più di sé stesso solo
questo padre snaturato, lo venera letteralmente alla stregua di un Dio. La
cacciata da questo paradiso terrestre avverrà il giorno in cui il padre decide
di risposarsi e portare la matrigna nella casa a Procida: da quel momento per
Arturo inizierà una lunga sequenza di tragedie e traumi - reali o vissuti come
tali - che faranno crollare tutte le certezze che lui prima riteneva assolute e
universali: quando il corso degli eventi le avrà demolite una ad una, questo
significherà la rottura definitiva dell'incantesimo che lo teneva legato
all'isola. L'addio definitivo si realizzerà solo grazie ad un intervento
'esterno' quasi fiabesco, un deus ex machina.
La narrazione è
molto descrittiva ma mai noiosa: la scrittura è densa, gustosa, si sofferma sui
dettagli senza risultarne appesantita . Non ampollosa, non è ottocentesca ma
da' il senso di pienezza degli autori ottocenteschi.
E' tratteggiato in
maniera molto simile ad Agostino di Moravia ed in effetti sono entrambi due di
quei libri che di solito si pretende di propinare ai ragazzi, giovani e
giovanissimi, solo in virtù del fatto che il protagonista è un giovane… mi
viene in mente anche il piccolo principe di Saint Exupery: ma questi romanzi
'di formazione' non sono letteratura per ragazzi: sono fatti tutti di accenni e
sottointesi, sensazioni e prese di coscienza, e una lettura per ragazzi avrebbe
piuttosto bisogno di qualcosa raccontato e spiegato in maniera diretta ed
esplicita. Questo genere di libri è invece proprio per adulti: non ha lo scopo
di insegnare come 'diventare grandi' ma come guardarsi indietro, come
interpretare la propria storia e come fare il proprio bilancio. Come
interpretare e riconoscere sulla pagina scritta i propri difetti ed errori. A
tale scopo, il protagonista di questa storia si presenta come uno strano
ragazzino, è bambino e adulto al tempo stesso.
La voce narrante è
quella del protagonista che, poco più che ventenne, racconta le memorie della
propria infanzia fino al compimento dei sedici anni. E' una narrazione al tempo
presente, come a voler cristallizzare l'isola della sua infanzia in un 'per sempre'.
Ma in questa lettura, ogni cosa e ogni personaggio non è quel che appare: il
personaggio Arturo va interpretato, l'isola va interpretata, ogni singolo e
piccolo oggetto ivi descritto, deve essere interpretato.
Concordo con quanto
Gerboli scrive nella prefazione: alcuni oggetti presenti nella narrazione sono
i veri e propri amuleti della fiaba, ne rappresentano i punti cardinali. Anche
i sentimenti di Arturo nei confronti del padre, della madre, dell'isola, delle
donne, sono descritti come fossero incantesimi. L'isola rappresenta la vera
madre di Arturo, è come un utero dal quale egli vuole e non vuole andarsene. La
forma stessa dell'isola richiama l'idea di abbraccio, di inclusione, di
protezione.
La mia chiave di
lettura, la mia interpretazione è che Arturo rappresenti nient'altro che un
uomo immaturo e narciso, un adulto con una profonda nevrosi narcisistica. Odia
le donne in quanto odia quel che non conosce e non capisce. La sua gelosia è
una violenta tempesta di amore e di odio, un turbinio di emozioni per lui
indecifrabili. Prova una confusione di amore e odio perfino per se stesso.
Interpreta la maturità come un'apparenza di aridità e spietatezza. Ha
difficoltà a comprendere i propri sentimenti e a comunicarli, così come ha
difficoltà a comprendere i comportamenti altrui, se li spiega come qualcosa di
magico e misterioso. Il suo essere
adulto è interamente confinato nell'inconscio. Anche quando ammetterà a sé
stesso di essere geloso e di essere innamorato, non sarà in grado di interagire
con gli altri ed esplicitare questi sentimenti.
"E certo, io lo
credevo provocato dall'offesa, quel furore amaro, non da altro; ma può darsi
che, nella mia inconsapevolezza, io lamentassi già, invece, le pretese
impossibili del mio cuore. E le gelosie opposte e intrecciate, le passioni
multiformi, che dovevano segnare il mio destino!"
Più che una Odissea
al contrario (come dice Gerboli nell'introduzione, e questa mi pare un'idea
campata per aria), è un 'Into the wild' al contrario o più semplicemente una
cacciata dal paradiso: il cambiamento da una vita di solitudine, in un ambiente
selvaggio e separato dalla civiltà, verso il contatto e l'interazione con altri
esseri umani. Questo passaggio dalla bestia all'uomo civile è raccontato anche
in 'Padre padrone', ma quest'ultima è una storia vera, e mentre Gavino Ledda fa
un resoconto reale di questo tipo di maturazione e guarda all'aspetto 'pratico' dell'entrata nel
mondo civile, la fiaba della Morante si sofferma più sull'aspetto psicologico
di un adulto con delle difficoltà.
E a proposito di
favola, il bambino Arturo che vive completamente solo, libero e selvaggio,
nella casa dei guaglioni lurida e disordinata come una caverna, preclusa a
tutti e in special modo alle donne, tutto questo contesto dalle strane regole
mi ricorda la Momo della favola di Michael Ende, che vive sola in una grotta
attrezzata ad abitazione.
Arturo non si lava,
ma il sole e il mare bastano a tenerlo sano pulito e asciutto, non si occupa di
cibo ma la sola isola con il suo contadino gli forniscono tutto quanto
necessario, non ha nessun tipo di contatto con il resto dell'umanità ma solo
per il fatto di avere in casa qualche libro è colto e istruito. Tutte queste
'magie' fanno parte del lato fiabesco del libro. Il piccolo Arturo presenta
tutti i difetti tipici del bambino, ma io credo che sia più che altro
un'allegoria della persona immatura, di un carattere geloso e narciso. La
maturazione imposta dal corso degli eventi lo porterà a precipitare in una
crisi nera, ma questo è per l'appunto quel che accade agli adulti che non sono
maturati a tempo e ora.
E' il romanzo degli
estremi, l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo si fondono: Arturo
rappresenta un ragazzino ma al tempo stesso anche un adulto, la piccola isola
rappresenta un piccolo ventre materno ma anche un intero universo, il padre è un
piccolo tiranno ma contemporaneamente rappresenta anche tutta la gente del
mondo, in quanto unico contatto di Arturo con il resto del mondo. Il livello
massimo di libertà in cui il protagonista vive coincide con una sorta di
stretta prigione. Un minuto nella giornata di Arturo sembra durare un'infinità
e viceversa.
Suppongo anche
questo sia un testo base nell'analisi del rapporto genitori-figli, e del modo
di vivere questo rapporto come amore-odio da parte del figlio verso il padre
quando non ha nessun altro punto di riferimento o ispirazione ed anzi proprio
dal padre stesso è stato tenuto isolato dal mondo e istigato ad odiare o
snobbare il resto del mondo; e come una
sorta di tranquilla indifferenza da parte del padre un po' snaturato verso il
figlio. Questo schema, che avevo già trovato proposto in 'Come Dio comanda' di
Ammaniti, sicuramente vede uno dei suoi cardini in questo testo della Morante.
Chi conosce bene il mito di Edipo, troverà poi ulteriore materiale,
similitudini e considerazioni da sviscerare.
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