Capolavoro, avrei
voluto leggerlo tutto d'un fiato e invece per forze di causa maggiore mi è
toccato sbocconcellarlo. La scrittura ottocentesca mi riconcilia con il mondo,
e inoltre qui De Roberto sa usare di un'ironia eccezionale che rende la lettura
a dir poco gustosa.
Un classico verista
è un libro due volte classico: doppia garanzia, per il lettore, di potersi
affidare alle pagine per sentirsi raccontare esattamente quello che cercava.
Nel momento in cui
giunge la notizia della morte di Teresa Uzeda principessa di Francalanza, il
lettore si trova nel cortile del palazzo e viene letteralmente investito da una
ridda di nomi, don, marchesi, duchesse, contini, cugini, cognati, servitori, leccapiedi
- altrimenti detti lavapiatti - e comparse di ogni genere. Partendo così dalle
vicende della famiglia Uzeda negli anni '50 del XIX sec, si snodano tante
storie siciliane, una dentro l'altra e una più antica dell'altra. Storie di
nobili e di viceré, di liti tra rivali e liti tra fratelli, storie di eredità e
di miseria, storie di antichi palazzi e conventi, storie di colera, di guerre e
di amori. E ovviamente anche storie di opportunismi economici e politici che si
inseriscono inesorabilmente nella storia dell'unità d'Italia. La linea
temporale del racconto è discontinua, parte dalla metà degli anni '50 fino alle
elezioni del 1882 con salti di un anno o due tra un episodio e l'altro.
Se la storia di
Filumena Marturano, nella trasposizione cinematografica è diventata
"Matrimonio all'italiana", "I Viceré" potrebbe benissimo
diventare "Famiglia all'italiana": tutti uniti nei particolari
momenti di difficoltà e quando devono confrontarsi con soggetti o fattori
esterni al nucleo familiare, ma sempre pronti a scannarsi tra loro per ottenere
un vantaggio personale, per primeggiare o per seguire una convenienza del
momento, dividendosi in due o più fazioni o più spesso in un tutti contro
tutti, specialmente nei casi che riguardano eredità e testamenti.
Senza
una trama o un intreccio veri e propri, il racconto ruota infatti tutto intorno
alle vicende relative al testamento della principessa defunta e alla divisione
dei beni, e vi si fotografa la situazione e la evoluzione della famiglia e del
contesto all'interno di cui essa si muove. L'unità d'Italia viene presentata
dal punto di vista di una famiglia di nobili, quindi gente che si sa muovere
bene per saltare sul carro del vincitore e raggiungere sempre i propri
obiettivi, hanno in famiglia un deputato, un sindaco, un
avvocato, una badessa e un priore, non restano
esterrefatti di fronte alle novità introdotte con il nuovo regno, come invece
accade ai poveracci, ad esempio come accade a Cecilia ne "Il mulino del
Po" quando deve andare in comune per regolare gli affari relativi al
matrimonio e al riconoscimento dei figli, una cosa che fino a pochi anni prima
era esclusivo appannaggio della parrocchia.
Esemplificativi e
significativi sono i finali di ciascuna delle tre parti che compongono "I
Viceré".
Al termine della
prima parte la famiglia ha finalmente un suo rappresentante al parlamento del
nuovo regno: "E vedi lo zio come fa onore alla famiglia: quando c'erano i
Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il parlamento, lo zio è
deputato!"
Al termine della
seconda parte, pur senza una frase emblematica, si fa più evidente lo sfacelo
morale, economico e fisico della famiglia - caratteristica comune non più solo
la cocciutaggine ma anche una certa forma incipiente di follia - che in nessun
modo è disposta a cedere dalla sua posizione preminente. Questo disfacimento
fisico, oltre che morale ed economico, viene osservato anche da Tomasi di
Lampedusa quando parla di ragazze imbruttite a furia di matrimoni tra
consanguinei.
Al termine della
terza e ultima parte, sono emblematici i due discorsi di Consalvo che si
candida a deputato: uno con il quale egli si presenta al pubblico e agli
elettori, e un altro, diametralmente opposto, con il quale egli si spiega e si
giustifica delle proprie azioni, a sé stesso oltre che alla zia. E la
conclusione da tutti già citata: "No, la nostra razza non è degenerata: è
sempre la stessa".
L'economia, la
politica, l'opportunismo: il contesto è ottocentesco ma il nocciolo della
questione presentata è estremamente attuale. Si apprende come, dalla notte dei
tempi, le tradizioni e i meccanismi del feudalesimo entrino direttamente nella
seconda metà del diciannovesimo secolo praticamente senza colpo ferire, questo
grazie al latifondismo ma anche grazie ai meccanismi della Storia in sé, che
cambia nella forma ma non nella sostanza. Anzi, direi proprio che si dimostra
con estrema chiarezza il feudalesimo che si trasporta materialmente, armi e
bagagli, nel ventesimo secolo. La frase che rende celebre 'Il Gattopardo',
ossia che occorre che tutto cambi affinché tutto resti com'è, è già qui ben
presente laddove Consalvo spiega che il mutamento, da un regime all'altro, da
un partito all'altro, è più apparente che reale: "La storia è una monotona ripetizione;
gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni
esteriori mutano […] ma la differenza è tutta esteriore. […] Il prestigio della
nobiltà non è e non può essere spento." E d'altro canto, non si può negare
che le teorie del giovane principe, il quale intende candidarsi come deputato,
siano perfettamente (e tristemente) aderenti ed applicabili alla realtà di
oggigiorno: "Egli sapeva che le dichiarazioni di democrazia non gli
potevano nuocere presso gli elettori della sua casta, poiché questi non lo
credevano sincero ed erano sicuri di averlo, al momento buono, dalla loro;
dall'altro canto sentiva che le accuse di aristocrazia non lo pregiudicavano
molto presso la gran maggioranza di un popolo educato da secoli al rispetto ed
all'ammirazione dei signori, quasi orgoglioso del loro fasto e della loro
potenza."
C'è una critica
feroce e pessimistica al risorgimento, così feroce come oggi nessuno credo si
permetterebbe di scriverne. Io stessa se qualche volta mi azzardo ad esprimere
la mia opinione sull'inno d'Italia che non mi piace affatto, trovo
immediatamente qualcuno pronto a replicare in maniera aggressiva. Figuriamoci
cosa si farebbe a uno scrittore che si permettesse di dimostrare in maniera
alquanto concreta che coloro i quali guadagnavano dal regime precedente, si
sono agilmente riciclati in quello successivo all'unità di Italia, e questo
senza avere particolari abilità o scaltrezze, anzi spesso contraddicendosi e
cacciandosi nei guai, e tirandosene fuori sempre e solo con la forza del
"lei non sa chi sono io".
Il paragone con
"Il Gattopardo" viene spontaneo in quanto le due storie sono
ambientate nella stessa terra, negli stessi giorni, con protagonisti tra loro
molto simili; ma qui per certi versi la storia viene raccontata al contrario:
mentre il principe di Salina si riconosce stanco, ammette che la nobiltà di cui
egli fa parte sta vivendo una decadenza sotto più punti di vista, e in un certo
qual modo accetta di mandare avanti i personaggi come Sedara perché tutto possa
cambiare affinché nulla cambi; invece qui gli Uzeda non sono affatto stanchi di
trafficare e faticare per mantenersi sulla cresta dell'onda, non ammettono
nessuna decadenza e non sono per nulla disposti a cedere un briciolo di quello
che credono loro prerogativa a un Palmi o a un Giulente.
Un protagonista che
non compare ne "Il gattopardo" è l'epidemia di colera che a più
ondate sospinge le genti a riparare nelle campagne.
Apparentemente
assenti in entrambi i romanzi le organizzazioni mafiose, che pure hanno radici
lontane nei secoli e che a quell'epoca dovevano essere già organizzate
parecchio bene.
Quanto amo il
romanzo ottocentesco. Questo "I Viceré" me lo sono gustato, per certi
versi, quanto "Il mulino del Po". I due libri hanno lo stesso senso
di grande epopea, lo stesso punto di fusione tra la Storia e le singole piccole
storie. Qui, nello specifico, c'è una epopea tutta di eroi in negativo, non ci
sono personaggi di cui innamorarsi come Lazzaro Scacerni, cui affezionarsi o
per cui provare anche solo empatia: ogni membro della famiglia ha i suoi
peculiari difetti che lo rendono odioso, ma sono di quei personaggi divertenti
che si lasciano odiare proprio con passione e con l'interesse per sapere di più
delle loro vicende. Le cinque stelle le riservo per i 'pezzi grossi', e questo
è uno di quelli.
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