giovedì 1 ottobre 2015

I Viceré - Federico De Roberto


Capolavoro, avrei voluto leggerlo tutto d'un fiato e invece per forze di causa maggiore mi è toccato sbocconcellarlo. La scrittura ottocentesca mi riconcilia con il mondo, e inoltre qui De Roberto sa usare di un'ironia eccezionale che rende la lettura a dir poco gustosa.

Un classico verista è un libro due volte classico: doppia garanzia, per il lettore, di potersi affidare alle pagine per sentirsi raccontare esattamente quello che cercava.

 

Nel momento in cui giunge la notizia della morte di Teresa Uzeda principessa di Francalanza, il lettore si trova nel cortile del palazzo e viene letteralmente investito da una ridda di nomi, don, marchesi, duchesse, contini, cugini, cognati, servitori, leccapiedi - altrimenti detti lavapiatti - e comparse di ogni genere. Partendo così dalle vicende della famiglia Uzeda negli anni '50 del XIX sec, si snodano tante storie siciliane, una dentro l'altra e una più antica dell'altra. Storie di nobili e di viceré, di liti tra rivali e liti tra fratelli, storie di eredità e di miseria, storie di antichi palazzi e conventi, storie di colera, di guerre e di amori. E ovviamente anche storie di opportunismi economici e politici che si inseriscono inesorabilmente nella storia dell'unità d'Italia. La linea temporale del racconto è discontinua, parte dalla metà degli anni '50 fino alle elezioni del 1882 con salti di un anno o due tra un episodio e l'altro.

Se la storia di Filumena Marturano, nella trasposizione cinematografica è diventata "Matrimonio all'italiana", "I Viceré" potrebbe benissimo diventare "Famiglia all'italiana": tutti uniti nei particolari momenti di difficoltà e quando devono confrontarsi con soggetti o fattori esterni al nucleo familiare, ma sempre pronti a scannarsi tra loro per ottenere un vantaggio personale, per primeggiare o per seguire una convenienza del momento, dividendosi in due o più fazioni o più spesso in un tutti contro tutti, specialmente nei casi che riguardano eredità e testamenti.

Senza una trama o un intreccio veri e propri, il racconto ruota infatti tutto intorno alle vicende relative al testamento della principessa defunta e alla divisione dei beni, e vi si fotografa la situazione e la evoluzione della famiglia e del contesto all'interno di cui essa si muove. L'unità d'Italia viene presentata dal punto di vista di una famiglia di nobili, quindi gente che si sa muovere bene per saltare sul carro del vincitore e raggiungere sempre i propri obiettivi, hanno in famiglia un deputato, un sindaco, un avvocato, una badessa e un priore, non restano esterrefatti di fronte alle novità introdotte con il nuovo regno, come invece accade ai poveracci, ad esempio come accade a Cecilia ne "Il mulino del Po" quando deve andare in comune per regolare gli affari relativi al matrimonio e al riconoscimento dei figli, una cosa che fino a pochi anni prima era esclusivo appannaggio della parrocchia.

Esemplificativi e significativi sono i finali di ciascuna delle tre parti che compongono "I Viceré".

Al termine della prima parte la famiglia ha finalmente un suo rappresentante al parlamento del nuovo regno: "E vedi lo zio come fa onore alla famiglia: quando c'erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il parlamento, lo zio è deputato!" 

Al termine della seconda parte, pur senza una frase emblematica, si fa più evidente lo sfacelo morale, economico e fisico della famiglia - caratteristica comune non più solo la cocciutaggine ma anche una certa forma incipiente di follia - che in nessun modo è disposta a cedere dalla sua posizione preminente. Questo disfacimento fisico, oltre che morale ed economico, viene osservato anche da Tomasi di Lampedusa quando parla di ragazze imbruttite a furia di matrimoni tra consanguinei.

Al termine della terza e ultima parte, sono emblematici i due discorsi di Consalvo che si candida a deputato: uno con il quale egli si presenta al pubblico e agli elettori, e un altro, diametralmente opposto, con il quale egli si spiega e si giustifica delle proprie azioni, a sé stesso oltre che alla zia. E la conclusione da tutti già citata: "No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa".

 

L'economia, la politica, l'opportunismo: il contesto è ottocentesco ma il nocciolo della questione presentata è estremamente attuale. Si apprende come, dalla notte dei tempi, le tradizioni e i meccanismi del feudalesimo entrino direttamente nella seconda metà del diciannovesimo secolo praticamente senza colpo ferire, questo grazie al latifondismo ma anche grazie ai meccanismi della Storia in sé, che cambia nella forma ma non nella sostanza. Anzi, direi proprio che si dimostra con estrema chiarezza il feudalesimo che si trasporta materialmente, armi e bagagli, nel ventesimo secolo. La frase che rende celebre 'Il Gattopardo', ossia che occorre che tutto cambi affinché tutto resti com'è, è già qui ben presente laddove Consalvo spiega che il mutamento, da un regime all'altro, da un partito all'altro, è più apparente che reale:  "La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano […] ma la differenza è tutta esteriore. […] Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento." E d'altro canto, non si può negare che le teorie del giovane principe, il quale intende candidarsi come deputato, siano perfettamente (e tristemente) aderenti ed applicabili alla realtà di oggigiorno: "Egli sapeva che le dichiarazioni di democrazia non gli potevano nuocere presso gli elettori della sua casta, poiché questi non lo credevano sincero ed erano sicuri di averlo, al momento buono, dalla loro; dall'altro canto sentiva che le accuse di aristocrazia non lo pregiudicavano molto presso la gran maggioranza di un popolo educato da secoli al rispetto ed all'ammirazione dei signori, quasi orgoglioso del loro fasto e della loro potenza."

C'è una critica feroce e pessimistica al risorgimento, così feroce come oggi nessuno credo si permetterebbe di scriverne. Io stessa se qualche volta mi azzardo ad esprimere la mia opinione sull'inno d'Italia che non mi piace affatto, trovo immediatamente qualcuno pronto a replicare in maniera aggressiva. Figuriamoci cosa si farebbe a uno scrittore che si permettesse di dimostrare in maniera alquanto concreta che coloro i quali guadagnavano dal regime precedente, si sono agilmente riciclati in quello successivo all'unità di Italia, e questo senza avere particolari abilità o scaltrezze, anzi spesso contraddicendosi e cacciandosi nei guai, e tirandosene fuori sempre e solo con la forza del "lei non sa chi sono io".

 

Il paragone con "Il Gattopardo" viene spontaneo in quanto le due storie sono ambientate nella stessa terra, negli stessi giorni, con protagonisti tra loro molto simili; ma qui per certi versi la storia viene raccontata al contrario: mentre il principe di Salina si riconosce stanco, ammette che la nobiltà di cui egli fa parte sta vivendo una decadenza sotto più punti di vista, e in un certo qual modo accetta di mandare avanti i personaggi come Sedara perché tutto possa cambiare affinché nulla cambi; invece qui gli Uzeda non sono affatto stanchi di trafficare e faticare per mantenersi sulla cresta dell'onda, non ammettono nessuna decadenza e non sono per nulla disposti a cedere un briciolo di quello che credono loro prerogativa a un Palmi o a un Giulente.

Un protagonista che non compare ne "Il gattopardo" è l'epidemia di colera che a più ondate sospinge le genti a riparare nelle campagne.

Apparentemente assenti in entrambi i romanzi le organizzazioni mafiose, che pure hanno radici lontane nei secoli e che a quell'epoca dovevano essere già organizzate parecchio bene.

 

Quanto amo il romanzo ottocentesco. Questo "I Viceré" me lo sono gustato, per certi versi, quanto "Il mulino del Po". I due libri hanno lo stesso senso di grande epopea, lo stesso punto di fusione tra la Storia e le singole piccole storie. Qui, nello specifico, c'è una epopea tutta di eroi in negativo, non ci sono personaggi di cui innamorarsi come Lazzaro Scacerni, cui affezionarsi o per cui provare anche solo empatia: ogni membro della famiglia ha i suoi peculiari difetti che lo rendono odioso, ma sono di quei personaggi divertenti che si lasciano odiare proprio con passione e con l'interesse per sapere di più delle loro vicende. Le cinque stelle le riservo per i 'pezzi grossi', e questo è uno di quelli.

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