In occasione della mia prima lettura, cinque anni fa, mi concentrai principalmente sui significati psicologici e i risvolti autobiografici dell'opera. Stavolta ho cercato di godermela un po' di più dal punto di vista narrativo e paesaggistico: funziona benissimo anche per questo verso.L'autunno, la steppa, il fiume, il villaggio, i monti incombenti. Funziona alla perfezione in qualsiasi verso lo si prenda, se così non fosse non sarebbe neanche Tolstoj.
Cinque stelle anche per la seconda lettura, niente da modificare alla mia prima recensione. Mi limito ad aggiungere qualche appunto riguardo le assonanze con altre opere famose: oltre al tema del rapporto con la natura, o ancora meglio di un ritorno alla natura, tema che come ben si sa verrà in seguito più ampiamente sviluppato da Tolstoj, ho osservato questa volta una netta somiglianza/assonanza con Le notti bianche: il giovane ed inesperto Olenin (alias conte Tolstoj) sembra dibattersi alla ricerca di una felicità che non solo non sa trovare, ma non sa neanche bene come catalogare: felicità è sacrificarsi per gli altri? Felicità è cercare solo il proprio bene personale e fare poi così, di riflesso, anche il bene degli altri (novello Adam Smith)? Felicità è essere accettati dagli altri? Felicità è amare o essere amati? Felicità è affare di un secondo o qualcosa che deve durare tutta una vita? Abbastanza sorprendente la lucidità e profondità con cui un giovanissimo Tolstoj sa analizzarsi e un po' anche prendersi in giro.
E a proposito del tema dell'essere accettato dagli altri, da quel gruppo di persone di cui si vorrebbe far parte, non so com'è ma mi è venuto alla mente il racconto di Thomas Mann, Tonio Krŏger : per quanto Olenin si sforzi, non riesce a fare in modo che i cosacchi lo sentano come uno dei loro. Non con i gesti di generosità, non cercando di imitarli, non con il solo stare in loro compagnia. E risulta ancor più paradossale che il principe Beleckij, senza fare sforzo alcuno per piacere ai cosacchi, anzi disprezzandoli alquanto, raggiunge tutti quegli obiettivi che Olenin non riesce a raggiungere pur applicandovisi al massimo: il principe riesce a integrarsi, a scherzare e a godere della loro compagnia, si fa anche la morosa, tutto quello che Olenin desidera e non raggiunge, lui lo raggiunge pur non desiderandolo. Ed è così che mi torna in mente Tonio in disparte che osserva Hans e Ingeborg.
Infine, la scena del duello finale cui Olenin desidera partecipare non solo per estremo tentativo di emulazione dei cosacchi ma anche per poter infine vedere di persona i montanari ribelli ceceni, riporta molto da vicino al Deserto dei Tartari di Buzzati. Il tenente Drogo questi tartari non arriverà a vederli mai, mentre Olenin ai suoi ceceni riesce a dare un'occhiata di sguincio, ma alla fin fine il risultato è il medesimo, è l'attesa spasmodica, è l'anelare a un qualcosa che non verrà mai raggiunto, l'impresa che si deve abbandonare ancora prima di averla potuta davvero iniziare.
Inizierei a rileggerlo daccapo anche subito.
Nessun commento:
Posta un commento