Ancora una volta, un libro iniziato senza saperne nulla di nulla: scelto solo per la copertina e per le dimensioni corpose. Esito dell'esperimento: milletrecento pagine con questo ritmo si tirano via con un po' di fatica, brutto a dirsi ma si poteva ottenere lo stesso effetto di suspense anche con un terzo di pagine in meno.
Di fronte a tanta imponenza avrei voluto - mi sarei sentita in dovere - dare cinque stelle, ma a ben vedere non devo rendere conto a niente e a nessuno, e la verità è che in più momenti mi sono ritrovata a dire "uh, come la sta tirando lunga...".A scuola, la prof di letteratura aveva preso il vezzo, in un certo periodo, di appiopparmi delle insufficienze, o sufficienze stiracchiate, perché diceva che nei miei temi ero logorroica. In effetti mi divertivo a scovare e scrivere più aggettivi e più avverbi laddove di solito uno solo basta e avanza. Mi chiedo allora cosa penserebbe adesso la prof di questo Occhiato, che si diverte a girare e rigirare intorno a uno stesso concetto, rispiegarlo ancora e ancora e ancora, aggiungendo variazioni infinitesimali. Pensandoci meglio, questa mania di ridire la stessa cosa cento volte usando cento aggettivi diversi, ce l'ha anche Victor Hugo: alcuni lo trovano un pregio e gli danno 5/5, altri la trovano un'imperfezione e si fermano a quattro, ma in ogni caso non è fuori luogo pensare di aver trovato, con Occhiato, un nuovo Hugo in edizione ionica.
Quindi, stavo ammettendo: ho faticato. Ad un'opera così mostruosamente monumentale (o monumentalmente mostruosa) ero ben disposta ad assegnare le cinque stelle del giudizio massimo; ma poi una mi tocca toglierla per l'estrema lentezza del ritmo, e un'altra ancora perché all'interno di una tale lunghezza-lentezza non c'era ragione di lasciare sospesi dettagli della trama con la solita giustificazione massima "...non si seppe mai cosa le disse..." oppure "...si portò nella tomba questo segreto...". E ancora: ci sono rami della narrazione che fino all'ultimo rimangono scollegati dal tronco della trama principale, sembrano vicoli ciechi, verranno ripresi e conclusi in maniera alquanto sommaria nell'epilogo. Ma soprattutto, la falla più grave di tutta la trama: non si specifica che fine fa il mostro infernale! È un vero peccato arrivare alla fine di una tale faticata senza gaudio magno ed entusiasmo stellare.
Lungo lunghissimo, lento lentissimo, ma resterà per sempre un'avventura letteraria con cui è valsa la pena di misurarsi. Oltre che corposo, è certamente scritto bene; innovativo, anzi oserei definirlo sperimentale sia per il linguaggio colloquiale-dialettale eppure a suo modo composto ed elegante; che per il contenuto in cui si mescolano antichità e contemporaneità.
Fatte le premesse, adesso, io, da dove parto per descrivere una cosa di queste proporzioni? Certo che han fatto prima al Saggiatore, a fare la quarta di copertina: "opera-mondo", dicono, e fine della fiera. Facevano più bella figura a scrivere: "se vi va leggetelo, sennò arrangiarevi".
Almeno provo a dire di che mondo si tratta, tiro qualche riga per provare a fare una cornice. Mondo calabrese, mondo di paese e famiglia (ma in nessun modo strizza l'occhio alla classica saga di paese e famiglia), mondo dell'Opera dei Pupi, mondo poetico, mitologico, mondo di tradizioni e credenze contadine e popolari, antiche di millenni e che al principiare degli anni quaranta ancora sopravvivevano vive, vegete e ben radicate. La parte più significativa della trama è tutta ristretta tra il 25 luglio e i primi di agosto del'43.
Il tratto più emblematico dell'opera è nella commistione e contaminazione: è un remake dell'Opera dei Pupi, dove al posto dell'ambientazione medioevale e delle Crociate ci sono ambientazione moderna e seconda guerra mondiale. I protagonisti sono al tempo stesso parti integranti dell'Opera dei Pupi ma ne sono anche conoscitori ed estimatori, sono esterni ed interni al tempo stesso.
Il protagonista più che soldato è paladino, e gli antagonisti non sono dei cattivi qualsiasi ma sono maghe, orchi, mostri come il Minotauro; di man in mano che si procede con la lettura si vanno sempre più mescolando la realtà storica con una fantasia mitologica fino a divenire un unicum inestricabile in cui persino l'autore rimane quasi quasi un po' incartato, un materiale talmente coeso che non è neanche più questione di sospensione della credulità, anzi è la realtà del libro che straborda nella quotidianità del lettore ed arriva a fargli creder di poter mettere in pratica certi magariggi e incantesimi.
Alcuni potrebbero giudicarlo un libro maschilista: le donne qui sono solo di due categorie: o sante come la Lucia del Manzoni, o perfide come la Circe. Tertium non datur. A questo si aggiunga un'epigrafe che se la prende esplicitamente con Pandora in quanto origine di ogni magagna e disgrazia. Ma va presa per quel che è: un'opera che vuole mescolare mitologia con tradizione contadina, un certo tipo di eroina qui sarebbe stato semplicemente fuori luogo. L'autore, ad esempio, prende per buona la tradizione secondo cui se in casa c'è una brocca nuova da spianare, deve essere usata prima dall'uomo di casa, perché se usata per prima da una donna potrebbe rompersi. Tradizioni fastidiose, viste dal punto di vista del giorno d'oggi, ma se un tempo era così, che farci? Quella è l'epoca e il mondo che lui vuole raccontare.
A un certo punto si scopre anche che questa è la storia della famiglia e del paese dell'autore: il protagonista Rizieri sarebbe infatti un suo cugino.
Leggendo questo libro si impara un poco il calabrese: è scritto - per così dire - in un calabrese facilitato che il lettore impara a tradurre da sé, pian piano. Personalmente sono anche rimasta sorpresa dalle somiglianze e assonanze, piccole piccole ma numerose, tra il dialetto calabrese e il mio.
Last but not least, qui si impara anche a decifrare - anzi, a smorfiare - i sogni e le carte e le magìe più in generale.
È stata una full immersion che mi ha accompagnata per parecchi mesi, tra le sue pagine ho riposto speranze e desideri e incantesimi e oggettini di ogni genere, e di sicuro non è un libro di cui ci si dimentichi rapidamente: di tutto questo, al di là del giudizio espresso in stelline, sono grata e soddisfatta.
Leggendo questo libro si impara un poco il calabrese: è scritto - per così dire - in un calabrese facilitato che il lettore impara a tradurre da sé, pian piano. Personalmente sono anche rimasta sorpresa dalle somiglianze e assonanze, piccole piccole ma numerose, tra il dialetto calabrese e il mio.
Last but not least, qui si impara anche a decifrare - anzi, a smorfiare - i sogni e le carte e le magìe più in generale.
È stata una full immersion che mi ha accompagnata per parecchi mesi, tra le sue pagine ho riposto speranze e desideri e incantesimi e oggettini di ogni genere, e di sicuro non è un libro di cui ci si dimentichi rapidamente: di tutto questo, al di là del giudizio espresso in stelline, sono grata e soddisfatta.
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