mercoledì 21 giugno 2023

Rebecca - Daphne Du Maurier

 Una vera cannonata, sin dalle primissime pagine, anzi, dalle primissime righe: una maestria d'altri tempi. Non stupisce che Hitchock abbia voluto farne un film, così come non stupisce l'Oscar e tutto quel che ne consegue, ma sono stra-felice di non averlo mai visto, il film famoso, perché così ho potuto gustarmi al meglio la lettura. E a dirla tutta (non me ne vogliano i cinefili), la foto in copertina con le due donne con gli occhi sbarrati in maniera così teatralmente innaturale, non mi invoglia neanche ad una prima visione del film. Preferisco tenermi il mio, di film. 

Ma torniamo alla Du Maurier: il tema del passato che sopravvive anche dopo morto, dei fantasmi che rinascono dalle proprie ceneri, viene sussurrato e suggerito sin dal romantico inizio, a lasciar intendere che non è tutto oro quel che luccica. Però io, che sono di quei romantici ad alto funzionamento, nel romantico inizio con il quarantenne che - così su due piedi - propone di sposarlo alla ingenua ventunenne, ci ho visto anche una bella citazione della storia di Fëdor Michailovič e di Anna. Tanto più che sin dalle prime righe la voce narrante della protagonista ormai adulta e matura ci lascia intendere che i due sono ancora insieme, anche dopo eventi nefasti, anche se in altri luoghi. 
Appunto, il luogo: la magione è senza dubbio protagonista della storia; sarebbe duro stabilire se il "terzo incomodo" sia rappresentato più dal fantasma della prima moglie o più dalla vivissima e incombente presenza della grande dimora. Forse non è sbagliato dire che le due entità in qualche modo si identificano e si fondono e si amalgamano fino a creare un personaggio del tutto inedito. In effetti, storie di castelli con il fantasma ne esistono a migliaia, ma quanti sono stati veramente capaci di fondere completamente le due parti, mobile e immobile, solida e gassosa? Credo nessuno.
Scrittura e struttura narrativa sono perfette, non trovo un difetto nemmeno a cercarlo con attenzione. Forse l'unico neo è che la parte finale con gli sviluppi più strettamente giudiziari della vicenda, invero si trascina un po': ma è un peccato perdonabile, oppure uno strabismo di Venere. 
Già dall'inizio il romanzo ricorda l'impianto tipico delle fiabe, con la signora Van Hopper a fare la parte della classica matrigna cattiva, ma le vere cattiverie personificate devono ancora arrivare.
Il tema del passato come un qualcosa morto e sepolto eppure al tempo stesso sempre vivo e vegeto, è un tema che viene minuziosamente sviscerato e rivangato e ben sottolineato.
Con elementi semplicissimi, quasi da fiaba (un castello, un fantasma, una principessina buona e talmente modesta da non avere neanche nome, una strega cattiva che ha le parvenze di un teschio, un mistero da svelarsi con colpo di scena...), Du Maurier riesce a fare una costruzione brillante e curata in ogni dettaglio e mai banale. Altra citazione da annotare: è più che evidente l'elegante omaggio che l'autrice offre a Jane Eyre. Questo sì che è il modo di fare un omaggio: certo non una volgare scopiazzata, neanche un remake o una cover ma un prendere spunto, un rielaborare qualche elemento del classico  per produrre un qualcosa del tutto nuovo ed originale che diventerà classico a sua volta. 
Pur senza essere pedante, questa fiaba propone anche una morale: invita a sconfiggere senza tante remore e scrupoli le timidezze, le ritrosie, i silenzi prolungati. Fosse facile. Ma intanto è bello trovare di questi pensieri messi nero su bianco con tale eleganza.

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