lunedì 10 marzo 2025

Un inverno freddissimo - Fausta Cialente

 Undici anni fa ho letto Le quattro ragazze Wieselberger: ricordo con esattezza dove ero mentre lo leggevo; ricordo che non mi dispiaceva ma devo ammettere che del contenuto del libro mi è rimasto poco o niente. Ora con la Cialente ci ho riprovato molto volentieri: forse mi resterà poco anche di questo, di romanzi, perché è così denso che davvero ci sarebbe da studiarlo centellinandolo. Denso di pensieri, di situazioni, di personaggi, delle loro psicologie, denso di temi attualissimi. Tante le riflessioni su un immediato dopoguerra che mi richiamano, mio malgrado, una vaga idea di post-pandemia. Le case sono protagoniste insieme con gli uomini e le donne che le abitano, e questa è una cosa che amo sempre tanto. È denso come Il Velocifero di Santucci, e in più ha la stessa ambientazione in una Milano brumosa che ho riconosciuto benissimo (pur non conoscendo io affatto la città di Milano, in realtà), e come in Santucci il discorso si snoda e si rimanda tra un'abitazione cittadina ed una in campagna ma a poca distanza da Milano. Ora che ci penso: i due romanzi sono ambientati in epoche diverse ma sono stati scritti negli stessi anni.


Sorvolo rapidamente sulla soddisfazione e il piacere di leggere un romanzo che si intitola Un inverno freddissimo stando accoccolata davanti alla stufa, mentre fuori scorre un inverno non proprio freddissimo ma oggettivamente insistente con spolverate di neve pressoché quotidiane. Immezzo c'è stata anche una brevissima e provvidenziale parentesi di sole tiepido: quanto ha ragione Amor Towles quando dice che un solo grado centigrado sposta tutto.

Bel cast di personaggi: ci si interessa anche di quelli a cui non ci si affeziona.
Trama leggerissima, di un'impalpabilità assai piacevole.

Il racconto è decisamente neorealista, anzi, di più, è proprio un racconto verista e questa è una caratteristica che lo rende decisamente godibile. Peccato che poi finisca per glissare un po' troppo rapidamente sulle difficoltà materiali ed economiche della famiglia, sui dettagli degli impieghi di ciascuno dei membri (ci sono informazioni precise solo circa il mestiere di Arrigo violinista), glissa rapidamente perché con rapidità deve correre verso una tragedia nel finale; ma dicevo è un peccato perché l'aspetto verista di tutta la faccenda ne esce appena incrinato. O forse anche questa incrinatura, sotto un certo punto di vista, fa parte del suo bello.

Noto un'icoerenza: piccola, eppure di una certa gravità. L'intera vicenda si svolge nell'inverno '46-'47: ebbene, ho idea che in quegli anni non ci fosse nessunissima autostrada a collegare un lago - quale che fosse - con Milano. Dubito persino ci fosse già la A1, figurarsi il resto. La Cialente scrive nella seconda metà degli anni sessanta, si ricorda che vent'anni prima tanti edifici di Milano erano ancora ridotti in macerie, ma poi mi scivola sulla buccia di banana autostradale, proprio come Piero Chiara nel suo Saluti notturni dal Passo della Cisa. Vabbé, sarò io che son troppo pignola.

Di man in mano che procedevo con la lettura, sono andata annotandomi sempre più somiglianze, assonanze e consonanze con l'estate caldissima della Dal Lago, il che mi ha dato parecchio da riflettere sul fatto che il remake sia tornato di moda, più di quanto sembri. Ma queste ultime annotazioni trovo più opportuno riportarle nel commento alla Dal Lago.

Nota positiva per l'edizione Nottetempo con le scritte trasversali, piacevolissima.

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