Ho iniziato il libro pensando: se persino Sinner, per festeggiare il suo compleanno, si concede un hamburger da McDonald's, non vedo la ragione per cui io a Natale non dovrei/potrei concedermi un McChickLit.
Poi, dalle parti di pagina 76, mi è successa una disgrazia tale che una tragedia greca, al confronto, è un party di compleanno con frizzi e lazzi e ricchi premi e cotîllons.
Ci risolleveremo anche da questa. Comunque nel frattempo il libro mi ha intrattenuta in maniera agile, leggerina ma non del tutto stupida. Quello di cui c'era bisogno. Le sue brave tre stelle se le è guadagnate.
I temi trattati, per esser precisi, sono tutto fuorché gnocchi o leggerini: disabilità grave ed eutanasia, violenza e consenso. La vera pecca è che siano inseriti in un plot abbastanza trito e ritrito (un po' Pigmalione, un po' Jane Eyre). E anche il fatto di aver voluto far rientrare tutto, ma proprio tutto, in un'unica trama e quindi un unico discorso.
Concordo con chi, nelle altre recensioni, ha osservato che il tema disabilità & eutanasia viene affrontato male, con il personaggio sbagliato che ragiona sbagliato e mette in pratica le scelte sbagliate e nel finale anche peggio. Il concetto del "semplicemente, vivi" è in contrasto con quello che poi si vede nel finale. In realtà il messaggio voleva essere "vivi esageratamente", ma davvero per sentirsi vivi, per sentirsi bene e appagati e felici, è davvero così essenziale fare base jumping o roba simile? Davvero è così sfigata una persona (normo dotata o tetraplegica che sia) che si accontenta di appena appena qualcosina di meno e che non si è mai lanciata con il paracadute (tipo la sottoscritta)? Ho spulciato per mezz'ora le possibili traduzioni e i possibili significati di questo imperversante "live boldly", ma l'unica conclusione cui torno sempre imperterrita è che se uno deve essere anticonvenzionale solo per puro spirito di anticonvenzionalità, allora finisce per rientrare a piè pari nella convenzione e nel conformismo. Come dire: un numero negativo moltiplicato per un numero negativo... dà come risultato un numero positivo.
Resta infine da rilevare come, sorprendentemente, il vero aspetto "pollastraro" del romanzo non sia per niente nella storia d'amore, quanto nell'equazione balzana ed anacronistica secondo cui laurea uguale impiego appagante assicurato, uguale paccata di quattrini, uguale vita densa e felice. Non so bene come vadano le cose in Inghilterra, ma qui da noi è da parecchio che la sola laurea non garantisce automaticamente impiego, né tantomeno soldi né soddisfazioni. Non so che "film" abbia visto l'autrice, ma io vedo spesso e volentieri baristi e camerieri che in realtà si stanno adattando perché avrebbero le qualifiche per fare tutt'altro mestiere. Con questo non intendo certo dire ai giovani "non laureatevi", intendo invece sottolineare come le variabili che conducono alla soddisfazione - e a maggior ragione alla felicità - siano molto molto più numerose e non sono tutte sotto il nostro diretto controllo. E lo sono ancora meno a seguire il profondissimo ed originalissimo consiglio che viene scritto nella famosissima e commoventissima lettera del finale: "semplicemente, vivi".
Sì, in effetti, a ben vedere il giudizio vira più verso le due stelle. Come è già stato scritto, il libro sa farti venire voglia di schiantarlo contro il muro senza per questo farti venire voglia di mollarlo. C'era materiale a sufficienza per far bello, ma non è stato sviluppato ed elaborato a dovere.
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