Bello, ça va sans dire, Pavese è sempre Pavese, anche quando vince il Premio Strega, e certe profondità non tutti sono in grado di sondarle.
Oltre ai temi della verginità e dell‘innocenza, della festa e della morte di cui si può già leggere abbondantemente in giro, spicca il modo in cui vengono sviscerate - con delicatezza eppure con intensità - la stupidità e la presuntuosità tipiche dei sedici anni: il sentirsi immortali, il sentirsi come se l’estate non dovesse mai finire e tutto il contorno dei “io valgo di più”, “io sono meglio di”, “io sono più giovane di”, “io sono più matura di”, e quando poi l’estate giunge inevitabilmente al termine, certo non è detto che tutto questo debba portare a far finire le cose in tragedia, però spesso e volentieri si scopre che il finale non è proprio tutto rose e fiori.
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