sabato 6 giugno 2015

L'amore e gli stracci del tempo - Anilda Ibrahimi

Una bella favola dal tono semplice e sincero: magari con qualche piccola banalità,  ma contiene tanti bei passaggi e numerosi momenti di riflessione tanto più veri proprio in quanto semplici.
E' ambientata durante la guerra in Kossovo ma non mi pare avere nessuna pretesa di approfondimento storico o geo-politico, direi che si accontenta di ricostruire un'atmosfera. Ancora una volta il racconto dei fatti prende le mosse dal racconto di un amore che sopravvive alle brutture della guerra, o un amore che diventa la ragione, per i protagonisti, per sopravvivere al disastro della guerra: qui si impara che non sempre, non necessariamente le due cose coincidono. Anche se si tratta di una storia di amore e di guerra, non è affatto sdolcinata, anzi direi che è dura come una guerra, una storia realistica e disincantata. "Non sa ancora bene perché è venuto. Una promessa fatta tanto tempo fa non è una buona ragione. Tutti a vent'anni promettono alla fidanzata che solo la morte potrà separarli. Eppure poi si separano, senza morire. E' stata la guerra, la guerra ha dato un altro significato alle promesse."
Tutti i personaggi, sia principali che secondari, e ciascuno con la sua storia personale, sono tratteggiati molto rapidamente: questo rappresenta un pregio perché in questo modo l'autrice li fa conoscere al lettore  in poche parole, può rappresentare anche un difetto perché in qualche momento può dare un'impressione di superficialità.
Il rapporto dei protagonisti con i genitori e i figli riveste una particolare importanza ed è oggetto di numerose riflessioni, ad esempio: "Con l'arrivo di suo figlio aveva capito che noi siamo i nostri padri e le nostre madri che continuano a vivere in noi. Nelle nostre ossa sentiamo il richiamo della loro voce che attraversa la vita, e a volte anche la morte, e ci dice che non possiamo scappare da nessuna parte. Ci dice che tutte le strade sono chiuse dal momento che hai visto tuo figlio in faccia. E che esistono solo due tempi: il tempo della semina e quello della raccolta. E quando hai fatto queste due cose, il ciclo è finito. Allora cercherai con tutte le forze di fare l'unica cosa ancora possibile: trasferire i tuoi ricordi in colui che diventerà la tua memoria."
Un altro tema che viene sottolineato è quello delle tradizioni e delle nazionalità. La tradizione come un qualcosa che ha uno spessore, ha un rilievo nella vita quotidiana delle persone, e si osserva anche la somiglianza tra le tradizioni di paesi vicini che poi un giorno saranno in guerra tra loro. Tuttavia si vedrà anche come la nazionalità non sia solo un fatto di nascita ma anche una questione di storia personale: i protagonisti - tanto per spoilerare un po' -  lui serbo e lei kossovara, finiranno per diventare lui italiano e lei svizzera, non tanto nei documenti quanto nell'anima e nelle abitudini e nel modo di essere.
Interessante ed attualissimo è leggere un punto di vista interno per tutto quello che riguarda immigrazione, rifugiati, immigrati, richiedenti asilo, aventi diritto e non, UNHCR, Convenzione di Ginevra, centri d'accoglienza, beghe burocratiche italiane e razzismo strisciante italiano. "Alla fine Ines esasperata chiude dicendo che si tratta solo di prassi. La prassi, un'altra cosa a cui dovrà abituarsi in questo paese."
La frase citata da molti e che rappresenta il filo conduttore del racconto: "come se l'anno non avesse altri giorni" è il verso di una ballata kossovara, e significa che l'appuntamento con il destino non si può spostare. Non si spostano la vita, la morte, il luogo e il modo in cui ciascuno manderà avanti la propria esistenza. Però la favola dimostra anche che le scelte che si compiono contano eccome, e possono ancora influenzare il destino.

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