martedì 16 giugno 2015

Paese d'ombre - Giuseppe Dessì


Questa è Letteratura con la L maiuscola, cinque stelle come si conviene ad un'opera di elevata caratura. Il paese del titolo è il paesino di Norbio posizionato vicino Cagliari, ma è anche l'Italia intera. Le ombre sono quelle dei boschi, ma sono anche i fantasmi di una Storia che non è fatta solo di eventi gloriosi ma anche tanti eventi luttuosi e tante scelte sbagliate. Questo è uno di quei libri che raccontano La Storia: storia delle genti e delle tradizioni, storia d'Italia non per incensarla o inventarla ma per provare a spiegare com'è andata, con le cose giuste e con quelle sbagliate. Storia dal punto di vista della Sardegna, regione trattata da sempre come una sorta di colonia, una specie di optional da sfruttare o da magnificare, a seconda delle esigenze del momento. In tutto questo, come sempre, c'è anche molta attualità.

"Quella diversità di accenti e di caratteri gli faceva pensare alla guerra, anzi alle guerre alle quali aveva preso parte, come tanti altri  "per fare l'Italia unita". Ma era stato soltanto ingrandito il regno del Re sabaudo. […] La vera faccia dell'Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola - divisa come prima e più di prima, giacché l'unificazione non era stata altro che l'unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani.[…] In realtà, fra gli stessi italiani del Continente, non c'era in comune se non un'astratta e retorica idea nazionalistica, vagheggiata da mediocri poeti e da pensatori mancati." "Il governo regio e i fanatici dell'unificazione non avevano tenuto conto delle differenze geografiche e culturali, e avevano applicato sbrigativamente a tutta l'Italia un uniforme indirizzo politico e amministrativo. […] Del resto tutta l'Italia appariva come un paese di poveri, destinati a far da comparsa in un grande dramma storico. Dopo la fiammata del Risorgimento, era cominciata l'Italia istituzionalizzata dei prefetti e dei generali, l'Italia della tassa sul macinato e di Dogali, che possedeva soltanto di nome indipendenza, unità e libertà, e nelle sterili polemiche tra Destra e Sinistra si delineava già l'inetta classe dirigente che doveva accompagnarla verso la Grande Guerra e il fascismo. In questo spettacolo, solo le comparse erano uomini autentici. Forse il brigantaggio non fu altro che una rivalsa delle comparse che cercarono, per un momento, di mettersi al posto degli attori i quali, imperterriti, recitavano accademicamente la parte che si erano attribuita sul palcoscenico di Roma."

 

Dunque un magnifico affresco dell'Unità d'Italia, della vita rurale, dell'avvento delle prime leghe operaie e dei primi scioperi, fino al disastro della grande guerra: a cavallo tra ottocento e il novecento, tutto questo è raccontato indirettamente attraverso le vicende della vita del protagonista Angelo Uras, da quando è ragazzino povero figlio di contadini, fino alla sua vecchiaia di capostipite di una numerosa famiglia e di persona stimata da tutto il paese, di cui è sindaco, importante proprietario terriero ma soprattutto persona intelligente e capace di moderazione  e persuasione nei confronti dei propri interlocutori. La struttura è un po' la stessa che verrà riutilizzata da Crovi ne 'La valle dei Cavalieri': attraverso la vita di un protagonista e della comunità all'interno della quale egli si muove e cresce, l'autore racconta la storia d'Italia. Qui l'ambientazione è una Sardegna splendida e rurale e coperta di antichi boschi, e anche questi ultimi sono importanti protagonisti del romanzo, non meno di Angelo Uras o della Storia dell'unità d'Italia. E' Sardegna, ma in molti passaggi potrebbe anche essere un qualsiasi paesino di montagna di qualsiasi altra parte del regno appena unificato. E' il romanzo della montagna e della sua gente, dei suoi alberi e boschi e torrenti. "Erano pur sempre montanari, e dei monti si portavan addosso l'odore - quell'odore di fumo di legna, di erbe secche bagnate dalle piogge del lungo autunno; e lui li amava."

"…la parte più antica del paese: piccole case di pietra e piccoli cortili irti di mucchi di rami secchi, di fasci di canne, di lunghe pertiche. Ogni casa, simile a un guscio annerito, prende luce da piccole finestre e dalla porta aperta direttamente sul cortile."

 

Emerge bene, in ogni caso, il carattere dei sardi che hanno nell'anima un legame con gli antichi più radicato e sentito rispetto le genti del continente, ce he riescono a sentire e ricordare eventi accaduti mille anni fa come fossero cose di ieri l'altro.

"- Qui gli alberi sono come ai tempi di Josto…
- Chi era questo Josto?
-  Era uno dei nostri, che combatteva contro i romani, contemporaneo di Annibale, credo"

 

E' un romanzo strutturato, composito come i grandi romanzi ottocenteschi sanno essere, solido e poetico al tempo stesso, usa un lessico attentamente ricercato e selezionato, descrive la psicologia delle persone con una sensibilità fuori dal comune.

"Che cos'è l'amore, si chiedeva, se poi quando si soffre non si trovano nemmeno le parole giuste per consolarsi. Concluse che l'amore è muto, e che per questo si possono amare anche le bestie, che non parlano. Lei e Angelo non si erano mai detti molte parole. Si erano amati, si amavano in silenzio."

 

Anche se la storia e il tono sono completamente diversi, questo romanzo si può tuttavia in qualche modo affiancare a 'Il segreto del bosco vecchio' di Buzzati' per via della presenza di questi grandi boschi che sono veri e propri protagonisti della storia. Il tema dell'ecologia è messo in risalto sin dalle prime pagine e non viene mai meno durante tutta la lettura; gli alberi nascono con Angelo Uras, crescono con lui e a lui sopravviveranno. Questo stretto legame tra la vita dei boschi e la vita del protagonista vuole ricordare che è possibile l'esistenza di amore e rispetto, da parte dell'uomo, nei confronti di una natura con cui egli aveva tutto sommato ben convissuto fino all'avvento della rivoluzione industriale.

"Aveva un'esatta cognizione del tempo, sapeva che non avrebbe potuto vivere abbastanza a lungo per vedere quelle montagne ricoperte di alberi. La stessa consapevolezza gli dava la possibilità di concepire il tempo con una dimensione infinitamente più vasta della vita degli individui, del breve ciclo entro il quale la polvere prende l'aspetto di un uomo e ritorna polvere. Ma gli alberi, per fortuna, durano di più, pensava, associandoli inconsciamente all'idea della durata che lega generazione a generazione."

E parlando di piantare un nuovo bosco di pini:

"-Ma chi te lo fa fare?
- Mi piace. Fra cento anni questo paese…
- Fra un secolo il cuore di questa gente sarà duro come è sempre stato.
- Il cuore… l'anima… non m'importa di queste cose. Per questo non ho voluto farmi prete. "

E infine, un'immagine degli alberi non solo come di qualcosa più forte dell'uomo ma anche capace di portare più speranza: "Oggi, quasi un secolo dopo, a dispetto della cattiva amministrazione e della lottizzazione più volte minacciata e sempre incombente, i pini sono centocinquantamila e quando il vento soffia, rumoreggiano come il mare. Salendo verso la chiesetta, se ne vedono alcuni enormi, con i rami grigiastri come sconvolti da un vento cosmico che li abbia investiti, ma come il vento eterni, indistruttibili."

 

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