mercoledì 24 giugno 2015

Suite francese - Irène Némirovsky


La scrittrice intendeva raccontare la seconda guerra mondiale in diretta - l'orrore, la tragedia, la paura ma anche i momenti di umanità di vittime e carnefici, l'inferno del conflitto che entra nella quotidianità delle persone - attraverso un'opera dall'amplissimo respiro, strutturata come una suite, composta di più sonate. Il progetto così come era stato concepito non vedrà mai la luce per intero, a causa della guerra stessa: questa fusione tra contenuto e contenitore, tra la storia raccontata all'interno dell'opera, e la storia dell'opera stessa, sicuramente ne fa un caso singolare. Il racconto si limita dunque a coprire due anni di guerra in Francia, dal Giugno del '40 al Giugno del '42.

 

Nel complesso direi che il libro mi è piaciuto anche se non mi è arrivata la scintilla del qualcosa in più; potrebbe dipendere dal fatto che si tratta di un'opera incompiuta, ma ho piuttosto la sensazione che si tratti semplicemente di aspettative un po' deluse, e così mi lascio andare a sviscerare tutti i dettagli che mi vengono in mente. Credo che tutto il clamore e l'entusiasmo che circolano attorno a questo libro nascano più dal contesto in cui ha visto la luce che non dal suo contenuto: se si prova a metterla in questa ottica, il fatto che la scrittrice sia stata arrestata e uccisa a causa della guerra proprio mentre narrava la guerra stessa, e anche il fatto in sè che il libro sia rimasto incompiuto proprio per via dell'arresto e dell'uccisione, tutto questo contribuisce a farne un nuovo diario di Anna Frank, un nuovo personaggio attorno a cui ricamare, e così mentre la scrittrice aveva chiaramente l'intento di scrivere qualcosa che fosse più corale e plurale possibile, si è ottenuto l'esatto contrario perché sono tutti concentrati sulla sua figura e sulla sua storia. O almeno, questa è la sensazione che ho avuto leggendo commenti e recensioni. Ho letto in molte recensioni che questo è - oppure doveva essere - un libro della portata di Guerra e Pace, ma a mio avviso il paragone è del tutto fuori luogo.

 

Il romanzo è perfettamente corale, non vi sono protagonisti ma solo personaggi - alcuni dei quali in comune tra ambedue le parti che lo compongono. Co-protagoniste sono solo la guerra, che imperversa come una tempesta, e la natura che fa il suo corso indipendentemente da quell'altra tempesta 'umana'.

 

Sia lo stile che il contenuto hanno luci e ombre. Il fatto che l'opera sia incompiuta non le toglie comunque eloquenza, la narrazione è molto vivida anche se qua e là mi ha dato come un senso di approssimazione. Certe frasi ermetiche mi sono suonate un po' come fronzoli inutili. L'intenzione di sottolineare il contrasto tra la placidità della natura che fa il suo corso e la tragedia della guerra, si risolve in una certa ripetitività - i raggi della luna tra gli alberi, le api che succhiano avide dai fiori, si ripetono più volte -  senza un vero approfondimento. Qualche piccola incongruenza nel racconto è forse dovuta la fatto che l'opera non è mai stata oggetto di una revisione. La coralità del racconto si esprime invece in modo davvero notevole, brillante anche l'ironia con cui descrive la classe borghese alle prese con la quotidianità che si mescola all'extra-ordinario dovuto alla fuga e alla successiva invasione (questi passaggi sulla borghesia fanno  riflettere e possono arrivare a mettere il lettore a disagio: l'attaccamento alla roba e una certa bigotteria dipinte in modo così feroce somigliano molto alla nostra classe media di oggi).

 

Nonostante la coralità ben espressa, mi è mancato comunque un senso di epopea, un senso dell'unità della collettività. Personaggi, situazioni e aneddoti sono dipinti - specialmente nella prima parte - in modo molto macchiettistico e questo sul momento non ha incontrato il mio gusto: i personaggi come macchiette presentate in modo non umoristico ma insolitamente leggero. Per capire, ho pensato ad un altro libro scritto in diretta durante il verificarsi degli orrori: il Diario Clandestino di Guareschi. Anche quello può lasciare interdetti, quando si scopre che all'interno del campo di prigionia i prigionieri stessi facevano dell'umorismo su quanto accadeva loro. Questo si spiega con la reazione nell'immediato, con l'istinto di sopravvivenza. Non si potrebbero dare due libri più diversi, eppure la lettura di uno può aiutare a comprendere l'altro e viceversa. L'istinto di sopravvivenza è l'istinto all'alleggerimento non solo materiale ma anche psicologico. Il tormento dell'angoscia, il peso del non riuscire a raccontare e del non essere creduti, è quello che verrà solo dopo, è quello che ucciderà Primo Levi.

Nella seconda parte, comunque, i personaggi e la loro psicologia sono definiti in maniera un po' più compiuta.

 

Comunque la vera novità, la cosa davvero grossa, è il fatto che la Némirovsky abbia saputo riconoscere nei tedeschi invasori una umanità, un aspetto di normalità, MENTRE tutto succedeva… e noi qui, ancora oggi, a questo punto non ci siamo nemmeno arrivati, siamo ancora a raccontarci i singoli aneddoti senza essere capaci di fare una summa, senza riuscire a vedere tutto l'accaduto da un punto di vista complessivo, pur disponendo di tutti i documenti e tutte le testimonianze. Più in generale, la scrittrice dimostra una grande obiettività del sapere osservare gli eventi mentre accadono. La norma sarebbe non capirci niente sul momento (proprio come spiega Guareschi nella sua prefazione al Diario clandestino) e poi a distanza di anni, a mente fredda, raccontare come sono andate le cose (come ha fatto Calvino con il Sentiero dei nidi di ragno). Invece qui la Némirovsky ha dimostrato una mente aperta ma soprattutto osservatrice e capace come un grandangolo.

 

Voto quattro stelle: un po' stiracchiate per la prima 'sonata', piene e abbondanti per la seconda.

Nessun commento:

Posta un commento