La
scrittrice intendeva raccontare la seconda guerra mondiale in diretta -
l'orrore, la tragedia, la paura ma anche i momenti di umanità di vittime e
carnefici, l'inferno del conflitto che entra nella quotidianità delle persone -
attraverso un'opera dall'amplissimo respiro, strutturata come una suite,
composta di più sonate. Il progetto così come era stato concepito non vedrà mai
la luce per intero, a causa della guerra stessa: questa fusione tra contenuto e
contenitore, tra la storia raccontata all'interno dell'opera, e la storia
dell'opera stessa, sicuramente ne fa un caso singolare. Il racconto si limita
dunque a coprire due anni di guerra in Francia, dal Giugno del '40 al Giugno
del '42.
Nel
complesso direi che il libro mi è piaciuto anche se non mi è arrivata la
scintilla del qualcosa in più; potrebbe dipendere dal fatto che si tratta di
un'opera incompiuta, ma ho piuttosto la sensazione che si tratti semplicemente
di aspettative un po' deluse, e così mi lascio andare a sviscerare tutti i
dettagli che mi vengono in mente. Credo che tutto il clamore e l'entusiasmo che
circolano attorno a questo libro nascano più dal contesto in cui ha visto la
luce che non dal suo contenuto: se si prova a metterla in questa ottica, il
fatto che la scrittrice sia stata arrestata e uccisa a causa della guerra
proprio mentre narrava la guerra stessa, e anche il fatto in sè che il libro
sia rimasto incompiuto proprio per via dell'arresto e dell'uccisione, tutto
questo contribuisce a farne un nuovo diario di Anna Frank, un nuovo personaggio
attorno a cui ricamare, e così mentre la scrittrice aveva chiaramente l'intento
di scrivere qualcosa che fosse più corale e plurale possibile, si è ottenuto
l'esatto contrario perché sono tutti concentrati sulla sua figura e sulla sua
storia. O almeno, questa è la sensazione che ho avuto leggendo commenti e
recensioni. Ho letto in molte recensioni che questo è - oppure doveva essere -
un libro della portata di Guerra e Pace, ma a mio avviso il paragone è del
tutto fuori luogo.
Il
romanzo è perfettamente corale, non vi sono protagonisti ma solo personaggi -
alcuni dei quali in comune tra ambedue le parti che lo compongono.
Co-protagoniste sono solo la guerra, che imperversa come una tempesta, e la
natura che fa il suo corso indipendentemente da quell'altra tempesta 'umana'.
Sia lo
stile che il contenuto hanno luci e ombre. Il fatto che l'opera sia incompiuta
non le toglie comunque eloquenza, la narrazione è molto vivida anche se qua e
là mi ha dato come un senso di approssimazione. Certe frasi ermetiche mi sono
suonate un po' come fronzoli inutili. L'intenzione di sottolineare il contrasto
tra la placidità della natura che fa il suo corso e la tragedia della guerra,
si risolve in una certa ripetitività - i raggi della luna tra gli alberi, le
api che succhiano avide dai fiori, si ripetono più volte - senza un vero approfondimento. Qualche
piccola incongruenza nel racconto è forse dovuta la fatto che l'opera non è mai
stata oggetto di una revisione. La coralità del racconto si esprime invece in
modo davvero notevole, brillante anche l'ironia con cui descrive la classe
borghese alle prese con la quotidianità che si mescola all'extra-ordinario
dovuto alla fuga e alla successiva invasione (questi passaggi sulla borghesia
fanno riflettere e possono arrivare a
mettere il lettore a disagio: l'attaccamento alla roba e una certa bigotteria
dipinte in modo così feroce somigliano molto alla nostra classe media di oggi).
Nonostante
la coralità ben espressa, mi è mancato comunque un senso di epopea, un senso
dell'unità della collettività. Personaggi, situazioni e aneddoti sono dipinti -
specialmente nella prima parte - in modo molto macchiettistico e questo sul
momento non ha incontrato il mio gusto: i personaggi come macchiette presentate
in modo non umoristico ma insolitamente leggero. Per capire, ho pensato ad un
altro libro scritto in diretta durante il verificarsi degli orrori: il Diario
Clandestino di Guareschi. Anche quello può lasciare interdetti, quando si
scopre che all'interno del campo di prigionia i prigionieri stessi facevano
dell'umorismo su quanto accadeva loro. Questo si spiega con la reazione
nell'immediato, con l'istinto di sopravvivenza. Non si potrebbero dare due
libri più diversi, eppure la lettura di uno può aiutare a comprendere l'altro e
viceversa. L'istinto di sopravvivenza è l'istinto all'alleggerimento non solo
materiale ma anche psicologico. Il tormento dell'angoscia, il peso del non
riuscire a raccontare e del non essere creduti, è quello che verrà solo dopo, è
quello che ucciderà Primo Levi.
Nella
seconda parte, comunque, i personaggi e la loro psicologia sono definiti in
maniera un po' più compiuta.
Comunque
la vera novità, la cosa davvero grossa, è il fatto che la Némirovsky abbia
saputo riconoscere nei tedeschi invasori una umanità, un aspetto di normalità,
MENTRE tutto succedeva… e noi qui, ancora oggi, a questo punto non ci siamo
nemmeno arrivati, siamo ancora a raccontarci i singoli aneddoti senza essere
capaci di fare una summa, senza riuscire a vedere tutto l'accaduto da un punto
di vista complessivo, pur disponendo di tutti i documenti e tutte le
testimonianze. Più in generale, la scrittrice dimostra una grande obiettività
del sapere osservare gli eventi mentre accadono. La norma sarebbe non capirci
niente sul momento (proprio come spiega Guareschi nella sua prefazione al
Diario clandestino) e poi a distanza di anni, a mente fredda, raccontare come
sono andate le cose (come ha fatto Calvino con il Sentiero dei nidi di ragno).
Invece qui la Némirovsky ha dimostrato una mente aperta ma soprattutto
osservatrice e capace come un grandangolo.
Voto
quattro stelle: un po' stiracchiate per la prima 'sonata', piene e abbondanti
per la seconda.
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