Dopo essere
incappata in un premio Strega bruttino,
eccone uno gustoso che si legge volentieri. Questo premio Strega mantiene
decisamente quello che promette, non è uno specchietto per le allodole: un bel
romanzo, una storia popolare ma originale e raccontata bene. Un romanzo che sa
d'antico, sarà per il fatto che è tutto ambientato in una sagrestia, o forse
sarà per questa vecchia edizione con copertina rigida e carta spessa e
ingiallita.
Martino Crusich,
sagrestano con carica ereditaria come accade un po' per tutti i mestieri, ormai
anziano, scrive le sue memorie
dall'inizio del secolo fino al 1974, ma anziché raccontare la sua storia
strettamente personale o della sua famiglia, racconta la storia della sua
parrocchia, la Storia che ha visto passare nel paesino di Materada,
nell'entroterra istriano, dunque la Storia vista in uno snodo cruciale -
storicamente e geograficamente - non solo d'Italia ma di tutta Europa. Il
dramma di una terra contadina è raccontato in modo asciutto e obiettivo, senza
eroismi né patriottismi, il carattere della popolazione istriana è tratteggiato
sapientemente.
"A noi è stato
sempre più congeniale il silenzio in
luogo della parola, l'occultarsi invece dell'apparire; semplicemente perché è
un atteggiamento più facile e più comodo."
"Eravamo in
guerra, continuavamo a trovarci in piena guerra per l'eterna questione
dell'essere italiani e dell'essere slavi, quando in realtà non eravamo che
bastardi"
"…il nostro
territorio rimaneva alla Jugoslavia, quello di Trieste ritornava all'Italia; le
popolazioni avevano facoltà di optare per l'uno o per l'altro
Stato entro il
termine di un anno. Non si poteva colpire meglio questa gente che col porla di
fronte a una scelta, libera e irrevocabile".
La narrazione ha una
prosa forbita ed elegante, composta da un periodare un po' lungo ma una volta
entrato nell'orecchio, una volta che la lettura è entrata a regime, diventa
piacevole. Si suddivide con un capitolo per ogni prete della parrocchia, e con ogni
prete si propone una specifica epoca e un tema specifico ad essa collegato.
La figura del
sagrestano è presentata come quella di colui che sta tra l'incudine e il
martello, questo protagonista in realtà è solo poco più di una voce narrante,
un intermediario, nel racconto include solo pochi accenni ai suoi fatti
personali e familiari, rivolge tutta la sua attenzione ai parrocchiani e alla Storia che vi è
passata sopra come uno schiacciasassi.
Il titolo 'La miglior vita' si riferisce alla
espressione tipica che ricorre nel registro parrocchiale, ma più in generale
ricorre nelle riflessioni del narratore quando si trova a parlare della povera
gente, perché raccontando la storia di un paese dal punto di vista della
canonica si finisce per forza a fotografare il tutto in relazione alla vita e
alla morte.
"…sotto gli
occhi del parroco per il quale la morte era un passaggio alla miglior
vita."
"…non potevo
non concludere che gli animi si erano gradatamente induriti e che per i miseri,
privati anche della sicurezza del proprio tetto e portati a sentir scandire le
loro ultime ore dal verso delle civette, dal respiro della notte che stacca le
foglie, la morte non è uno strappo innaturale, e la miglior vita, assolutamente
indispensabile, diventa ciò che questa vita non ha voluto loro
concedere.".
Mi ha ricordato
'L'impossibile volo' di De Bernieres non solo perché copre lo stesso periodo
storico ma anche perché descrive la stessa vita rurale, affronta lo stesso tema
della convivenza nelle terre di confine e della scoperta improvvisa, da parte
delle popolazioni contadine, di appartenere a una nazionalità piuttosto che a
un'altra. Ha un senso, per territori caratterizzati in modo così particolare,
fare distinzioni di razza e di discendenza?
Al termine del
racconto, quella che perviene davvero a miglior vita è la parrocchia come
istituzione, come punto di raccolta e di ritrovo e di riferimento, come
atmosfera legata a un'epoca ormai conclusa. C'è il senso di un pessimismo
generico nei confronti della Storia, non si intravedono grandi possibilità di
riscatto, tuttavia suona anche come un'opera incompiuta: parlando di Jugoslavia
e fermandosi nel '74, è evidente come il racconto manchi del tutto del tragico
epilogo.
Degna di nota anche
la descrizione dei partigiani che scendono dalle montagne, dopo la liberazione:
"Neanche un
mese dopo, la strada era piena di partigiani. Cantavano, levavano le braccia e
mandavano baci a noi ai bordi, una processione di disperati che avesse riavuta
la salute nel fiore degli anni. Avevano strappato armi, insegne e uniformi a tutti
gli eserciti, nel vano tentativo di apparire soldati regolari. Erano sé stessi
proprio nelle toppe, negli abiti dispaiati, nella capigliatura rimasta
scoperta: un prevalere degli arti, della carne, degli occhi e dei sorrisi sul
ferro della truppa che li aveva preceduti.".
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