Scoperto
per caso qui su anobii, me lo ritrovo sullo scaffale mentre curioso in libreria
a Castelnuovo e non me lo faccio scappare. Il buon profumo di carta delle
pagine fa da contrasto all'odore di aglio del titolo.
Secondo
libro che leggo di un autore cinese nel giro di poco tempo e che si ricollega
direttamente con il primo, letto poche settimane fa: se nel libro di Rong
l'ottusità del regime è la causa della distruzione e desertificazione della
prateria mongola, qui la stessa ottusità causa lo sfacelo di un villaggio di
contadini i quali sono stati indotti a concentrare tutta la produzione su una
sola coltura - l'aglio, appunto - e a causa di questo si ritrovano in miseria e
in carestia.
L'ambientazione
è dunque la Cina rurale degli anni ottanta, tra quei contadini che Rong, nel
libro di cui sopra, disprezza un po': qui i contadini non sono rappresentati
come dei tonti, ma ingenui certamente sì, quell'ingenuità che deriva dalla
povertà, dall'ignoranza e dall'attaccamento alle antiche tradizioni. Siamo
nella provincia dello Shandong, in un distretto denominato Tiantang,
"paradiso", un nome paradossale che certamente vuole essere, se non
proprio ironico, per lo meno elemento di contrasto per sottolineare la
disastrata realtà vissuta dai suoi abitanti (la cosa non è per nulla surreale
se si considerano i nomi ridicoli di tanti villaggetti e palazzine in certe
squallide e orribili periferie anche qui da noi). Il luogo è in effetti un vero
paradiso dal punto di vista delle lussureggianti flora e fauna: gelsi, salici,
sorghi, sofore, dature, grandi fiori e frutti di ogni colore e profumo e
sapore, campi di grano sempre maturo profumato e ondeggiante, puledri dal manto
setoso e profumato che si spostano liberi per la campagna e osservano le
miserie degli uomini con aria in parte interrogativa e in parte impietosita. E
oltre al puledro che compare ovunque e poi riparte al galoppo, ci sono
pappagalli dai mille colori, e un leopardo che spunta tra la canapa dagli steli
gialli e verdi. Sembra di essere in un dipinto del buon vecchio Ligabue, ci
sono gli stessi colori, le stesse pennellate forti e lo stesso spirito naif. Ma
le similitudini con il paradiso finiscono qui, perché le vicende narrate sono
invece infernali: si racconta in parallelo la storia di Gao Yang che viene
arrestato per aver preso parte ad una sommossa, e quella di Gao Ma innamorato
di Jinju ma in questo ostacolato in tutti i modi dalla famiglia di lei. Le due
storie sono abilmente intrecciate perché coinvolgono gli stessi luoghi, stessi
personaggi e lo stesso di lasso di tempo.
Personaggio
emblematico e fondamentale è il cantore cieco Zhang Kou che all'inizio di ogni
capitolo, come un menestrello, con il suo violino a tre corde, descrive il
distretto di Tiantang, introduce gli eventi terribili che verranno narrati, incita i contadini alla rivolta contro
l'ingiustizia. Mi ha ricordato molto da vicino il cantore Tighritz che ne
"Il viaggiatore notturno" di Maggiani, in cambio dell'ospitalità,
ogni sera intrattiene i suoi ascoltatori facendo un riassunto della giornata
trascorsa - solo che là nel deserto non succede quasi niente, invece qui nel
"paradiso" ne succedono di tutti i colori: rivolte, arresti, fughe,
torture, incidenti, suicidi, omicidi e chi più ne ha più ne metta.
La
storia è brutale e la scrittura dura, cruda e vagamente disarticolata,
l'olfatto ha qui la stessa importanza della vista. Descrizioni di odori e
profumi sono altrettante quanto quelle visive.
Il
racconto è colmo di dettagli e bei paesaggi ma la poesia viene naturalmente
soffocata dalle dure esperienze cui sono sottoposti i cinque sensi del
lettore. A fare da contraltare a questa
durezza, c'è la leggerezza con cui sono descritte torture e sofferenze patite
dai personaggi, leggerezza che vuole esprimere l'ignoranza e ingenuità dei
contadini, però tutto sommato finisce per tenere il lettore un po' a distanza.
A fare da contraltare c'è anche una certa lentezza: la narrazione delle due
storie in parallelo ha un incedere esageratamente lento nella prima metà del
libro, colmo di dettagli tra i quali è impossibile distinguere quelli
importanti ai fini della storia, e talvolta assume una dimensione onirica che a
mio avviso male si sposa con il realismo dei 5 sensi. Il realismo sensoriale
rimane in ogni caso predominante durante tutto il libro. La ripetitività di
determinate frasi ed espressioni è come il ripetersi di un ritornello, dubito
proprio sia una svista o un'insistenza dello scrittore, vuole invece rendere la
narrazione come un canto. Forse una certa ripetitività di eventi ed espressioni
vuole anche essere un forma di ironia, ma in questo caso il messaggio ironico
non mi è arrivato più di tanto. Ad esempio la ripetitività con cui Gao Yang
ripete a sé stesso che non sta piangendo, ha solo del liquido negli occhi;
oppure la frequenza con cui lo stesso Gao Yang, nel corso delle vicende
narrate, finisce per essere costretto a bere la propria urina.
Devo
osservare anche una qualche confusione con i nomi di persone - non so se colpa
dell'autore o della traduzione, ma non agevola certo la scorrevolezza della
lettura: il padre di Jinju, a pag. 34 e a pag. 150 si chiama Fang Yunqiu, ma
nelle pagine precedenti alla 34 e successive alla 150 si chiama Fang Sishu.
Forse questa cosa ha una spiegazione che io non ho colto.
Il
tema non è tanto, o comunque non soltanto, il funzionamento del regime
comunista nelle campagne della Cina degli anni '80, con le sue torture, la sua
crudeltà e la sua ottusità. Io direi che più in generale c'è il tema della
povertà, e il rapporto della povera gente con i superiori: siano essi nobili
(ai tempi dell'impero) o funzionari di partito (dalla rivoluzione in poi), il
povero insiste nel crederli migliori di lui, crede che nella vita si siano
sistemati meglio perché più capaci e più meritevoli, e così da un regime
all'altro la sostanza resta sempre la stessa. L'autore, se da un lato esprime
disprezzo per i piccoli funzionari di provincia, dall'altro lascia comunque
trapelare fiducia per il regime in generale. Un po' come in Russia ai tempi dello
Zar, il grande padre è sempre buono: il cattivo è il piccolo padre, il signore
locale.
Quattro
stelle. In realtà sarebbero tre stelle e mezza, o forse tre e tre quarti, c'è
un qualcosa nella narrazione che non mi convince del tutto; bisogna comunque
riconoscere che la scrittura è davvero impeccabile, e chissà quanto si perde
nella traduzione. Cosa non mi convince? Lo scontrarsi di un lato onirico con un
lato estremamente realistico? La durezza del racconto che colpisce come uno
schiaffo i cinque sensi del lettore? La lentezza del racconto? I continui
flash-back e flash-forward che ricompongono un anno di eventi come un puzzle?
Tutti questi non sono difetti, anzi sono elementi che ho apprezzato. Forse quel
che non mi convince è il mix di tali elementi, è la ricetta: l'ho apprezzata,
ma semplicemente non è tra le mie preferite. Forse quel che non convince è
anche la chiusura di certe scene: dopo avere picchiato a morte Gao Ma lo fanno
rinvenire con una medicina miracolosa in una scenetta quasi da televendita;
oppure dopo una grave tragedia lo stesso Gao Ma che si mette ad inseguire ed
ammazzare i pappagalli…
Lettura
comunque consigliata - tranne che ai lettori schizzinosi o estremamente
sensibili - poi come sempre ognuno ne può ricavare qualcosa di diverso.
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