"E' una storia inventata, ma
anche vera. Appena posso la ricomincio da capo."
E' un bel libro anche preso
singolarmente, ora ovviamente mi resta da scoprire il resto della trilogia. E'
misterioso e poetico, di una poesia robusta e concreta. Dicendo che si tratta
di una saga familiare mi sembra di aver detto tutto e niente; è uno di quei
racconti che ti portano a chiederti: quanto dura la vita di una persona? Dura
lo spazio di un secondo o dura piuttosto un'eternità?
Ambientato a Nuoro, mi ha riportato
immediatamente alle atmosfere di "Paese d'ombre" di Dessì, ma anche
di tutte le altre belle saghe familiari che ho letto: dai Buendìa agli
Scacerni, e ci sono anche molti punti in comune con "Il dolore perfetto"
di Riccarelli. Raccontare la storia di una famiglia è da sempre il modo
migliore di raccontare un'avventura che in un solo sguardo abbraccia le
persone, i sentimenti, i luoghi, la quotidianità e la Storia fatta dei grandi
eventi. Anche in questo libro come negli altri citati, si racconta del dolore e
del senso di impotenza di fronte alla storia, al destino e alla tragedia.
C'è la storia di una stirpe, la
famiglia Chironi, che in realtà stirpe non è in quanto i due capostipiti
Mercede e Michele Angelo sono entrambi trovatelli, i cui cognomi sono stati
loro attribuiti in modo fittizio. E dunque non si narra solo la loro storia e
della loro discendenza, ma anche le storie che all'interno della famiglia si
inventeranno per creare, per immaginare gli avi di cui in realtà non si sa
nulla. C'è un racconto, e c'è il racconto nel racconto: se Baricco ci ha
insegnato che non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia da
raccontare, qui si fa un passo avanti perché se uno non ha la storia da
raccontare, se la va a trovare. I temi del raccontare e del ricordare insieme
sono presenti lungo tutto il libro.
"…e Giuseppe ascoltava quella
storia lontana con la tranquilla contezza di chi sa che ripercorrere un
percorso a ritroso non incide sul futuro se non in termini di coscienza di sé.
Dal basso della sua condizione analfabeta sapeva qualcosa che non si può
insegnare: non importava quanto fosse vero o falso quel racconto, importava
raccontare."
Fois stesso trova parole per
descrivere il lavoro da lui compiuto: "Ma come si racconta questa storia
di silenzi? Voi lo sapete, tutti lo sanno che le storie si raccontano solo
perché da qualche parte sono accadute. Basta afferrare il tono giusto, dare
alla voce quel calore interno di impasto che lievita, sereno in superficie,
turbolento in sostanza."
La narrazione, che copre il periodo
dal 1900 fino al 1943, è frammentata e cronologicamente disordinata:
restituisce un dipinto cubista, ma a fare da collante tra la storia dei
Chironi, la Storia che tutto travolge e la piccola quotidianità del secolo scorso
- il Dio delle piccole cose -, c'è una poesia di questo calibro: "E' un
pomeriggio di agosto avanzato, di quelli compatti che sanno di lenzuola fresche
profumate con mele cotogne." oppure: "E c'era il piano scabro della
nostra vita insieme, come un tavolaccio rustico dove le malie del passato
potessero trovare un ordine."
Notevole infine la parte di racconto
relativa alle testimonianze dalla prima guerra mondiale: non ha nulla da
invidiare al conterraneo Lussu.
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