venerdì 29 gennaio 2016

Stirpe - Marcello Fois


"E' una storia inventata, ma anche vera. Appena posso la ricomincio da capo."



E' un bel libro anche preso singolarmente, ora ovviamente mi resta da scoprire il resto della trilogia. E' misterioso e poetico, di una poesia robusta e concreta. Dicendo che si tratta di una saga familiare mi sembra di aver detto tutto e niente; è uno di quei racconti che ti portano a chiederti: quanto dura la vita di una persona? Dura lo spazio di un secondo o dura piuttosto un'eternità?



Ambientato a Nuoro, mi ha riportato immediatamente alle atmosfere di "Paese d'ombre" di Dessì, ma anche di tutte le altre belle saghe familiari che ho letto: dai Buendìa agli Scacerni, e ci sono anche molti punti in comune con "Il dolore perfetto" di Riccarelli. Raccontare la storia di una famiglia è da sempre il modo migliore di raccontare un'avventura che in un solo sguardo abbraccia le persone, i sentimenti, i luoghi, la quotidianità e la Storia fatta dei grandi eventi. Anche in questo libro come negli altri citati, si racconta del dolore e del senso di impotenza di fronte alla storia, al destino e alla tragedia.

C'è la storia di una stirpe, la famiglia Chironi, che in realtà stirpe non è in quanto i due capostipiti Mercede e Michele Angelo sono entrambi trovatelli, i cui cognomi sono stati loro attribuiti in modo fittizio. E dunque non si narra solo la loro storia e della loro discendenza, ma anche le storie che all'interno della famiglia si inventeranno per creare, per immaginare gli avi di cui in realtà non si sa nulla. C'è un racconto, e c'è il racconto nel racconto: se Baricco ci ha insegnato che non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia da raccontare, qui si fa un passo avanti perché se uno non ha la storia da raccontare, se la va a trovare. I temi del raccontare e del ricordare insieme sono presenti lungo tutto il libro.

"…e Giuseppe ascoltava quella storia lontana con la tranquilla contezza di chi sa che ripercorrere un percorso a ritroso non incide sul futuro se non in termini di coscienza di sé. Dal basso della sua condizione analfabeta sapeva qualcosa che non si può insegnare: non importava quanto fosse vero o falso quel racconto, importava raccontare."

Fois stesso trova parole per descrivere il lavoro da lui compiuto: "Ma come si racconta questa storia di silenzi? Voi lo sapete, tutti lo sanno che le storie si raccontano solo perché da qualche parte sono accadute. Basta afferrare il tono giusto, dare alla voce quel calore interno di impasto che lievita, sereno in superficie, turbolento in sostanza."

La narrazione, che copre il periodo dal 1900 fino al 1943, è frammentata e cronologicamente disordinata: restituisce un dipinto cubista, ma a fare da collante tra la storia dei Chironi, la Storia che tutto travolge e la piccola quotidianità del secolo scorso - il Dio delle piccole cose -, c'è una poesia di questo calibro: "E' un pomeriggio di agosto avanzato, di quelli compatti che sanno di lenzuola fresche profumate con mele cotogne." oppure: "E c'era il piano scabro della nostra vita insieme, come un tavolaccio rustico dove le malie del passato potessero trovare un ordine."

Notevole infine la parte di racconto relativa alle testimonianze dalla prima guerra mondiale: non ha nulla da invidiare al conterraneo Lussu.

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