"Se vorrai diventare parte di
questa terra, imparerai cosa significa strazio… E' la maledizione e la
benedizione delle isole: sempre andare e sempre tornare…"
Bello, questa trilogia me la sto
proprio gustando.
Per quanto si intitoli "Nel
tempo di mezzo" ed effettivamente sia il secondo di una trilogia, questo
libro è pensato anche per una lettura indipendente dal primo. La storia
contenuta nel primo libro viene riassunta per sommi capi, il passaggio cruciale
della scena che fa da cerniera tra i due viene riportato con le stesse
identiche parole. E tuttavia vale sempre la regola per cui se non avessi letto
il primo mi mancherebbero molte sfumature nella psicologia dei personaggi, nei
perché e nei percome delle vicende. Inoltre, in questo secondo libro si
inizierà a scoprire chi è la voce narrate che ci parla già dal libro
precedente.
Il lessico è sempre attentamente
ricercato, questa volta il tono è meno poetico e un po' più ruvido e
rassicurante. Come nel primo volume lo sguardo di Fois si posa spesso sul cielo
per descriverlo e farlo diventare anch'esso protagonista della storia, ma
rispetto il primo volume qui rivolge lo sguardo anche verso il basso, verso la
terra: si compone un paesaggio fatto di terreni, di rocce, di vegetazioni, di
insetti e piccoli animali.
Il "tempo di mezzo" del
titolo non è tanto un'indicazione relativa ad un periodo quanto ad un luogo: la
Sardegna, che viene più volte identificata come una grossa roccia o una grossa
zattera immezzo al mare. Tempo di mezzo è anche la città di Nuoro: "La
condizione di periferia l'aveva salvata dalle bombe, ma anche dall'indigenza:
[…] lì era come trovarsi in un tempo sospeso a metà, nel tempo di mezzo, non
moderni, non antichi, ma sensibili, esposti al contagio. Era in quel territorio
sospeso che si doveva inventare un senso, che si doveva immaginare una
prospettiva."
Infine, l'espressione "tempo di
mezzo" si riferisce anche ad una condizione psicologica dei protagonisti:
il tema della 'sospensione' o tregua o dir si voglia, ricorre lungo tutta la
durata del romanzo, insieme ai temi già presenti nell'altro come il dolore,
l'importanza e al tempo stesso le difficoltà della vita di famiglia.
"Tutto quel mondo immaginato, a
pensarci, era distantissimo dal luogo in cui ora si trovava, che era un luogo
di sospensione. E di silenzio."
Oppure "…restò stordito in quel
corridoio vuoto che è il passaggio tra il sonno e la veglia"
o ancora "Si trovano nel centro
esatto di un limbo che non è paese e non è campagna, un luogo dove l'uomo e la
natura sono in fase di stallo e si controllano a vicenda".
E ancora, gli eventi cruciali che
sempre avvengono nel passaggio tra le stagioni: "..a lui è stato assegnato
quel preciso passaggio tra la primavera e l'estate, quando le piante respirano
con un leggero affanno per il caldo incipiente…"
"In quella stagione precisa,
quando l'estate chiede all'autunno se può trattenersi ancora, e lui risponde
che può, […] si baciarono."
Dal punto di vista della scansione
temporale, il racconto è disomogeneo: riparte dal 1943 e sottolinea la distanza
della Sardegna dal conflitto che sembra come un rumore di sottofondo, un
litigio tra i vicini, è solo una generica atmosfera di disastro cui si rendono
partecipi la malaria, il cielo plumbeo e la terra inaridita, e coloro che
vivono sull'isola rimangono un po' straniti per via di questo conflitto che c'è
e non c'è. Da notare la differenza rispetto tanti altri autori che spesso
tengono a sottolineare l'imperturbabilità della natura e delle stagioni
rispetto alla carneficina in corso, qui invece l'ambiente esterno si fa sempre
partecipe degli eventi, sia in termini pratici che in termini psicologici.
Per il resto, gli anni della guerra
vengono liquidati rapidamente: per Fois, in questa storia, la seconda guerra
mondiale coincide essenzialmente con i giorni del ritorno in Sardegna di
Vincenzo, e poi si passa subito oltre, alle vicende di Nuoro e della famiglia
Chironi durante gli anni '50, concentrandosi principalmente sulla figura di
questo ultimo rampollo della stirpe, e si conclude con due rapidi flash negli
anni '70.
Bellissimo il rapporto tra nonno e
nipote: "Lui e il nonno hanno in comune il fatto di non avere bisogno di
ribadire quanto è chiaro da sempre. Potrebbero anche non salutarsi, potrebbero
persino non vedersi per anni, ma questo significherebbe poco, perché tra loro
tutto quello che c'era da dire è stato detto."
E infine, così come per il libro
precedente in tanti citano il passaggio in cui Michele Angelo vede per la prima
volta Mercede, anche qui c'è un incontro speciale descritto in modo molto
coinvolgente: "…si riconobbero come d'altra specie. Capirono cioè che
quanto li accomunava era questa condizione di intima estraneità che li legava a
quel posto: lei in quanto profuga, di lusso, ma profuga; lui in quanto Mosè,
trovato nelle acque quando la stirpe Chironi sembrava morta."
Finale mozzafiato - anche un poco
compiaciuto - e ora via che si
ricomincia con il terzo.
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