giovedì 31 marzo 2016

Ogni mattina a Jenin - Susan Abulhawa


Molto bello. Ammetto di avere inizialmente faticato ad entrare in sintonia con la narrazione e a calarmi nell'atmosfera di dolore che pervade tutto il racconto. Questo non mi capita spesso. Mi ritrovo a leggere la storia di una famiglia palestinese, contadini prima e profughi poi, raccontata in parte per voce del narratore onnisciente, in parte tramite le parole dell'ultima discendente della famiglia, entrambe le voci zigzagando quasi a ruota libera tra il 1941 e il 2002. Guerre, morti, addii, sparizioni e abbandoni. La trovavo frammentaria al punto tale da risultare disordinata. Inizia come storia della famiglia, poi si concentra maggiormente su Amal ultimogenita prima della diaspora, e poi di nuovo un ritrovarsi di una parte della famiglia quando tutto sembrava perduto e molto è andato irrimediabilmente distrutto. Le due voci narranti non sempre immediatamente riconoscibili contribuivano al mio senso di disordine.

Poi, pian piano, il quadro ha iniziato a comporsi davanti ai miei occhi e ad assumere le giuste tinte. E' un racconto fatto di una coralità molto originale, una storia dove i protagonisti si raccontano direttamente, con una schiettezza tale che non è immediato cogliere al volo. E a questo punto si rende opportuno ricordare che se i principali protagonisti sono inventati, i fatti e gli eventi narrati sono assolutamente veri.

"La storia di una famiglia di un oscuro paesino, visitata un giorno da un destino che non le apparteneva e imprigionata per sempre dalla nostalgia tra le radici e la terra. Era un racconto di guerra, della sua furia agghiacciante, bruciante e di nuovo agghiacciante. Di un amore impetuoso e di un attentatore suicida. Di una ragazza che era fuggita dal suo destino per diventare una parola, svuotata del suo significato. Di bambini cresciuti che setacciavano la follia in cerca di un perché. Di una verità che si faceva strada tra le menzogne affiorando da una crepa, da una cicatrice sul volto di un uomo." Aggiungo io che contiene anche una struggente storia d'amore, molto ben raccontata.



Mi ritrovo a pensare e scrivere quello che già ho scritto nella recensione di "Furore": anche questa storia ha a che fare con la capacità di indignarsi per davvero, gridando in faccia a qualcuno e non cliccando un 'like' sul feisbuc. Però io, qui ed ora, a chi vado a gridare in faccia? Hanno messo le cose in modo che non te la puoi mai prendere con qualcuno.

Questo libro ha a che fare anche con la capacità, da parte del lettore, di ribaltare il proprio punto di vista, perché tutti coloro che in questi anni si sono limitati a seguire le vicende mediorientali tramite le fonti tradizionali, dove le posizioni buoni-cattivi sono rimaste ferme press'a poco al 1945 e alle sceneggiature dei film hollywoodiani, troveranno una prospettiva del tutto ribaltata. Incredibili e inquietanti le similitudini tra i rastrellamenti messi in atto dagli israeliani ai danni della popolazione palestinese sin dal '47 e quelli subiti dagli stessi ebrei solo pochi anni prima in Europa: avendo terminato da pochi giorni la lettura de "Il pianista" di Szpilman, il confronto mi risulta quanto mai diretto. E altrettanto incredibile ed inquietante osservare come ancora oggi la stragrande maggioranza delle persone non abbia la minima idea di questa pazzesca similitudine.



Il senso di nostalgia per la patria perduta si compone in questo racconto in modo così semplice e diretto perché privo di retorica e anche di eccessi poetici, è tutto fatto di storie reali. E nonostante le immense tragedie narrate, non manca nemmeno un anelito verso una speranza di perdono e di ricomposizione del dolore. PIù di un libro di storia, mi ha aiutato a capire meglio anche alcune precedenti letture dalle ambientazioni simili.

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