Molto bello. Ammetto di avere
inizialmente faticato ad entrare in sintonia con la narrazione e a calarmi
nell'atmosfera di dolore che pervade tutto il racconto. Questo non mi capita
spesso. Mi ritrovo a leggere la storia di una famiglia palestinese, contadini
prima e profughi poi, raccontata in parte per voce del narratore onnisciente,
in parte tramite le parole dell'ultima discendente della famiglia, entrambe le
voci zigzagando quasi a ruota libera tra il 1941 e il 2002. Guerre, morti,
addii, sparizioni e abbandoni. La trovavo frammentaria al punto tale da
risultare disordinata. Inizia come storia della famiglia, poi si concentra
maggiormente su Amal ultimogenita prima della diaspora, e poi di nuovo un
ritrovarsi di una parte della famiglia quando tutto sembrava perduto e molto è
andato irrimediabilmente distrutto. Le due voci narranti non sempre
immediatamente riconoscibili contribuivano al mio senso di disordine.
Poi, pian piano, il quadro ha
iniziato a comporsi davanti ai miei occhi e ad assumere le giuste tinte. E' un
racconto fatto di una coralità molto originale, una storia dove i protagonisti
si raccontano direttamente, con una schiettezza tale che non è immediato
cogliere al volo. E a questo punto si rende opportuno ricordare che se i
principali protagonisti sono inventati, i fatti e gli eventi narrati sono
assolutamente veri.
"La storia di una famiglia di
un oscuro paesino, visitata un giorno da un destino che non le apparteneva e
imprigionata per sempre dalla nostalgia tra le radici e la terra. Era un
racconto di guerra, della sua furia agghiacciante, bruciante e di nuovo
agghiacciante. Di un amore impetuoso e di un attentatore suicida. Di una
ragazza che era fuggita dal suo destino per diventare una parola, svuotata del
suo significato. Di bambini cresciuti che setacciavano la follia in cerca di un
perché. Di una verità che si faceva strada tra le menzogne affiorando da una
crepa, da una cicatrice sul volto di un uomo." Aggiungo io che contiene
anche una struggente storia d'amore, molto ben raccontata.
Mi ritrovo a pensare e scrivere
quello che già ho scritto nella recensione di "Furore": anche questa
storia ha a che fare con la capacità di indignarsi per davvero, gridando in
faccia a qualcuno e non cliccando un 'like' sul feisbuc. Però io, qui ed ora, a
chi vado a gridare in faccia? Hanno messo le cose in modo che non te la puoi
mai prendere con qualcuno.
Questo libro ha a che fare anche con
la capacità, da parte del lettore, di ribaltare il proprio punto di vista,
perché tutti coloro che in questi anni si sono limitati a seguire le vicende
mediorientali tramite le fonti tradizionali, dove le posizioni buoni-cattivi
sono rimaste ferme press'a poco al 1945 e alle sceneggiature dei film
hollywoodiani, troveranno una prospettiva del tutto ribaltata. Incredibili e
inquietanti le similitudini tra i rastrellamenti messi in atto dagli israeliani
ai danni della popolazione palestinese sin dal '47 e quelli subiti dagli stessi
ebrei solo pochi anni prima in Europa: avendo terminato da pochi giorni la
lettura de "Il pianista" di Szpilman, il confronto mi risulta quanto
mai diretto. E altrettanto incredibile ed inquietante osservare come ancora
oggi la stragrande maggioranza delle persone non abbia la minima idea di questa
pazzesca similitudine.
Il senso di nostalgia per la patria
perduta si compone in questo racconto in modo così semplice e diretto perché
privo di retorica e anche di eccessi poetici, è tutto fatto di storie reali. E
nonostante le immense tragedie narrate, non manca nemmeno un anelito verso una
speranza di perdono e di ricomposizione del dolore. PIù di un libro di storia,
mi ha aiutato a capire meglio anche alcune precedenti letture dalle
ambientazioni simili.
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