"La compattezza delle cose è
affidata a volte a elementi fastidiosi che sembrano disturbarne la
coesione"
Questo libro incolla il lettore alla
pagina con la violenza delle parole e lo obbliga a leggere tutto d'un fiato.
Non si tratta di una letturina facile e piacevole, può arrivare a turbare,
quantomeno disturbare o irritare, ma di certo non è di quelle letture che si
riesce ad abbandonare facilmente, ed in questo la Ferrante si dimostra ancora
una volta brava. Stessi ingredienti
della tetralogia: Torino, Napoli, una scrittrice o aspirante tale, il
femminismo, uomini che ci fanno una figura balorda - ma il tutto a tinte ancora
più forti.
L'abbandono giunge inizialmente
inspiegabile e ineluttabile come la metamorfosi di Gregorio Samsa, arriva e
basta. E dunque il libro è la storia di una nevrosi, di un intorpidimento dei
sensi e del senno; storia dell'esaurimento nervoso conseguente all'abbandono,
dell'annaspare angoscioso che invece di fare restare a galla fa affondare
ancora di più; e infine della risalita di una china tanto difficile quanto
scontata - scontata non tanto nella realtà quanto nella letteratura, non si
potrebbe scrivere una roba del genere senza poi dare al lettore un minimo
conforto. Quasi geniale la figura del violoncellista, la Ferrante denota anche
in questo personaggio apparentemente banale una sensibilità fuori dal comune.
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