mercoledì 29 giugno 2016

Benedizione - Kent Haruf


"Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto".



Noiosetto. Mi è piaciuto meno degli altri due, c'è un netto stacco rispetto i volumi precedenti: compaiono riferimenti agli anni in cui si svolge la vicenda, ci sono nuovi personaggi, così come pure sono nuovi il tono e il ritmo, apparentemente più sostenuti. Gli episodi relativi alla vecchiaia e alla malattia e infine alla morte di Dad Lewis, cittadino di Holt, e al modo in cui la sua famiglia affronta tutto ciò, si alternano ai flashback con i ricordi e i rimpianti della sua vita, che finiscono per divenire anche una piccola cronaca di Holt, ma proprio piccola piccola.

I personaggi dei libri precedenti che fine hanno fatto? La storia riparte diversi anni più tardi, quando di essi  è rimasto solo un pallido ricordo in città, essi compaiono solo lontanamente, in vaghi accenni quando i nuovi protagonisti si raccontano vicendevolmente le storie della gente di Holt. Eppure "Crepuscolo" si concludeva con alcuni fili palesemente pendenti. È una trilogia ma forse non la è, questo volume è proprio separato dagli altri due. L'incantesimo delle belle atmosfere è spezzato, i protagonisti non sono più persone semplici, sono solo personaggi piatti. Parlano tutti allo stesso modo: vecchi, giovani, bambini, deve essere la voce narrante a specificare il dato anagrafico del personaggio perché dal dialogo in sé non traspare alcunché. Di più, non si riesce a capire i caratteri dei personaggi: questo Dad Lewis, com'è? è uno rancoroso e iroso, come lascerebbero pensare i suoi atteggiamenti verso i figli, o è uno buono e giusto perché in alcune occasioni ha cercato di porre rimedio alle conseguenze delle sue azioni? E questo reverendo Lyle, è uno tosto perché si permette di dire nel sermone quello che nessuno vorrebbe sentirsi dire, oppure è un rammollito perché sta mandando a ramengo la sua famiglia senza poterci fare un bel niente? Qualcuno potrebbe replicare che i personaggi sono ben fatti proprio per questo, perché non ci sono bene e male, giusto e sbagliato tutti da una parte o dall'altra, come nella vita reale è tutto mescolato in ogni singola persona. Ma mentre in altri romanzi la mescolanza mi ha fatto l'effetto di fedele ricostruzione della realtà, qui mi fa solo effetto piattezza e approssimazione. Le forzature si fanno ancora più evidenti nella trama: se nel primo volume i due fratelli McPheron che accolgono in casa Victoria è un'idea stravagante che tuttavia suscita una certa empatia, qui la storia della bambina Alice che viene adottata un po' da tutti non mi ha toccato nessuna corda emotiva.

Tutti quei lunghi dialoghi un po' vuoti vorrebbero suggerire l'idea di una resa dei conti, un tirare le somme della propria vita, piccole epifanie alla maniera della "Gente di Dublino", ma a differenza di altri libri qui c'è un tipo di actionless che non incontra il mio gusto... Mi ha ricordato "Le braci", e lo dico in senso negativo perché il libro di Marai non è che mi fosse piaciuto granché.

L'idea di fondo era buona: affrontando il tema dei rimpianti e dei rancori, il titolo "benedizione"  diviene quasi ironico, ogni volta che la "benedizione" viene citata nel corso del romanzo è sempre pomposa e fuori posto, e non riesco davvero a capire se questa cosa è seria o autoironica.

"Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano […] Se amate quelli che vi amano, perché dovreste essere benedetti?"

"Il Signore vi benedica e vi protegga; il Signore faccia splendere il suo volto su di voi…"

"Si avvicinò alla cisterna e si spruzzò l'acqua addosso, poi entrò, si accucciò e si rialzò gocciolando. Oh Gesù! Dio ci benedica!"

"Che la pace sia con te e con ognuno di noi in questa stanza. Chiediamo tutte queste benedizioni in nome di Gesù…"

E sto copiando dal romanzo di Haruf, non dalla Bibbia. Per essere un romanzo, tutte queste preghiere mi sono parse davvero ridondanti.

Questa  idea del rimpianto che in realtà è una vera maledizione per ognuno di noi, nella storia non trova spazio per uno sviluppo vero e proprio, rimane semplicemente lì a galleggiare nella piccola cronaca country. Il lento disfacimento sia fisico che mentale del malato di cancro, quello sì, devo ammettere che è descritto molto bene. I passi relativi agli ultimi istanti di vita, per quanto anche qui i dialoghi siano banali, non possono non commuovere neanche un pochettino. Nella concitazione degli eventi delle ultime 6-7 pagine mi è parso pesino di ritrovare il gusto e le atmosfere dei primi due libri… ma poi il romanzo è finito. Troppo tardi. Per il voto complessivo farei la media matematica dei singoli voti ai tre volumi, e mi sa che rimarrà un qualcosina sotto la sufficienza…

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