martedì 14 febbraio 2017

Memorie del cavalier-pulzella - Nadežda Andreevna Durova


Già soltanto il libro come oggetto, non può non affascinarmi: carta spessa e ingiallita, Prezzo Lire 8.000, chissà in che magazzino ha soggiornato prima che IBS me lo spedisse. E poi la storia, è così avvincente (oltre che così vera) che a paragonarla al celebre cartoon da altri citato mi sembrerebbe proprio di svilirla. Il titolo stesso meriterebbe di restare "La cavalleria femminile", più pacato e meno ammiccante, e al tempo stesso più comprensivo del valore storico e letterario di tale opera.

Ci sono storie, anche parzialmente reali, come in "Vergine giurata" della Dones, dove una donna si ritrova a vivere da uomo per necessità. In altre storie, come "Creatura di sabbia" di Tahar Ben Jelloun, c'è un padre che, desiderando talmente tanto il figlio maschio, finisce per negare l'evidenza e cresce la femmina come se fosse un maschio. Qui non c'è nulla di tutto ciò: Nadezda era solo insofferente alle limitazioni, all'incasellamento dei ruoli e ad una madre che a sua volta non sapeva esprimerle affetto e ha generato così un circolo vizioso che ha portato alla ribellione e alla fuga della giovane.



L'autobiografia si apre dunque con alcuni episodi, siamo verso il termine del diciottesimo secolo, relativi all'infanzia di una "signorina" dal carattere vivace ed esuberante che mal si accompagna alle convenzioni della sua epoca e della sua classe, la quale infine fugge di casa per aggregarsi all'esercito.

Si prosegue con un racconto piuttosto dettagliato e fedele circa i giorni del suo arruolamento e le sue prime battaglie: questo resoconto è molto sincero perché la Durova non cerca di rendere le sue gesta più eroiche di quanto non siano state, ammette con franchezza i propri errori, le sciocchezze e le dimenticanze.

L'aspetto negativo di tutto questo sono i vuoti, è quel che manca: quando narra in prima persona, la Durova dice di essere fuggita di casa a sedici anni, ma le note in postfazione dicono ben altro, la ragazza sarebbe in realtà partita per arruolarsi a venti e passa anni, dopo un matrimonio e un figlio. Un'altra mancanza è l'incontro con lo Zar: le note dicono semplicemente "non è nel volume a nostra disposizione". E infine, mancano dettagli su un aspetto essenziale per tale vicenda: una donna, per quanto bruttina e/o mascolina, per quanto vestita da uomo, anche così salterà primo a poi all'occhio a qualcuno, specie se è proprio l'unica donna immezzo a torme di barbudos. Gli accenni a questo aspetto della vicenda sono invece rarissimi. Per non parlare degli aspetti pratici: andava a nascondersi per tagliare i capelli che crescevano più rapidamente di quelli dei suoi commilitoni? Si isolava ogni qual volta doveva cambiarsi e anche solo in parte denudarsi? Come se l'è smazzata col problema delle regole mensili che, a quanto mi risulta, esisteva già anche nel diciottesimo e diciannovesimo secolo? Ecco, nessuna menzione circa questi argomenti pratici. Probabilmente queste omissioni sono causate da quello stesso motivo che l'ha spinta a lasciare casa, sono solo il frutto del gusto dell'epoca che non consentiva di parlare apertamente di certe cose, eppure è un peccato perché queste omissioni finiscono per dare una vaga aria di finzione ad una storia che invece è proprio vera che più vera non si può. La postfazione suggerisce che il fatto di aver costruito la biografia operando non solo senza alcuna aggiunta, ma addirittura per sottrazione, serva a conferire maggior valore all'opera e a sottolineare maggiormente i caratteri più veri e profondi dell'autrice e protagonista. Su questo punto non mi trovo molto d'accordo, ma io scrivo questo da stare nel ventunesimo secolo; lei era uno spirito del ventiduesimo secolo impastoiato nelle convenzioni del diciottesimo secolo.



In ogni caso, il valore dell'opera resta fuori da ogni dubbio: le operazioni durante le guerre Napoleoniche sono fedeli, raccontate in direttissima. La descrizione dell'infanzia è aggraziata e vivace, e sempre citando la nota in postfazione di Pia Pera: "…la descrizione dell'infanzia, così strana e poetica, infiammata d'ispirazione cavalleresca e immalinconita dall'oppressione materna." Personalmente, mi fa fatto ripensare ad Aksakov.

Ed è pur vero che in poche pagine si arriva a conoscere e capire bene la Durova che non aveva il benché minimo senso del protagonismo, "fino alla fine […] restò un cavaliere solitario, ispirata da un ideale donchisciottesco di protezione degli indifesi e da un profondo senso di compassione per i deboli. Si sentiva in armonia con la natura e le bestie, e parlava soprattutto al suo diario."

Noi oggi siamo ancora qui a discutere se sia più appropriato dire "sindaca" piuttosto che "sindaco", "ministra" piuttosto che "ministro", mentre all'inizio del diciannovesimo secolo c'è stata una persona che ha avuto la forza e il coraggio di fare semplicemente quello che si sentiva di fare, senza pensare nemmeno per un attimo a come si potesse etichettare, a quale parola usare per quel che stava facendo. Ha fatto, e basta. Mi sa che siamo più arretrati noi.

Nessun commento:

Posta un commento