sabato 18 febbraio 2017

Le otto montagne - Paolo Cognetti


Poco più di una settimana fa, dopo giorni e giorni di cielo cupo e plumbeo - e l'umor nero della sottoscritta che peggiorava di ora in ora - un pomeriggio si è aperta una striscia di luce a nord, con tutta la pianura ancora al buio, c'era una striscia di orizzonte sottilissima ma sufficiente a far vedere in maniera nitida tutte le Alpi, con il Monte Baldo in primo piano e tutte le altre cime dietro, ricoperte di neve e baciate da un sole splendente: è stata una visione consolante. Per dire che non è possibile non relazionarsi con i monti, in una maniera o nell'altra, anche se a uno non gliene frega niente e anche in momenti che apparentemente non c'entrano niente. Questo per me è un tema interessante, e dunque il libro mi ha incuriosita di una curiosità sincera e per niente modaiola sin dalle prime volte che me lo sono trovato sotto il naso. Quando l'ho comprato, lì per lì non avevo idea che fossimo così in tanti alle prese con Cognetti.

Questo è a tutti gli effetti "il" romanzo della montagna. Non sarà il più bello, il più maestoso, il più erudito o il più emozionante che mai sia stato scritto sulla montagna, ma certo è caratterizzato da una notevole completezza. Ognuno potrà trovarci esemplificato e personificato il suo punto di vista, il suo rapporto con la montagna: chi proprio non c'è mai stato e gli vengono le vertigini solo a pensarci; chi è cresciuto in città e la montagna la vive solo durante le vacanze estive o la settimana bianca; chi sui monti ci è nato e cresciuto e ha conosciuto sensazioni quali la voglia oppure la necessità di fuggire via. E c'è la conseguente incompatibilità tra tutti questi punti di vista. C'è la montagna vista da vicino, e vista da lontano. C'è il lato poetico dei monti, la loro imponenza e la magia della natura, ma non si nasconde la verità, c'è anche il lato più prosaico con i paesi abbandonati e diroccati, e certi montanari avvinazzati, la vita con le bestie e la fatica bestiale. Non banale l'osservazione che ognuno ha una propria quota prediletta, un paesaggio che gli assomiglia e dove si trova bene.

C'è l'infanzia, la nostalgia, il susseguirsi delle stagioni, l'amicizia e i rapporti padre-figlio: tutti questi temi sono presenti con semplicità, posso convenire con chi dice che sono trattati in maniera un poco appiattita su due dimensioni, sui personaggi non c'è chissà quale gran lavoro di introspezione psicologica, ma di certo non c'è nulla di stucchevole, e questo è un buon punto a favore.



La cosa che ho preferito di questa lettura, specialmente nel capitolo centrale, è stato di potere - insieme ai protagonisti - "grufolare" tra antiche pietre e ruderi vecchi di secoli, a metà tra il lavoro dell'archeologo e il pitoccare di ragazzini durante le vacanze estive. Con l'amico Bruno a fare da "custode di quel mucchio di macerie". La chiusa del romanzo non è poi così lapidaria e granitica come potrebbe sembrare, non è una vera e propria morale perché Bruno compie sì la sua scelta, ma influenzato da mille fattori e ragioni diverse. Il vero fulcro di questa storia, oltre al racconto di una bella amicizia (che non è solo roba da De Carlo, perché di amicizie come questa ce ne sono anche in ben altri autori, penso ad esempio a 'Narciso e Boccadoro' di Hesse), è un moderato e ponderato spirito di rassegnazione nei confronti delle cose che cambiano, dei tempi che cambiano e con essi i paesaggi che amiamo e che siamo abituati ad avere intorno. Non c'è tanto - o comunque non soltanto - il rimpianto per i bei tempi andati, come capita di trovare nei racconti di Corona o nelle cronache di Rumiz, c'è proprio un diverso spirito che prova ad osservare le cose da un punto di vista diverso, prova a trovare del buono anche in quello che buono non sembra ("Il piccolo pino cembro era ancora lì, gracile e storto come quando l'avevo trapiantato, ma vivo. Anche lui ondeggiava al vento ma non ispirava pace né armonia: ostinazione, piuttosto. Attaccamento alla vita. Pensai che quelle non erano virtù, in Nepal, ma forse sulle Alpi sì"). E se ancora non ce la fa, pazienza, si può sempre provare a volgere lo sguardo altrove.

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