Acquistato per puro caso, giusto per
uscire dal supermercato con due libri in mano anziché uno solo.
In prima persona e con un discorso
che ha il ritmo delle raffiche di una mitragliatrice e la forza di un ceffone,
ambientato a Parigi, protagonista una scrittrice più o meno affermata e più o
meno in blocco, racconta del precipitare in un orrido dell'anima, di quando si
perde il controllo della propria esistenza: l'ho subito associato a "I
giorni dell'abbandono" della Ferrante e a "La femmina nuda"
della Stancanelli. Lo stile discorsivo sgrammaticato-destrutturato zeppo di
pensieri a ruota libera non è il mio preferito: realistico fin che si vuole, ma
non è quel che cerco in un romanzo. Comunque finisco rapidamente per farci
l'abitudine e mi lascio coinvolgere dalla storia. Procedendo con la lettura,
sia questo stile discorsivo, che il tema della dipendenza dall'alcool, mi fanno
notare una certa qual somiglianza con Tondelli, e volendo guardare oltreoceano
anche con Bukowski e Fante; e mi fanno altresì notare come si vada componendo
sotto i miei occhi un personaggio femminile al di fuori da qualsiasi stereotipo
e da qualsiasi previsione: ciò mi rende ben disposta verso la lettura, perché
ancora oltre la metà del libro non si ha idea di dove la storia andrà a parare.
Si sfiorano comunque questioni essenziali circa il modo di essere, il modo di
rapportarsi alla vita sia in noi stessi che nelle persone che ci circondano.
In questo genere di racconti ad alto
tasso alcolemico riesco a cogliere bene l'aspetto drammatico, e invece tendo a
perdermi la vena comica, fatico proprio a percepirla. Ma qui mi pare davvero di
avere trovato un giusto equilibrio tra gli ingredienti, almeno per quanto
riguarda la corrispondenza con i miei gusti. I personaggi fragili e disadattati
della Campo non propongono lo stesso livello di drammaticità delle sopra citate
Ferrante e/o Stancanelli, la loro ricerca di stabilità e quotidianità è ribadita
ma non gridata; al tempo stesso la presupposta spinta comica qui non è così
prepotente in Fante e in Bukowski. Non
sarà letteratura a livelli intergalattici, eppure se dovessi dare un consiglio
di lettura tra tutti gli autori citati in questo commento, credo che il primo
libro della lista sarebbe proprio questo della Campo: non eccelle in nessuna
caratteristica in particolare, ma con punteggi medio-alti nei suoi diversi
aspetti acquisisce completezza e finisce per guadagnarsi la vetta della
classifica.
Finale apertissimo, il sipario cala
semplicemente con un inno all'amicizia come al maggiore dei sentimenti,
migliore persino del tanto usurato e bistrattato ammmòre, e con un
incoraggiamento per tutti coloro che pensano di non essere in grado di farsi o rifarsi
degli amici, può sempre capitare di conoscere persone con le quali sentirsi
come se ci si conoscesse dai tempi delle elementari.
"…la mia bocca non sta bevendo,
ma tutta la mia anima sì. Credo che si tratti di un impulso, qualcosa che non
abbandona mai un ubriacone, anche se è non attivo come me. Lo fai
continuamente. E' più forte di te."
"Coraggio vecchia mia, pensa
questo: dì a te stessa che hai capito la lezione, che l'hai capita tutta,
questa cazzo di lezione. Che ti è bastata, che basta così. Mi guardo le mani
che tremano e mi dico che forse ce la posso fare. Da qualche parte ci deve
essere scritta la parola fine."
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