venerdì 3 marzo 2017

Cavalli selvaggi - Cormac McCarthy


"…wild wild horses… couldn't drag me away…"



Stavo già cantando ad alta voce e invece no, il titolo originale è "All the pretty horses".



Iniziare questo libro è stato come cercare di abbracciare un cactus: ritmo lento e poco coinvolgente, zeppo di sottointesi o comunque informazioni date per scontate, dialoghi smozzicati con una voce narrante onnisciente perfettamente neutra per non dire assente, nomi di persona introdotti senza riferimenti, in un mix che rende impossibile identificare i personaggi e ancor meno i loro pensieri e intenti. E in special modo per quanto riguarda il protagonista: sedicenne ma perennemente bardato di cappellone e stivaloni da cowboy scafato. Questi accessori sono solo un posticcio eccesso di styling o sono un qualcosa di voluto che sta a rappresentare il suo desiderio di essere grande? Impossibile saperlo, al lettore non viene dato il benché minimo indizio, non una parola di spiegazione viene concessa. Va bene la scrittura scarna , ma qui si esagera. 

Comunque vado avanti e provo ad arrangiarmi da sola: siamo in Texas facendo i dovuti conti è la fine degli anni '40. Morto il nonno, mollato dalla fidanzata, i genitori divorziati e più nello specifico babbo ammalato e mamma attrice che si disinteressa bellamente del figlio, il ranch - di proprietà del nonno di cui sopra - destinato ad essere messo in vendita, il ragazzo decide di mollare tutti e andarsene, insieme con un amico.

Procedo con la lettura, senza perdermi una parola dei dialoghi perché sono gli unici che possono fornire indizi, scopro che l'amico in realtà è il cugino, e il protagonista - sempre estremamente adulto e serioso per i suoi sedici anni - sta fuggendo in Messico e là intende trovare lavoro. E ancora no, cugino era solo un modo di dire, in realtà erano a scuola insieme. Ma senza che me ne renda conto, a questo punto della storia ci sto già dentro più comodamente, al posto del cactus c'è una yucca dal tronco grande cui poter appoggiare la schiena con tutto l'agio necessario a una buona lettura. Non so identificare che cambiamento sia avvenuto nella mia percezione, o nel libro, o in tutt'e due: l'ambientazione è quella classica western, il fatto di essere spostata un centinaio di anni più in qua le conferisce una certa originalità, e la trama in realtà non è per nulla il classico western con la ricerca dei dollaroni sonanti ma un perfetto romanzo di formazione.

Il Mexico di cui i ragazzi vanno alla ricerca non è soltanto un viaggio nello spazio ma anche nel tempo: oltrepassare il confine significa per loro fare un salto indietro di cinquant'anni almeno, e consente loro se non di ritrovare i vecchi cowboys, per lo meno di percepirne le tracce. Riuscire a cavarsela sarebbe per loro qualcosa di più di una vittoria o un trofeo. Cercano un lavoro che gli è indispensabile alla sopravvivenza; oltre a questo non ci è dato sapere se e quanto cerchino rapporti umani, un amore, nuove esperienze da fare proprie, guardare la morte in faccia… in ogni caso le troveranno, tutte queste cose.  Il finale prende una bella rincorsa, direi quasi epica, unica e piacevolissima concessione della trama allo schema tipico del western, ed è un peccato che questa gran rincorsa si sgonfi in un niente quando arriva il momento del dunque. Ma riflettendoci, il finale in questa storia non conta niente. Il vero finale è un paesaggio che aleggia su tutto il racconto, proprio come se fosse al piano superiore, e al quale si accede solo in brevi sprazzi aperti dai fugaci sogni del protagonista: è il paesaggio di un paradiso, o forse di un mondo primordiale, abitato solo dai cavalli bradi che non hanno mai visto un essere umano: "Lassù non c'era nient'altro e i cavalli si muovevano in armonia come fossero guidati da una musica. I puledri e le giumente non avevano alcuna paura e correvano immersi nell'armonia universale che è il mondo stesso e che non si può descrivere, solo esaltare."

E' questa la sensazione che si prova stando tra i cavalli: gli altri animali domestici, i cani e i gatti, sono accanto a noi, nel presente, ma un cavallo, in un certo senso, sembra sempre guardarti dal passato.



Ancora non mi posso dichiarare fan sfegatata di questo genere di scrittura molto americano e molto contemporaneo, talmente scarno da sconfinare nell'omissione e un poco anche nell'incoerenza, ma la storia di formazione nella sua semplicità mi ha saputo coinvolgere. Procedo con la trilogia perché con le tre prove d'acquisto regalano un sacco di biada per il cavallo e si può partecipare all'estrazione finale per vincere un puledrino alla festa della transumanza a Casarola.

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