venerdì 24 febbraio 2017

Il farmacista del ghetto di Cracovia - Tadeusz Pankiewicz


"Un amico è sopravvissuto alla guerra ed è tornato a trovarmi: "Non mi sento felice nella piena accezione del termine", mi ha detto con voce spenta."





E dire che ci sono stata, a Cracovia, e alla farmacia di Pankiewicz ci sarò anche passata davanti, eppure i ricordi sono vaghissimi. Scartabellando su internet, trovo conferma di quello che era il mio unico ricordo certo: in quelle vie nulla è rimasto uguale a come fu un tempo, nemmeno le vie hanno più lo stesso nome, almeno non tutte. Ti portano in una piazza e ti dicono che dove ora c'è quel palazzo, durante la seconda guerra mondiale c'era la tal strada. Ti mostrano la fiancata di un altro palazzo e ti dicono che qui prima c'era l'ingresso della Emailfabrik. Impossibile ricordarsi che cosa c'è adesso dove prima c'era la farmacia "All'Aquila".

Ho ricordi molto più dettagliati della lettura di "Schindler's List" di Keneally, per quanto essa risalga a diversi anni prima della gita di cui sopra. E sono in grado di distinguere con una certa precisione i ricordi del libro dal film, peraltro anche quello ottimo. Del resto, molti piccoli episodi visibili nel film combaciano con quello che qui si racconta. Questa storia vera procede parallelamente a quella di Schindler, si svolge proprio nelle stesse vie; e procede altresì parallela a quella di Szpilman, a neanche tanti chilometri di distanza. E proprio come Szpilman, anche Pankiewicz è un sopravvissuto. I loro due libri hanno molto in comune, sia nel contenuto, che nello stile, che nella storia personale del narratore. L'unico rimpianto è di non aver visto spuntare tra queste pagine la figura di Itzhak Stern (ovviamente nelle sembianze di Ben Kingsley…), neanche in un piccolo episodio. Peccato, me l'aspettavo proprio.



Il mio giudizio di quattro stelle ovviamente si riferisce all'aspetto letterario dell'opera, non certo agli eventi raccontati che fanno parte della Storia e non sono giudicabili in nessun modo. Il racconto copre un periodo che va dalla primavera del '41 al dicembre '43, tutto vissuto dal farmacista all'interno del ghetto di Cracovia, dalla sua istituzione alla 'liquidazione'. Con una scrittura estremamente piana e semplice, si narrano le peggiori brutture che si possono immaginare ma soprattutto si riscostruisce un'atmosfera, arie e sensazioni, e pur trattandosi del biennio più buio in assoluto della storia dell'umanità, le sensazioni trasmesse non sono proprio tutte negative, insomma il messaggio che si percepisce tra le righe è che il lumicino della speranza rimane sempre acceso. Se avesse scritto questa cosa in termini espliciti mi sarebbe parsa una zuccherosità tanto superflua quanto anacronistica, ma un messaggio costruito per sensazioni anziché per parole esplicite, ha un altro valore.

Molte le riflessioni su tanti temi 'collaterali': sull'arduo compito che in quegli anni si sobbarcarono i membri dello Judenrat e su come le numerose critiche piovute su di loro siano state ingenerose; oppure sui sempre più frequenti casi di depressione e prostrazione nervosa, il diffondersi dell'alcolismo tra persone che prima non avevano mai toccato un goccio d'acool: cose piuttosto banali ma sulle quali altri testi non si soffermano più di tanto.



' "Dottore", mi disse uno dei frequentatori della farmacia, indicandomi la finestra che dava su piazza Zgody, "mi dica: come mai ci sono così pochi pazzi in giro dopo tutto quello che la gente ha dovuto sopportare? Possono le cellule grigie del nostro cervello reggere così tanto dolore? In fondo, prima della guerra i matti non mancavano, ma che mai potevano aver sofferto, quelli, in confronto alle nostre tragedie, alla nostra infelicità?" '



Non c'è una trama, non c'è il seppur minimo tentativo, non dico di dare un po' di fiction al resoconto, ma nemmeno di focalizzare il discorso su uno o due personaggi in particolare e costruire il racconto intorno a loro: questo rende la lettura un po' piatta ma estremamente sincera. Il primo capitolo rievoca le atmosfere della farmacia con tutti i suoi frequentatori, parlandone come di un'unica grande famiglia o ancor meglio come di un circolo culturale - anche se a tratti si riduce ad un mero elenco di nomi, cognomi, professioni. Questa faccenda dell'elenco si trova anche in altri passi dei capitoli successivi, ma Pankiewicz spiega bene la sua volontà di testimoniare e il suo sforzo per cercare di ricordare più persone possibili, sia per la memoria di coloro che non sono più, sia per essere a fianco di coloro che sono sopravvissuti. Nel secondo capitolo compaiono gli orrori delle espulsioni dal ghetto e deportazioni, e nel terzo, oltre alle brutture, compaiono le eccezioni:  i personaggi che, alla maniera di Schindler, hanno tentato il possibile per aiutare qualcuno; alcuni soldati tedeschi che, pur non contravvenendo agli ordini ricevuti, non trovano nulla da ridere in quel che si svolge sotto i loro occhi; tra gli ebrei diversi casi di suicidio, ritenuto preferibile all'ignoto della deportazione, e ancor più rari, ma a maggior ragione degni di nota, i casi di resistenza e sabotaggio. Rarissimi, per non dire unici, i casi di ebrei che abbiano implorato pietà dai tedeschi. Pankiewicz tiene a sottolineare come in tanti siano riusciti a comportarsi con dignità anche nei momenti peggiori in assoluto.

"Gli ebrei di Cracovia perirono, è vero, senza mettere in atto tentativi di liberarsi paragonabili alla difesa del ghetto di Varsavia, ma morirono con coraggio, con dignità, senza umiliarsi davanti all'occupante."



Dal quarto capitolo si profila all'orizzonte il campo di Płaszów e gli orrori proseguono verso quel genere di epilogo che tutti ben conosciamo. Nel finale si trova un punto di vista non dico inedito ma comunque insolito: generalmente, a questo punto della Storia, i riflettori si spostano su quel che accade nei campi di concentramento e sterminio, invece Pankiewicz resta ad osservare il ghetto svuotato e deserto, una vera e propria città di fantasmi, con le rivalità tra SS e Gestapo che si contendono i beni materiali rimasti in questa città dei morti, proprio come iene e sciacalli a contendersi una carogna. Il resoconto si chiude senza nessuna morale o lezioncina, a conferma che qui non c'è nessun intento di filosofeggiare ma il solo e pulito bisogno di testimoniare. Forse dal punto di vista delle nozioni e della conoscenza questa lettura non aggiunge chissà quanto a quel che già ho letto, eppure è sempre bene tornare, di quando in quando, a questo genere di testimonianze. E se ripenso alla gita a Cracovia e ad Auschwitz di cui parlavo all'inizio, quasi quasi penso che per le persone (sia per le scolaresche che per tutti gli adulti) sarebbe più educativo restarsene a casa e riflettere su testimonianze come queste, piuttosto che arrancare in pullmann fino ad un luogo di morte e trasformarlo, volenti o nolenti, in una sorta di luna-park. In questo mi associo al punto di vista offerto da Sergei Loznitsa in Austerlitz.

Ricopio da un intervista a Loznitsa:

"Provavo disagio nello stare in quel luogo senza sapere come comportarmi. La visita del campo ti forniva un sacco di informazioni tecniche sull'organizzazione del campo e sull'assetto dei forni crematori e delle camere a gas, ma ti dava poco in termini di riflessione sulla tragedia, di redenzione e catarsi: quello che pensavo dovesse essere l'essenza della visita. Che ci facevo io là? Avevo il diritto di stare in quel campo come visitatore? È questo il modo per commemorare e piangere migliaia di vittime innocenti? Domande che sono rimaste a lungo nella mia testa. Ho girato Austerlitz nel tentativo di trovare una risposta".

"Questi centri commemorativi - prosegue Loznitsa - rappresentano l'esatto contrario di ciò che dovrebbero essere: non luoghi della memoria, ma della dimenticanza. Non è possibile acquisire reale consapevolezza della catastrofe solo immagazzinando dati meccanici sul funzionamento dei forni crematori o facendo un selfie dentro la camera a gas. Dovremmo invece creare dei luoghi dove sia possibile pregare, piangere, raccogliersi in meditazione. La sola cosa che si impara da questi memoriali è che la tecnica di assassinio di massa era molto efficiente."

Ecco, concludo io, il luogo per raggiungere la giusta meditazione e riflessione è semplicemente la propria poltrona, con in mano un libro come questo e il cervello in modalità "on".

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