"Un amico è sopravvissuto alla
guerra ed è tornato a trovarmi: "Non mi sento felice nella piena accezione
del termine", mi ha detto con voce spenta."
E dire che ci sono stata, a
Cracovia, e alla farmacia di Pankiewicz ci sarò anche passata davanti, eppure i
ricordi sono vaghissimi. Scartabellando su internet, trovo conferma di quello
che era il mio unico ricordo certo: in quelle vie nulla è rimasto uguale a come
fu un tempo, nemmeno le vie hanno più lo stesso nome, almeno non tutte. Ti
portano in una piazza e ti dicono che dove ora c'è quel palazzo, durante la
seconda guerra mondiale c'era la tal strada. Ti mostrano la fiancata di un
altro palazzo e ti dicono che qui prima c'era l'ingresso della Emailfabrik.
Impossibile ricordarsi che cosa c'è adesso dove prima c'era la farmacia
"All'Aquila".
Ho ricordi molto più dettagliati
della lettura di "Schindler's List" di Keneally, per quanto essa
risalga a diversi anni prima della gita di cui sopra. E sono in grado di
distinguere con una certa precisione i ricordi del libro dal film, peraltro
anche quello ottimo. Del resto, molti piccoli episodi visibili nel film
combaciano con quello che qui si racconta. Questa storia vera procede
parallelamente a quella di Schindler, si svolge proprio nelle stesse vie; e
procede altresì parallela a quella di Szpilman, a neanche tanti chilometri di
distanza. E proprio come Szpilman, anche Pankiewicz è un sopravvissuto. I loro
due libri hanno molto in comune, sia nel contenuto, che nello stile, che nella
storia personale del narratore. L'unico rimpianto è di non aver visto spuntare
tra queste pagine la figura di Itzhak Stern (ovviamente nelle sembianze di Ben
Kingsley…), neanche in un piccolo episodio. Peccato, me l'aspettavo proprio.
Il mio giudizio di quattro stelle
ovviamente si riferisce all'aspetto letterario dell'opera, non certo agli
eventi raccontati che fanno parte della Storia e non sono giudicabili in nessun
modo. Il racconto copre un periodo che va dalla primavera del '41 al dicembre
'43, tutto vissuto dal farmacista all'interno del ghetto di Cracovia, dalla sua
istituzione alla 'liquidazione'. Con una scrittura estremamente piana e
semplice, si narrano le peggiori brutture che si possono immaginare ma
soprattutto si riscostruisce un'atmosfera, arie e sensazioni, e pur trattandosi
del biennio più buio in assoluto della storia dell'umanità, le sensazioni
trasmesse non sono proprio tutte negative, insomma il messaggio che si
percepisce tra le righe è che il lumicino della speranza rimane sempre acceso.
Se avesse scritto questa cosa in termini espliciti mi sarebbe parsa una
zuccherosità tanto superflua quanto anacronistica, ma un messaggio costruito
per sensazioni anziché per parole esplicite, ha un altro valore.
Molte le riflessioni su tanti temi
'collaterali': sull'arduo compito che in quegli anni si sobbarcarono i membri
dello Judenrat e su come le numerose critiche piovute su di loro siano state
ingenerose; oppure sui sempre più frequenti casi di depressione e prostrazione
nervosa, il diffondersi dell'alcolismo tra persone che prima non avevano mai
toccato un goccio d'acool: cose piuttosto banali ma sulle quali altri testi non
si soffermano più di tanto.
' "Dottore", mi disse uno
dei frequentatori della farmacia, indicandomi la finestra che dava su piazza
Zgody, "mi dica: come mai ci sono così pochi pazzi in giro dopo tutto
quello che la gente ha dovuto sopportare? Possono le cellule grigie del nostro
cervello reggere così tanto dolore? In fondo, prima della guerra i matti non
mancavano, ma che mai potevano aver sofferto, quelli, in confronto alle nostre
tragedie, alla nostra infelicità?" '
Non c'è una trama, non c'è il seppur
minimo tentativo, non dico di dare un po' di fiction al resoconto, ma nemmeno
di focalizzare il discorso su uno o due personaggi in particolare e costruire
il racconto intorno a loro: questo rende la lettura un po' piatta ma
estremamente sincera. Il primo capitolo rievoca le atmosfere della farmacia con
tutti i suoi frequentatori, parlandone come di un'unica grande famiglia o ancor
meglio come di un circolo culturale - anche se a tratti si riduce ad un mero
elenco di nomi, cognomi, professioni. Questa faccenda dell'elenco si trova
anche in altri passi dei capitoli successivi, ma Pankiewicz spiega bene la sua
volontà di testimoniare e il suo sforzo per cercare di ricordare più persone
possibili, sia per la memoria di coloro che non sono più, sia per essere a
fianco di coloro che sono sopravvissuti. Nel secondo capitolo compaiono gli
orrori delle espulsioni dal ghetto e deportazioni, e nel terzo, oltre alle
brutture, compaiono le eccezioni: i
personaggi che, alla maniera di Schindler, hanno tentato il possibile per
aiutare qualcuno; alcuni soldati tedeschi che, pur non contravvenendo agli
ordini ricevuti, non trovano nulla da ridere in quel che si svolge sotto i loro
occhi; tra gli ebrei diversi casi di suicidio, ritenuto preferibile all'ignoto
della deportazione, e ancor più rari, ma a maggior ragione degni di nota, i
casi di resistenza e sabotaggio. Rarissimi, per non dire unici, i casi di ebrei
che abbiano implorato pietà dai tedeschi. Pankiewicz tiene a sottolineare come
in tanti siano riusciti a comportarsi con dignità anche nei momenti peggiori in
assoluto.
"Gli ebrei di Cracovia
perirono, è vero, senza mettere in atto tentativi di liberarsi paragonabili
alla difesa del ghetto di Varsavia, ma morirono con coraggio, con dignità,
senza umiliarsi davanti all'occupante."
Dal quarto capitolo si profila
all'orizzonte il campo di Płaszów e gli orrori proseguono verso quel genere di epilogo
che tutti ben conosciamo. Nel finale si trova un punto di vista non dico
inedito ma comunque insolito: generalmente, a questo punto della Storia, i
riflettori si spostano su quel che accade nei campi di concentramento e
sterminio, invece Pankiewicz resta ad osservare il ghetto svuotato e deserto,
una vera e propria città di fantasmi, con le rivalità tra SS e Gestapo che si
contendono i beni materiali rimasti in questa città dei morti, proprio come
iene e sciacalli a contendersi una carogna. Il resoconto si chiude senza
nessuna morale o lezioncina, a conferma che qui non c'è nessun intento di
filosofeggiare ma il solo e pulito bisogno di testimoniare. Forse dal punto di
vista delle nozioni e della conoscenza questa lettura non aggiunge chissà
quanto a quel che già ho letto, eppure è sempre bene tornare, di quando in
quando, a questo genere di testimonianze. E se ripenso alla gita a Cracovia e
ad Auschwitz di cui parlavo all'inizio, quasi quasi penso che per le persone
(sia per le scolaresche che per tutti gli adulti) sarebbe più educativo
restarsene a casa e riflettere su testimonianze come queste, piuttosto che
arrancare in pullmann fino ad un luogo di morte e trasformarlo, volenti o
nolenti, in una sorta di luna-park. In questo mi associo al punto di vista
offerto da Sergei Loznitsa in Austerlitz.
Ricopio da un
intervista a Loznitsa:
"Provavo disagio nello stare in
quel luogo senza sapere come comportarmi. La visita del campo ti forniva un
sacco di informazioni tecniche sull'organizzazione del campo e sull'assetto dei
forni crematori e delle camere a gas, ma ti dava poco in termini di riflessione
sulla tragedia, di redenzione e catarsi: quello che pensavo dovesse essere
l'essenza della visita. Che ci facevo io là? Avevo il diritto di stare in quel
campo come visitatore? È questo il modo per commemorare e piangere migliaia di
vittime innocenti? Domande che sono rimaste a lungo nella mia testa. Ho girato
Austerlitz nel tentativo di trovare una risposta".
"Questi centri commemorativi -
prosegue Loznitsa - rappresentano l'esatto contrario di ciò che dovrebbero
essere: non luoghi della memoria, ma della dimenticanza. Non è possibile
acquisire reale consapevolezza della catastrofe solo immagazzinando dati
meccanici sul funzionamento dei forni crematori o facendo un selfie dentro la
camera a gas. Dovremmo invece creare dei luoghi dove sia possibile pregare,
piangere, raccogliersi in meditazione. La sola cosa che si impara da questi
memoriali è che la tecnica di assassinio di massa era molto efficiente."
Ecco, concludo io, il luogo per
raggiungere la giusta meditazione e riflessione è semplicemente la propria
poltrona, con in mano un libro come questo e il cervello in modalità
"on".
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