Cerco di guardare i due libri con un
punto di vista complessivo e devo ammettere di non aver trovato esattamente
quel che cercavo: mi andava un'ambientazione western, fatta di paesaggi e
avventure nello stile che tutti ben conosciamo soprattutto grazie al cinema, e
di atmosfere mutuate da tanta bella musica, ma questo stile di scrittura così
ermeticamente scarnificato finisce per diventare l'elemento principale, la
caratterizzazione preminente dell'opera, a confronto della quale east or west
finisce per diventare una questione marginale. L'operazione di scrittura per
sottrazione finisce per eliminare anche un elemento basilare per una qualsiasi
trama quale è la concatenazione causa-effetto, in virtù della quale uno va in
un posto perché è successa la tal cosa, oppure fa una certa cosa perché gli è
stata detta una certa informazione, o ancora i protagonisti si incontrano
perché entrambi in possesso della stessa informazione. In questi due romanzi,
una tale struttura è pressoché assente.
Sbocconcellato per forze di causa
maggiore, ma a ben vedere anche perché non mi ha preso più di tanto. Ancora
un'avventura di formazione, ancora una volta protagonisti anagraficamente più
acerbi delle imprese che la storia attribuisce loro. Scrittura un po' meno
spinosa rispetto il primo volume ma pur sempre controversa: quando non succede
niente, descrive quel niente come se fosse qualcosa; e quando succede qualcosa
lo racconta come se fosse niente. Questo finisce per disturbare non soltanto lo
stile del racconto ma anche il contenuto perché va ad inficiare la messa a
fuoco della trama che si fonda su poche ed incoerenti premesse, nella quale la
'formazione' alla fin fine si riduce ad un saltabeccare al di qua e al di là
del confine tra Messico e New Mexico, con numerosi incontri con personaggi
secondari enigmatici e/o insignificanti e che tuttavia cercano di dispensare
perle di saggezza che corrono su montagne russe filosofeggianti circa il
significato del viaggio, della strada, del confine, di Dio e quant'altro
(filosofia e teosofia piuttosto spicciole e che mi sono parse decisamente fuori
luogo per un racconto di stampo western, e anche per un western/formazione come
questo, e difatti le ho tirate via velocemente); con i protagonisti che vagano
senza una meta precisa, e con essi scrittore e lettore; con alcuni dettagli
splatter che non so se siano lì solo per il gusto personale dell'autore o se
stiano a rappresentare la violenza e la follia delle terre in cui è ambientato
il viaggio.
Un tema importante è quello del
cercare il proprio posto, la disillusione derivante dal non avere un posto dove
andare, e il minimo comune denominatore dei due libri è una morale semplice:
quando uno non ne può più, prende su e se ne va. It's no crime to escape, è una
porta che rimane sempre aperta. Sembra banale
ma è un peccato che nel libro questo concetto non trovi uno sbocco con
forza sufficiente per avvincere il lettore.
Gli anni in cui è ambientato
potrebbero essere ancora una volta fine '40 e inizio '50, ma più che altro è
una supposizione derivante dalle analogie con il primo volume. L'unico indizio
lo si troverà verso il termine del libro: la data su una tomba dice che in
realtà la storia era ambientata un decennio prima. Anche stavolta il racconto
parte a rilento, la prende da lontano per arrivare a descrivere una situazione
di partenza analoga a quella del primo romanzo: protagonista è un sedicenne,
siamo in New Mexico vicini al confine con il Messico e il richiamo che il
confine esercita sul ragazzo sarà fatale ancora una volta. Solo che qui
l'elemento scatenante non è più il disfacimento dei rapporti familiari ma un
personaggio del tutto inatteso. La lupa è una splendida coprotagonista nella
prima parte, parimenti interessante è la ragazza senza nome nella terza parte,
anzi queste figure sembrano essere due alter ego di una stessa anima.
E menomale che c'è questa
protagonista dagli sguardi attenti ed eloquenti, se così non fosse finirei per
togliere un'altra mezza stella: a forza di scrittura scarna e a forza di
lavorare per sottrazione, in due romanzi distinti McCarthy finisce per ottenere
due protagonisti - John Grady Cole e Billy Parham - pressoché identici,
sovrapponibili in tutto, privi di peculiarità. O forse il bello sta proprio
nella loro 'intercambiabilità'? Non sto a discettare oltre, mi pare di capire
che nel terzo capitolo i due si incontreranno…
"La conosceva abbastanza bene,
questa donna messicana, i cui figli erano morti da molto tempo, vittime di quel
sangue e di quella violenza che preghiere e prostrazioni sembravano impotenti a
calmare. La sua fragile sagoma e la sua muta angoscia erano una costante di
quelle terre. Oltre i muri della chiesa la notte conteneva un terrore antico di
millenni, agghindato di piume e squame
di pesce; e anche se la notte continuava a fare razzia dei suoi figli, chi poteva
dire quali mali peggiori della guerra, del tormento e della disperazione la
perseveranza della vecchia aveva tenuto alla larga, quali storie più dolorose
contro le quali alla fine non contava altro che la sua fragile sagoma curva che
recitava preghiere a bassa voce, le sue mani rugose che stringevano il rosario
di semi di frutta."
L'anima e l'atmosfera dell'antico
Messico, e la disperazione del vagabondo che non sa più nemmeno lui chi o cosa
l'abbia condotto a tale vita errabonda: queste due cose riconosco che il
romanzo riesce a ricostruirle piuttosto bene, pur nel suo tono di calma piatta
e pur ricamandoci intorno in maniera a volte irritante. Forse è una lettura che
ho preso un po' sotto gamba e che necessita di sedimentare per qualche tempo
prima di poterne dare un giudizio ponderato. Ma per adesso il voto rimane
mediocre, troppi passaggi mi hanno fatto storcere bocca e naso.
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