venerdì 24 marzo 2017

Oltre il confine - Cormac McCarthy


Cerco di guardare i due libri con un punto di vista complessivo e devo ammettere di non aver trovato esattamente quel che cercavo: mi andava un'ambientazione western, fatta di paesaggi e avventure nello stile che tutti ben conosciamo soprattutto grazie al cinema, e di atmosfere mutuate da tanta bella musica, ma questo stile di scrittura così ermeticamente scarnificato finisce per diventare l'elemento principale, la caratterizzazione preminente dell'opera, a confronto della quale east or west finisce per diventare una questione marginale. L'operazione di scrittura per sottrazione finisce per eliminare anche un elemento basilare per una qualsiasi trama quale è la concatenazione causa-effetto, in virtù della quale uno va in un posto perché è successa la tal cosa, oppure fa una certa cosa perché gli è stata detta una certa informazione, o ancora i protagonisti si incontrano perché entrambi in possesso della stessa informazione. In questi due romanzi, una tale struttura è pressoché assente.



Sbocconcellato per forze di causa maggiore, ma a ben vedere anche perché non mi ha preso più di tanto. Ancora un'avventura di formazione, ancora una volta protagonisti anagraficamente più acerbi delle imprese che la storia attribuisce loro. Scrittura un po' meno spinosa rispetto il primo volume ma pur sempre controversa: quando non succede niente, descrive quel niente come se fosse qualcosa; e quando succede qualcosa lo racconta come se fosse niente. Questo finisce per disturbare non soltanto lo stile del racconto ma anche il contenuto perché va ad inficiare la messa a fuoco della trama che si fonda su poche ed incoerenti premesse, nella quale la 'formazione' alla fin fine si riduce ad un saltabeccare al di qua e al di là del confine tra Messico e New Mexico, con numerosi incontri con personaggi secondari enigmatici e/o insignificanti e che tuttavia cercano di dispensare perle di saggezza che corrono su montagne russe filosofeggianti circa il significato del viaggio, della strada, del confine, di Dio e quant'altro (filosofia e teosofia piuttosto spicciole e che mi sono parse decisamente fuori luogo per un racconto di stampo western, e anche per un western/formazione come questo, e difatti le ho tirate via velocemente); con i protagonisti che vagano senza una meta precisa, e con essi scrittore e lettore; con alcuni dettagli splatter che non so se siano lì solo per il gusto personale dell'autore o se stiano a rappresentare la violenza e la follia delle terre in cui è ambientato il viaggio.



Un tema importante è quello del cercare il proprio posto, la disillusione derivante dal non avere un posto dove andare, e il minimo comune denominatore dei due libri è una morale semplice: quando uno non ne può più, prende su e se ne va. It's no crime to escape, è una porta che rimane sempre aperta. Sembra banale  ma è un peccato che nel libro questo concetto non trovi uno sbocco con forza sufficiente per avvincere il lettore. 

Gli anni in cui è ambientato potrebbero essere ancora una volta fine '40 e inizio '50, ma più che altro è una supposizione derivante dalle analogie con il primo volume. L'unico indizio lo si troverà verso il termine del libro: la data su una tomba dice che in realtà la storia era ambientata un decennio prima. Anche stavolta il racconto parte a rilento, la prende da lontano per arrivare a descrivere una situazione di partenza analoga a quella del primo romanzo: protagonista è un sedicenne, siamo in New Mexico vicini al confine con il Messico e il richiamo che il confine esercita sul ragazzo sarà fatale ancora una volta. Solo che qui l'elemento scatenante non è più il disfacimento dei rapporti familiari ma un personaggio del tutto inatteso. La lupa è una splendida coprotagonista nella prima parte, parimenti interessante è la ragazza senza nome nella terza parte, anzi queste figure sembrano essere due alter ego di una stessa anima.

E menomale che c'è questa protagonista dagli sguardi attenti ed eloquenti, se così non fosse finirei per togliere un'altra mezza stella: a forza di scrittura scarna e a forza di lavorare per sottrazione, in due romanzi distinti McCarthy finisce per ottenere due protagonisti - John Grady Cole e Billy Parham - pressoché identici, sovrapponibili in tutto, privi di peculiarità. O forse il bello sta proprio nella loro 'intercambiabilità'? Non sto a discettare oltre, mi pare di capire che nel terzo capitolo i due si incontreranno…



"La conosceva abbastanza bene, questa donna messicana, i cui figli erano morti da molto tempo, vittime di quel sangue e di quella violenza che preghiere e prostrazioni sembravano impotenti a calmare. La sua fragile sagoma e la sua muta angoscia erano una costante di quelle terre. Oltre i muri della chiesa la notte conteneva un terrore antico di millenni, agghindato di piume  e squame di pesce; e anche se la notte continuava a fare razzia dei suoi figli, chi poteva dire quali mali peggiori della guerra, del tormento e della disperazione la perseveranza della vecchia aveva tenuto alla larga, quali storie più dolorose contro le quali alla fine non contava altro che la sua fragile sagoma curva che recitava preghiere a bassa voce, le sue mani rugose che stringevano il rosario di semi di frutta."

L'anima e l'atmosfera dell'antico Messico, e la disperazione del vagabondo che non sa più nemmeno lui chi o cosa l'abbia condotto a tale vita errabonda: queste due cose riconosco che il romanzo riesce a ricostruirle piuttosto bene, pur nel suo tono di calma piatta e pur ricamandoci intorno in maniera a volte irritante. Forse è una lettura che ho preso un po' sotto gamba e che necessita di sedimentare per qualche tempo prima di poterne dare un giudizio ponderato. Ma per adesso il voto rimane mediocre, troppi passaggi mi hanno fatto storcere bocca e naso.

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