Contemporaneo, metropolitano, con una scrittura barocca a più voci, il romanzo è tutto costruito a partire dalle dissonanze e assonanze tra la finale dei mondiali giocatasi il 9 Luglio 2006 e il "finale" della famiglia Cergoli, finale nel senso che la loro storia travagliata parrebbe essere giunta ai titoli di coda. Dunque c'è la similitudine tra la resa dei conti che le squadre si giocano sul campo e la resa dei conti che la famiglia sta vivendo intorno alla tavola all'ora di cena. La dissonanza sta nel contrasto tra l'evento festoso con speranze gioiose, da un lato, e le paure e disillusioni e tristezze e finanche superstizioni dall'altro lato, all'interno dei muri di casa. Sono situazioni contrastanti anche perché quegli undici in campo saranno comunque eroi, vada come vada, e invece questi tre attorno alla tavola sono tutti antieroi: ciascuno è antieroe agli occhi dell'altro, ma del resto anche per misurare sé stesso non può fare a meno di iniziare a fare i conti con colpe e fallimenti.
Inizia bene perché l'autrice scopre le proprie carte poco alla volta, e non è male l'idea di fare la telecronaca della telecronaca, o ancora meglio: la moviola della telecronaca. Da un certo momento in poi, però, il finale è letteralmente telefonato, allo stesso modo in cui si conosce già anche l'esito del fatidico match. Traballante il guizzo finale della trama, e altrettanto improbabile il tono altisonante del dialogo finale tra padre e figlio.
Accanto ai temi del dolore, del rimpianto, dei sensi di colpa e dei rapporti familiari andati a male, c'è anche il tema della malattia e del trapianto/donazione di organi. Forse le figure più debolucce sono proprio quelle sul fronte ospedaliero: il primario, l'infermiera messicana. Anzi no, ancora più debolucce sono le allegorie, la personalizzazione della Paura, della Fortuna e dello Spirito di sopravvivenza. Molto ben fatta, invece, la figura della madre iper-protettiva, ansiosa e ansiogena: era un buon inizio che meritava uno sviluppo migliore; la concentrazione che doveva andare lì si è invece persa nei tanti piccoli personaggi secondari che saranno poi comunque abbandonati a loro stessi. Sufficienza stiracchiata.
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