Ho conosciuto una ragazza albanese. A parte essere impeccabile dal punto di vista professionale; sotto l'aspetto più strettamente personale mi è parsa una persona squisita: gentile e sinceramente interessata ad inserirsi in quello che è il suo nuovo paese e contesto di vita. A giudicare dall'accento mediamente marcato della sua parlata in italiano, credo sia nata e cresciuta là, e venuta in Italia in un secondo momento. Non ho voluto porle tante domande per non essere sfacciatamente ficcanaso, e così ho rivolto la mia curiosità verso questo libro che avevo adocchiato già da un po': scrittrice albanese, trasferitasi poi in Italia e poi ancora in Francia, con questa serie di episodi-aneddoti-brevi racconti, qualcuno in prima e altri in terza persona, intende innanzitutto tratteggiare la propria infanzia (un'infanzia difficile, come ci terrebbe a sottolineare McCourt, e io gli farei notare: difficile sebbene anti-cattolica); e di riflesso vorrebbe anche tratteggiare alcune caratteristiche, un po' di fisionomia del popolo albanese, del suo animo e della sua cultura.
Non so se sia ben riuscita in questo secondo intento, così a caldo direi di no. Per spiegare un paese, il suo carattere e la sua cultura, mostrare il modo in cui vengono cresciute bambine e ragazzine, sia a casa che a scuola, può essere certamente un buon punto di partenza; ma se l'esposizione termina lì, il tutto mostra un orizzonte limitato e per nulla esaustivo. Se ci si limita al solo punto di vista della bambina/ragazzina, resta solo tanta violenza priva di spiegazione e una vaga impressione di carattere indomito ma anche megalomane degli albanesi, e tutto l'insieme finisce per corrispondere anche troppo bene con quello che è lo stereotipo che ci siamo formati noi italiani, nel corso degli anni, al solo pensiero del nome "Albania".
Ho iniziato questa lettura con l'intento di trovarvi una qualche peculiarità dell'"albanesità", e invece mi sono ritrovata, con mia sorpresa, a sottolineare le somiglianze con l'italianità, specialmente l'italietta di paese e di provincia: il pettegolezzo, la maldicenza, li ficcanasare, il voler creare tragedie da un nonnulla, la famiglia che si stringe unita se si sente attaccata dall'esterno ma i cui componenti non esitano a scannarsi al suo interno, non solo per questioni di soldi ma anche per questioni di principio. Più in particolare, proprio in questi giorni in cui si parla tanto - e con ragione - di diritti delle donne e di contrasto alla violenza sulle donne, non ho potuto fare a meno di notare come questa violenza nasca proprio in seno alla famiglia e ancor più in particolare in seno alla fase educativa: in Albania tanto quanto in Italia.
Quando, all'inizio del libro, l'autrice dichiara con toni quasi da epigrafe che nel suo paese la "questione della puttaneria" è al centro della vita di tutti, ho pensato che si trattasse di una forzatura bella e buona, mi sembrava l'incipit di uno di quei monologhi di certi comici in televisione; poi invece andando avanti con la lettura ho iniziato a fare qualche parallelo tra gli episodi qui narrati e quelli - certamente più all'acqua di rose - capitati a me o di cui comunque sono stata testimone, e ho dovuto ammettere che il filo del discorso non era poi tanto vaneggiante. Anzi, per niente vaneggiante. Poco o tanto, sono sempre tutti interessati a quello che accade nelle mutande degli altri: questa pruderie è talmente diffusa che si finisce col farci l'abitudine, qualche volta finisce per sembrare persino una virtù (quelli maliziosi e pettegoli sono sempre i più benvoluti in società, nel giro di amicizie, ecc.) e se invece uno non la condivide, la pruderie, si fa come la sottoscritta, ci si limita ad un'alzata di spalle e a cambiare discorso. Però, a ben pensarci e a volerne fare una questione di principio, è questa la cosa che "non è normale che sia normale", perché da qui poi, a cascata, discende tutto il resto.
Non è forse una forma di violenza, anche se solo verbale, quando una donna, solo perché è carina o magari proprio bella, riceve male parole, in primis dalle altre donne che parlano così solo per invidia? E non è forse vero che in Italia tanto quanto in Albania, sin da quando una è bambina, parenti e conoscenti ti guardano come per passarti ai raggi x: se sembra che diventerai bruttina, poverina perché non la vorrà nessuno; se sembra che diventerai bellina, poverina perché troppa bellezza crea delle grane. Quindi, poverina comunque vada? Ma farsi i fatti propri, quello no? O ancora: alzi la mano quella a cui non è mai capitata la vicina di casa, la conoscente della nonna o la lontana parente che arriva lì e pone la fatidica domanda, a tua mamma o a tua nonna, come se tu non fossi nemmeno presente: "E' già signorina? Ha già avuto le sue cose?" Potessi tornare indietro, replicherei ad alta voce a quella signora: "E tu non sei ancora in menopausa? Dobbiamo occuparci solo di quello che accade nelle mie, di mutande, o possiamo guardare anche nelle tue?". E se l'avessi fatto, di rispondere così, mi sarei beccata delle sonore sgridate, non così cattive come quelle narrate nei racconti di questo libro, ma il punto resta comunque quello: alzi la mano chi in casa non ha avuto una nonna, o una zia, o magari qualche volta anche la mamma, che è stata sgarbata nei confronti della tua femminilità, anche con una sola parola fuori posto, o che magari semplicemente, invece di difenderti e darti senso di protezione, invece di dare la precedenza a te, la dà alla vox populi, alla buona creanza e ai benpensanti.
E ancora, da adulta e vaccinata, che dire di quelle persone, sia uomini che donne, che quando ti incontrano a malapena ti guardano in faccia perché devono recitare la sceneggiata, chinarsi in avanti verso il tuo ombelico e chiedere: "E allora la pancia? Non cresce?" Come se non fossi una persona senziente ma soltanto un utero ambulante. Anche per questi, una qualche risposta al vetriolo ben gli sta.
E dunque, se i comportamenti diffusi sono questi, c'è da meravigliarsi degli episodi che sfociano in violenza?
Morale: niente di nuovo sotto il sole. Di qua o di là dall'Adriatico. Abbastanza ben fatta la ricostruzione dell'infanzia attraverso brevi episodi; interessante l'epilogo in cui l'emigrazione viene descritta come la realizzazione di un sogno e al tempo stesso la fine di un incantesimo: in poche e schiette parole, rende dolcissima e amarissima la sensazione della nostalgia del paese natìo: forse questa parte meritava maggior sviluppo. Per il resto, lettura apprezzabile, ha dato il via a uno dei miei soliti sfoghi da tastiera, e tuttavia nulla di imprescindibile. Sufficienza stiracchiata.
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