domenica 16 dicembre 2018

Veglie alla fattoria presso Dikan'ka - Nikolaj Gogol'

Devo dire la verità: in tutta la mia carriera di lettrice (una carriera moderata, peraltro, lungi da me l'intenzione di auto-incensarmi) mi sono capitati pochi libri capaci di indurmi una tale sonnolenza. E dire che io sono una che dorme poco e niente, né di giorno né di notte, e di questa cosa non ne soffro nemmeno. Qui invece mi sono fatta delle sonore e piacevolissime ronfate, agli orari più scandalosi, ma per fortuna sempre nel luogo idoneo: sul mio divano, tra un mucchio di cuscini e coperte, e con il cane a fare da borsa dell'acqua calda. Che sia stata anche questa una stregoneria? 
  
Il titolo della raccolta, già affascinante di per sé, esercita su di me un'ulteriore suggestione proprio in questo momento dell'anno, quando ci avviciniamo alle notti più lunghe in assoluto, e durante le interminabili ore di buio non si può fare altro che leggere o suonare per esorcizzare l'oscurità o semplicemente osservare il tempo che passa e cercare di percepire l'inversione di marcia, quell'istante infinitesimalele a partire dal quale, grazie al cielo, le giornate stanno - anche se solo di poco - ricominciando ad allungarsi. Se non si è capito, subisco molto il fascino del lato "pagano" del Natale, e dunque mi sono detta: quale lettura migliore di una serie di racconti che, nella finzione narrativa con cui l'autore li ha impostati e confezionati, si propongono come "estratti" dalle veglie ossia dalle feste, dalle lunghe nottate trascorse in compagnia da un immaginario apicoltore e dai suoi ospiti, contadini e non, nell'attesa che l'inverno passi. 

Pur essendo racconti separati tra loro, e nei quali viene quasi sempre, grossomodo, reiterata la stessa trama o schema (due giovani innamorati, i genitori di lei contrari o comunque il fato avverso, una perfida matrigna, oppure un genitore di uno dei due dedito alla stregoneria, e poi il diavolo che ci mette lo zampino), ci sono le prefazioni a legarli tra loro, e il tutto è accomunato dalle stesse ambientazioni e dalle stesse voci narranti, un'omogeneità di contesto che va oltre i singoli dettagli. La ripetitività degli elementi più classici porta questa narrazione sul confine sottilissimo tra racconto folcloristico e fiaba: caratteri tipici da fiaba sono non solo il timore per il maligno e per l'ignoto ma anche la contrapposizione tra la giovane buona e virtuosa con la acida e cattiva matrigna; i racconti riportati tra i personaggi all'interno del racconto stesso, come in una matrioska o in una visuale vertiginosa. Vista la semplicità delle trame, questa lettura necessita più di altre di uno sforzo di contestualizzazione: per essere maggiormente apprezzata richiede al lettore di trasportarsi armi e bagagli nel 1830 o giù di lì.  
  
Senza grandi sforzi di immaginazione o suggestione, invece, questa raccolta di racconti appare da subito some una serie di variazioni sul tema che poi verrà sviluppato al suo meglio con Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Ci sono gli stessi ingredienti folkloristici, teatrali, ironici, narrativi e ovviamente "satanici". Le stesse folli galoppate attraverso il cielo d'Ucraina, con streghe, scope e animali vari fino ad immaginare un inedito quadro di Chagall. Certo è che qui l'espressione degli argomenti, sia nei momenti drammatici che in quelli ironici, si arresta ad un gradino inferiore. Il valore dell'opera risiede più che altro nella testimonianza, nel documentare la presenza di determinati temi ed elementi in letteratura, in maniera trasversale attraverso i secoli e anche attraverso i formati che portano dalla fiaba al racconto e dal racconto al romanzo. E' interessante anche la testimonianza delle tradizioni dei cosacchi del Dnepr, e amabilissima quella cert'aria di nostalgia per l'età dell'oro, i bei tempi andati del diciottesimo secolo (cosa, quest'ultima, che avevo già osservato ne I cosacchi di Tolstoj). Peccato che, laddove la trama segue lo schema tipico della fiaba, la narrazione sia veramente piatta per non dir puerile, e i dialoghi assomiglino quasi a quelli del Michele Strogov di Verne. In quell'unico racconto dove invece non compare il maligno e che Gogol' lascia - chissà perché - volutamente incompiuto, l'autore riesce a concentrarsi di più sui suoi personaggi, sulle ambientazioni della campagna a lui cara e familiare, perde quella vaga pomposità e affina maggiormente la lama dell'ironia, e lascia intravedere l'ombra di quel che poi si troverà nei suoi racconti più celebri.     

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