Racconto lungo (o romanzo breve) in cui si legge il diario di un misero e grigio quarantenne impiegatuccio torinese che si sente ormai anziano, sente che sono finiti il suo tempo e le sue possibilità e invece nel dicembre 1950 viene suo malgrado travolto dall'innamoramento per una giovane bisognosa quanto lui di un'àncora di salvezza. Il diario dura meno di un mese, l'estate è una cosa talmente lontana da sembrare irreale.
I richiami a Pavese non sono solo in virtù della Torino buia, grigia e fumosa ma anche e soprattutto per il carattere ondivago del personaggio. La somiglianza con il Buzzati di Un amore non è solo per via della trama ma anche per l'eleganza della prosa. E ancora, l'affinità con La Tregua di Benedetti si realizza sia nella trama ma anche e soprattutto nell'epifania: "Non sapevo che in un uomo esistesse tutto questo, che si è di sedici come di quarant'anni, sempre."
Il racconto nel suo complesso sembrerebbe voler insegnare o dimostrare che mentre gli uomini tendono a prender tempo e rimandare il momento della decisione, le donne sono impulsive ed esigono che una decisione avvenga subito, e se non c'è qualcun altro a farlo per loro allora provvedono esse stesse a mettere in atto la scelta. Come sempre la virtù sta nel mezzo, bisognerebbe saper essere non troppo impulsivi e non troppo attendisti. Comunque, a ben vedere, è un'interpretazione troppo semplicistica per un gioiellino del genere: anche se espone un qualcosa che grossomodo corrisponde a una qualche verità, il senso della storia non è dimostrare che le donne sono così e gli uomini sono cosà. Il senso è più nel raccontare uno stato d'animo di disagio, un'inettitudine, un male di vivere, una difficoltà vagamente tormentosa in cui avevo già visto dibattersi il protagonista dell'altro romanzo di Arpino che ho letto, L'ombra delle colline, e in cui del resto annaspano tanti altri protagonisti dei romanzi del dopoguerra, con Pavese davanti a tutti, lo spiega bene @Saverio Mariani: "tutto sembra piatto e colmo di un sé che non ha alcuna voglia di straripare". In verità, questo protagonista non è nemmeno il più inetto degli inetti: per lo meno sa dare voce alla propria inettitudine, sentirebbe il bisogno di confidarsi con qualcuno ma non sa con chi, però almeno lo riconosce questo bisogno, e in mancanza di meglio sopperisce con il diario, e qui la sua inettitudine sa esprimerla mettendola nero su bianco. Nella vita reale c'è una stragrande maggioranza di persone che non solo non sarebbero in grado di trovare le parole per esprimere la propria inadeguatezza - né oralmente e ancor meno per iscritto - ma non saprebbero nemmeno trovare la concentrazione per mettere a fuoco il problema e arrivare a individuare anche solo il bisogno di esternare un qualcosa a cui del resto ancora non sanno dare nome. Trovare le parole per considerare ed esprimere un disagio richiede una capacità di analisi decisamente adulta, mentre la stragrande maggioranza degli inetti e dei disagiati sono estremamente puerili.
Se la svolta di questo impiegatuccio avrà successo oppure no, se sarà egli in grado di prendere la decisione di cambiare la propria vita o se resterà impastoiato nei lacci della sua inerzia, questo non è dato saperlo in quanto il finale rimane apertissimo: ma l'intento del racconto era mostrare il momento di analisi, lo sprazzo di luce di un'epifania; come la definiva il Benedetti di cui sopra: una tregua, una parentesi di colore a dare fiato interrompendo una vita di grigiore. Vado a scomodarne uno ancor più famoso che ha espresso lo stesso concetto: "Un intero attimo di felicità! Ed è forse poco seppur nell'intera vita di un uomo?"
Dunque un ottimo racconto in cui non c'è ombra di banalità o semplificazione; è il secondo libro che leggo di Arpino e per la seconda volta l'autore si dimostra elegante, arguto, profondo. Concordo una volta in più con coloro che hanno osservato come questo autore sia per lo più dimenticato e/o sottovalutato.
Nessun commento:
Posta un commento