mercoledì 27 febbraio 2019

Lo sport dei re - C.E. Morgan

Il titolo, con la sua doppia valenza, racchiude in sé i temi del romanzo. Qual è questo sport praticato da re e regine? Ad una prima e sbrigativa occhiata si risponde con il primo di quei temi: l'equitazione, con tutto il suo corollario di gare, esposizioni, allevamento di esemplari nei quali si ricerca la perfezione attraverso una attenta selezione genetica. Ma se si osservano per alcuni minuti in più i re e le regine, con ciò intendendo non tanto, o comunque non soltanto i regnanti in senso stretto, ma più in generale coloro che si sentono élite, che si sentono depositari di più grandi ricchezze e qualità e virtù rispetto la media dell'umanità, e dunque osservando certe dinastie di industriali, finanzieri e politici (alla fin fine le tre cose non è che siano poi tanto distinte) si scoprirà che la loro selezione finalizzata al raggiungimento della perfezione non avviene solo con i cavalli o magari con i cani, ma avviene proprio su loro stessi: con amore per la famiglia sopra ogni cosa, praticamente a livelli da cosca mafiosa, un perpetuare la dinastia e dotarla di eredi sempre più degni e perfetti, sublimare le caratteristiche intrinseche che si trovano al suo interno ed escludere qualsiasi possibilità di inquinamento che possa giungere da un qualche elemento esterno.  
Ed è così che l'orgoglio per la propria famiglia, il dovuto e sacrosanto rispetto per i propri avi, e tante altre belle cose come l'attaccamento alla terra o all'azienda e comunque sia al lavoro, l'etica della fatica e compagnia cantante, diventano tutti ingredienti per cucinare una minestra sofisticata che però poi alla fine ha lo stesso identico sapore di quell'altra sbobba ben conosciuta con il nome di razzismo.  
Inutile negarlo, fa parte dei ragionamenti di tutti i giorni: la purezza è infinitamente più attraente della mescolanza. Si guarda con più ammirazione un bel purosangue inglese piuttosto che un qualsiasi ronzino (ignorando che alla fin fine anche il primo è risultato di un'ibridazione). Quando si parla di cani si dice sempre che il bastardino è più simpatico e più intelligente e campa più a lungo, ma già quel vezzeggiativo di "bastardo" cela in modo goffo e insufficiente il fatto che lo si sta comunque vedendo posizionato un gradino al di sotto rispetto l'esemplare dotato di pedigree. L'animale umano non fa eccezione: i caucasici chiamano "marocchino" qualsiasi pesona con pelle un po' più scura, i marocchini chiamano "cioccolatino" colui che proviene dall'africa subsahariana, e via discorrendo, non oso immaginare con quali termini i subsahariani possano indirizzarsi ai bianchi nei discorsi che fanno tra di loro.  

Ho cercato di definire la cornice all'interno della quale si espongono i temi del romanzo, ma credo di essere stata insufficiente. Razze equine, razze umane, razzismo, ma ci sono anche tanta Natura (vista in chiave più scientifica che poetica, ma tant'è, poi anche la scienza finisce per diventare un po' poesia) , tanta Storia, la miseria e la voglia di rivalsa, la voglia disperata di realizzare il proprio sogno, quella cosa che oggi conosciamo bene con il termine "american dream"; il tutto esposto in maniera aggraziata e per niente pacchiana, come invece spesso accade quando qualche americano si prova a raccontarlo, questo american dream. C.E. Morgan racconta il Kentucky, lo stato in cui vive, ma lo fa con un'impostazione a mio avviso decisamente ibrida, a metà strada tra la letteratura americana e quella europea e questo mi ha permesso di apprezzarla ben più di quel che solitamente mi succede con gli autori americani contemporanei. E proprio come il cavallo citato sopra, la formula di ibridazione si rivela vincente e questa scrittrice va come un fulmine al suo traguardo. Sospetto che se avessi letto I Buddenbrook potrei trovare un sacco di elementi che pongono in parallelo le due opere, ma Mann non l'ho ancora letto e quindi posso solo ripromettermi di colmare la lacuna e poi tornare in un secondo momento a fare i miei paragoni. Il paragone con Moby Dick, come riportato da una citazione del Guardian, non è fuori luogo: Melville rimane lassù sull'Olimpo ma quest'opera è talmente completa e ben strutturata che scomodarlo due minuti per fare il confronto non sarebbe cosa blasfema.  
McCarthy, tanto per dirne un altro, con tutti i suoi discorsi diretti e scarni e la violenza della vita raccontata attraverso dettagli un po' splatter e cowboys sedicenni scafati come quarantenni e i suoi tramonti insanguinati, beh, secondo me resta tre gradini al di sotto di questa ragazza della quale non sono nemmeno riuscita a scovare il nome per esteso, quindi accontentiamoci di questo striminzito C.E., intanto la sostanza non è nei nomi ma nei fatti, e il fatto è che la ragazza ha scritto un gran bella epopea americana e i tramonti li sa descrivere dieci volte meglio. Forse non sarà Il Grande Romanzo Americano in assoluto (o forse sì? Non sono io a poterlo stabilire) ma di sicuro con il suo incedere entra in top ten e si candida alla grande per il podio.  

Oltre alla Storia americana, con i pionieri che avanzano verso la frontiera, nella formula del romanzo c'è anche un taglio decisamente attuale: in questa foga della purezza della famiglia, e in questo padre che stravede in maniera esagerata per la figlia, io ci vedo un riferimento neanche tanto velato ai Trump. Nel romanzo, la figlia nasce lo stesso anno della scrittrice: suppongo dunque ci possa essere almeno un qualche tratto autobiografico, magari camuffato immezzo al resto o addirittura esposto al rovescio come in un negativo.  
Partendo dall'America profonda, passando per discriminazione, razzismo e genetica si giunge così a riflettere sul tema dell'origine dell'individuo: curioso come questo tema si rincorra - pur involontariamente - nelle mie letture: l'Oratorio di Natale di Tunström, poi Meccanica Celeste di Maggiani, e ora questo. La Morgan sembra propendere per la tesi di Maggiani nel senso che anche secondo il suo romanzo siamo tutti un po' orfani (tutti i protagonisti, in un modo o nell'altro, più o meno realistico, resteranno senza madre). E al tempo stesso non rinnega nemmeno la "tesi dell'unicum" di Tunström perché la genetica dimostra qui di aver un ruolo preponderante. I personaggi proposti dalla Morgan sono tutti affascinanti e avvincenti anche quando si comportano in modo orribile, e questa è sempre una carta vincente in un romanzo. Nessuno uscirà illeso da questa centrifuga: indipendentemente da ogni premessa, dalla razza e dalla specie di appartenenza, di torti e colpe e peccati e presunzioni ce n'è a iosa per tutti. Quel che ne esce è un ritratto di America decisamente pessimista (l'unico personaggio, secondario tra l'altro, che realizzerà veramente il suo sogno e aspirazione sarà colei che lascerà il Sud per fuggire a gambe levate verso New York, la Est Coast come l'altra faccia della luna), un ritratto pessimista eppure non nichilista. La quarta di copertina dice che "la sola speranza di redenzione può venire da un poderoso sforzo d'amore" ma in verità non è questo che il romanzo espone. Più che la legge dell'amore direi che alla fine si vede prevalere la legge per cui le colpe dei padri ricadono sui figli e anche la legge per cui gli errori commessi dai padri vengono ripetuti uguali identici anche dai figli. Dicesi, per l'appunto, genetica.  
A cascata, parlando di origine dell'individuo, si finisce per parlare di argomenti a latere quali la famiglia, il sesso, la condizione femminile, qui tutti esposti in maniera ordinata e pertinente.   
Diversamente da altri romanzi in cui la scena (o fosse anche solo l'idea) dell'incesto viene sbattuta lì senza che se ne sappia bene il percome né il perché (o meglio, il perché è solo il gusto di inserire il dettaglio torbido e scabroso), qui invece la cosa ha un suo senso e un contesto. Nell'ambito del tema della famiglia il riferimento a Edipo è alquanto evidente, e nell'ambito dei temi della razza e della genetica si vuole provocatoriamente affiancare all'argomento della consanguineità negli accoppiamenti con cui si cerca di perfezionare l'esemplare equino. E così si porta avanti anche un abbinamento tra i discorsi sul colore della pelle umana e quelli sul colore del manto equino.     

Altre assonanze in ordine sparso: il caso ha voluto che proprio mentre iniziavo questa lettura, in televisione abbiano trasmesso il film con la storia del cavallo Seabiscuit: è una storia, quella di questo cavallo, che può ben rappresentare l'antefatto, per quanto occulto, del romanzo. Si parte nella stessa città, Lexington, e il figlio del proprietario terriero e coltivatore Forge si farà venire la mania dei cavalli sognando proprio di quella nuova moda che impazza durante la sua giovinezza, le gare con i cavalli, una mania in cui lui vuole leggere il futuro e il rinnovamento e in cui suo padre vede invece la disgrazia in quanto inottemperanza alla tradizione e rischio di fallimento. Quest'altro tema del contrasto tra tradizione e rinnovamento mi ha ricordato sia i Fratelli Ashkenazi che il film Il Gigante.  

La voce narrante cambia di frequente, non è sempre immediatamente identificabile ma per lo più si trova nella testa dei personaggi, e ad essa si aggiunge ulteriormente la voce della scrittrice stessa con qualche divagazione che esula dalla trama in senso stretto. A questo lato più indefinito della narrazione sopperisce però brillantemente la struttura del romanzo che propone un capitolo per ogni personaggio e consente così al lettore di mantenere il focus sullo stesso oggetto su cui si sta concentrando l'autrice.  
E' una grande epopea, come quella di Via col vento, che mette in evidenza un passaggio di grandi cambiamenti; e proprio come la Mitchell, anche la Morgan sa creare personaggi a tutto tondo, che non sono né postivi né negativi, sono e basta. 
Aspetti negativi di questa lettura? Ci sono, ma trascurabili. Qualche banalità nella scena del parto; un po' di auto-compiacimento in certe digressioni e divagazioni che però non vanno mai comunque troppo per le lunghe; e un finale un tantino fumoso ma a ben pensarci non poteva essere altrimenti: questa epopea ha inizio nel XIX sec. e porta il racconto fino al 2005-2006 o giù di lì, ma il vero finale deve ancora essere scritto (e qui mi viene da sospirare: poveri noi, quando verrà scritto). Voto 4 stelle e mezza: forse i dettagli andranno a sbiadire, ma le atmosfere di questa lettura mi resteranno certo impresse a lungo.   

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