sabato 13 aprile 2019

Anime galleggianti - Vasco Brondi, Massimo Zamboni

Un raccontare che però non è un vero raccontare, un diario di viaggio che però non svelerà nessuna epifania, né esteriore né interiore. E' più che altro un rimestare pensieri e ricordi, in libertà e in semplicità: questa formula da oggetto di difficile collocazione lo rende poco avvincente da un punto di vista strettamente narrativo, e tuttavia rende più giustizia a quel che vuole essere l'oggetto omaggiato con il libro: il Po con la sua pianura e i suoi canali.  
Viene facile dire che il Po è una grande autostrada che attraversa tutto il Nord Italia, ma parlare di autostrada presuppone l'esistenza di una rete: sotto questo punto di vista, il Po è più che altro parente stretto di una pista ciclabile, non ti serve per gli spostamenti quotidiani in cui devi sbrigare le tue faccende, ma va benissimo quando devi solo "fare un giro". Quando si va a fare un giro a Po non è che si vada in un posto in particolare, di solito si va da nessun posto a nessun posto (e le varie motonautiche e la baracca dello zio servono giusto a creare una tappa o una parvenza di arrivo). Se poi due musicisti e un fotografo, invece di cimentarsi direttamente con il Po – Eridano – decidono di cimentarsi con un canale che si chiama Tartaro (pur sempre di oltretomba si tratta), allora quel "nessun posto" di cui dicevo prima finisce per essere ancora più sottolineato e ribadito. Quindi, ricapitolando: due musicisti e un fotografo, in un viaggio immezzo al nulla per parlare di nulla. "E adesso siamo qui, passati dall'essere assaliti da troppe cose contemporaneamente al non essere assaliti da niente." 
Da Governolo alla riviera e ritorno, raccontato da Zamboni e da Brondi ma non a quattro mani: ciascuno dei due racconta il viaggio separatamente, dal suo punto di vista; abbastanza interessante notare come i dettagli che destano attenzione per l'uno risultano meno rilevanti per l'altro.  
Verrebbe da pensare a una lettura da una stelletta scarsa. Eppure con questa disinvoltura, con questa leggerezza, hanno centrato l'obiettivo ben più di Guido Conti, il cui libro ho letto circa un anno e mezzo fa, e che con la sua impostazione da guida turistica super-organizzata  e super-tuttologa finisce per ammazzare lo spirito del grande fiume riducendolo alla solita solfa enogastronomica da servizio di "lineaverde". Qui invece non ci sono schemi preconfezionati, nessuna pretesa modaiola, solo sano cazzeggio: ed è appunto con questo che si può offrire il migliore omaggio al grande fiume, alle sue sponde e ai suoi argini. Una lettura nebulosa e fumosa ma tale doveva per forza essere visto che vuol descrivere uno dei luoghi più nebbiosi del continente (se non del mondo).  

Come dicevo sopra, se la riuscita narrativa non è delle più avvincenti, le scritture di Brondi e Zamboni sono comunque buone, l'identificazione tra soggetti narranti e oggetto narrato è invece riuscitissima, e il nucleo più recondito e pulsante di sensazioni non sempre facili da descrivere rimane eccezionalmente intatto tra queste pagine che sono da prendersi per quello che sono, a metà via tra prosa e versi, come una mescolanza di acque sorgive e acque salate. Media tra i lati positivi e negativi: tre e mezza.        

"Vorrei urlargli senza rimproveri: "Guarda!", ma l'idea di sentirmi dire: "Dove?" mi scoraggia. In questo forse sta il senso vero del nostro viaggio. Intercettare una evidenza trascurata, liberarla dalla miopia che la esclude, offrirla a chi non si è mai offerto di guardare." 

"Ultima apparizione, un barchino modesto. Fila via a pelo d'acqua, quasi senza rumori, un uomo anziano in piedi lo comanda, ma potrebbe esserne comandato. Si disintegra lentamente volando verso gli ultimi raggi che sembrano inghiottirlo, anima galleggiante curvata dagli anni, dalle consuetudini, dal clima."  

Nessun commento:

Posta un commento