Ero già stata in Abruzzo con le mie letture, all'inizio di quest'anno, con Gli ottanta di Camporammaglia di Valentini: ora ci torno volentieri con la Di Pietrantonio. Quando si parla de l'Aquila è inevitabile che si parli del terremoto, e se da un lato può sembrare irrispettoso (in una bella e storica città c'è molto più di un catastrofico evento di cronaca), dall'altro lato un evento di tale portata non può non rappresentare un crinale che divide un di qua e di là, un prima e un dopo. Un anno zero a tutti gli effetti.
Il racconto dell'anno zero, in questo libro, ha lo stesso tono deciso e asciutto che avevo già trovato ne L'arminuta. Sembra persino di sentire lo stesso timbro di voce che racconta.
Più che un romanzo è un racconto lungo: piano, lineare, minimalista ma non scarno, si legge d'un fiato. E' un inno alla vita che continua, nonostante tutto, dopo la tragedia: con un tema del genere al cuore del racconto sarebbe facile scadere nel pacchiano e invece l'autrice riesce a scrivere un qualcosa che non è per nulla kitsch, riesce a parlare di gente che si rialza dopo la disgrazia senza far risuonare grandi promesse e altisonanti fanfare. A parte i flash-back relativi ai giorni del terremoto, tutto il racconto sta racchiuso in una primavera, tre anni dopo il disastro: nessuna bacchetta magica, nessun colpo di scena, anzi diciamo pure che non ci sarà nessun evento rilevante. La scelta di mettere in campo questo tipo di delicatezza è molto apprezzabile, il racconto possiede la grazia delle piccole cose: il volo di un bombo a primavera, una decorazione su un oggetto in ceramica, il colore di un paio di scarpe, il Dio delle piccole cose a rappresentare il bisogno di normalità, senza toni sguaiati e senza slogan di alcun tipo.
Piacevolissimo e consigliato.
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