Una lettura con luci e ombre.
Solita, doverosa premessa: il giudizio non è rivolto alla Storia e alla Resistenza, che qui compaiono in primo o a tratti in secondo piano, ma che sono in ogni caso dati di fatto, e non intendo mettere in dubbio nemmeno per un istante quale fosse la parte giusta da cui stare – e a distanza di settant'anni ci sono tutti gli strumenti e le conoscenze per capirlo, se solo si vuole capire. Chi non vuole capire ma vuole solo fare tifo da "squadra", beh, non merita nessun tipo di considerazione.
Il giudizio non è nemmeno rivolto alla vita, all'esperienza di vita dell'autore, che viene qui raccontata dedicando la parte preminente all'infanzia, con l'età adulta che compare nei brevi capitoli finali solo per quel tanto che serve a chiudere il cerchio con le storie precedentemente raccontate. In fin dei conti è Storia anche questa, e dunque ancora una volta, nessun giudizio. Il "bisogno" di raccontarsi, di mettere per iscritto la propria infanzia, quella è un'urgenza di tipo piuttosto intimo, e quindi anche qui niente da dire. Riguardo le vicende più recenti della vita dell'autore, che nel libro non compaiono perché ci sarebbero state come i cavoli a merenda, lì il giudizio spetta alla magistratura. Tutt'al più mi limito a rimuginare tra me e me che dove c'è fumo c'è arrosto...
Quattro stelle all'impianto dell'opera: pochissima fiction, tutti fatti veri e luoghi veri e nomi veri, pochissima la poesia fine a sé stessa. Certe descrizioni della montagna di notte e di inverno diventano poetiche perché squisitamente obiettive (non a caso l'autore è anche pittore e disegnatore). Gli episodi di Resistenza qui raccontati sono semplici e anche in questo caso obiettivi. Mentre qualche vallata più in là c'era gente scalmanata, i partigiani nascosti in questo paesino non hanno compiuto atti eroici, erano semplicemente degli imboscati che sono stati parecchio aiutati dalle genti del posto: di questa cosa si trova conferma ne "I piccoli maestri" di Meneghello: non tutti erano bravi a far la guerra. Oltre ai temi della Resistenza e dell'infanzia e del "come eravamo", c'è un tema che l'autore inserisce molto abilmente. In modo quasi strisciante, compare solo in pochi episodi eppure è uno degli elementi che in questa lettura fanno più riflettere: il tema del voltagabbana. Tradire sé stessi, le proprie idee, tradire la famiglia, tradire la patria, tradire una parola data: qui si dimostra come in quegli anni lo abbiano fatto in tanti, da una parte e dall'altra, in alcuni casi per vigliaccheria pura condita da cattiveria; ma in altri casi come unico modo per salvarsi la pelle quando tutto il resto era ormai perduto e senza cattiveria alcuna: la distinzione non è sempre immediata e non sempre balza all'occhio.
Al tema del "come eravamo" assegnerei tre stelline perché in alcuni passi viene trattato un po' all'insegna del "si stava meglio quando si stava peggio": è un modo un po' edulcorato di rivedere la propria infanzia e tuttavia è comprensibile la normalità di questo processo, oltre al normale affetto verso gli anni della gioventù trascorsi con i propri cari, c'è anche il normalissimo effetto del tempo che fa sbiadire i ricordi più brutti in favore delle atmosfere più belle che ne vengono maggiormente risaltate, come per effetto di una lente polarizzata.
Ottimo ed interessante il punto di vista della famiglia italiana re-impatriata dalla Francia all'inizio degli anni quaranta: grazie a questo particolare il lettore viene introdotto più agevolmente, con più naturalezza a scoprire i paesaggi, le tradizioni e la povertà delle piccole comunità di montagna dell'epoca.
Alla scrittura, quindi al valore meramente letterario dell'opera, assegno due stelline: è una scrittura schietta, spigliata, colloquiale ma le imperfezioni e imprecisioni e sconnessure sono veramente tante, la maggior parte delle quali potevano essere agevolmente corrette in fase di revisione e/o editing. Scrittura talmente imprecisa che nelle prime pagine la si vede chiaramente tentennare tra la prima e la terza persona. Deciderà alla fine di proseguire con la prima.
Nel complesso: inevitabile che io finisca per sentirmi a mio agio laddove il libro è ambientato in luoghi che conosco piuttosto bene e in un tempo che non ho conosciuto di persona ma che ho frequentato in tante letture. Meno sostanzioso de "La quarantasettesima" di Bertoli ma anche meno frammentario de "La bottega di Aldo" di Rinaldi: è a tutti gli effetti una metà via tra i due.
Doverosissima e per nulla edulcorata la riflessione finale: "i ricordi del tempo della fame e della guerra non hanno perso la loro attualità". La media tra i lati positivi e negativi mi fa concludere con un tre stelle e mezza.
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