Lo valuto quattro stelle e mezza: a mio giudizio gli manca ancora un qualcosina per arrivare a essere definito "capolavoro"; e tuttavia gli devo riconoscere di avere il passo e il respiro e il peso specifico del vincitore per il torneo del miglior romanzo italiano degli anni duemila. Ben costruito, strutturato su più livelli di lettura oltre che più livelli temporali; scritto accuratamente di modo che prolissità e verbosità risultano essere punzecchianti ma non spiacevoli. Non adatto per chi, volendo guardare il mondo da un punto di vista strettamente femminista, non ha voglia né intenzione di calarsi nei panni di un uomo che il femminismo proprio non sa cosa sia nemmeno da lontano. Non adatto nemmeno per chi, eccessivamente sensibile o forse anche solo un poco irritabile, non desidera vedere messa per iscritto una dovizia di dettagli di ciò che accade in un gabinetto per l'espletamento delle quotidiane funzioni corporee. Eppure, vorrei etichettarlo a grandi lettere come lettura altamente consigliabile. Insomma, una faccenda controversa.
All'inizio non è facile. Il prologo manifesta una tendenza alla digressione e un certo autocompiacimento nel mostrare questa tendenza. Il dilungarsi sui dettagli delle manie e delle fobie del protagonista, se da un lato non mi infastidisce però dall'altro non mi è subito chiaro quale ne sia l'utilità all'interno dell'economia del romanzo. Procedendo con un po' di pazienza nella lettura, mentre trovo ulteriori conferme che il flusso di coscienza - schietto e rapido ma non ermetico - è l'elemento principale di questa costruzione, l'impianto narrativo inizia a svelare la sua forma complessa e stratificata e non mi ci sento più tanto disorientata; il tono della narrazione inizia a piacermi e non mi pare più così tanto autocompiaciuto, e ammettendo a me stessa che la digestione di questa lettura non sarà facile né immediata, si rende comunque implicita anche una ammissione di soddisfazione.
Il titolo è paradossale perché nella vita del protagonista - come in quella di tutta la popolazione del mondo occidentale della seconda metà del novecento – pur non essendoci coinvolgimento diretto in un conflitto, c'è tutto fuorché pace: "Il Tempo di Pace è solo una guerra silenziosa di tutti contro tutti." C'è un'analisi che va dal micro al macro: si racconta la vita di un ingegnere deluso e disilluso rendendola la summa, l'emblema di una buona parte della popolazione italiana della seconda metà del novecento – con la differenza che non tutti qua attorno in giro sono così svelti ad analizzare i propri pensieri, le proprie sensazioni e il brodo in cui sguazzano quotidianamente. Paradossalmente, la guerra diventa quasi un elemento positivo perché è il solo elemento che può dare vita e significato alla Pace. L'aver vissuto di persona una guerra (o più di una) è cosa da invidiare a coloro che hanno vissuto nella prima metà del secolo perché hanno avuto un elemento dirimente attorno al quale formare la propria identità, le proprie scelte, la vita tutta. In fin dei conti non è una novità nemmeno questa, mi ricordo di aver parlato delle stesse cose anche nel commento a "Il tempo migliore della nostra vita" di Scurati.
Il mantra ripetuto più volte: "io non sono come lui / come lei / come loro" è uno dei temi principali, è una delle caratteristiche dell'italianità, io personalmente lo vedo come il lato inferiore della medaglia del "lei non sa chi sono io".
Altro tema centrale: la disillusione, delusione, i rimorsi e i collassi progettuali di una vita, il senso di colpa per tutta una vita sbagliata. La vita di questo ingegnere non è facile, come si diceva sopra è una guerra: ma una guerra contro i mulini a vento, e ha come compagni di avventura i sensi di colpa da un lato e l'inesorabile dall'altro. Inesorabile inteso in tutti i modi possibili: catastrofe, entropia, senso di sopraffazione e insostenibilità di un Dio o comunque di un ente che sembra progettato apposta per maltrattare e distruggere l'individuo e il suo mondo. Si arriva a percepire persino il senso di nausea per effetto dell'accelerazione dell'entropia cui è sottoposto tutto il pianeta. In questo ingegnere c'è un po' di Rui S. della "Spiegazione degli uccelli" di Antunes; un po' di Stoner (stesso fallimento epico ma molto più cinico e anche parecchio più lucido); c'è un pochettino-ino-ino anche di Adrià Ardevol in "Io confesso" di Cabré(per quanto i due abbiano modi diversissimi di approcciare dolore e delusioni, il senso di colpa e sopraffazione li accomuna).
E anche per quanto riguarda più specificamente l'Italia (la "Penisola"): c'è una spiegazione straordinariamente lucida di come il ritratto di questo paese - sia in senso materiale che figurato - corrisponda al risultato di una colossale entropia.
La trama in sintesi. Ingegnere romano settantenne, bloccato in aeroporto causa ritardo del suo volo: la rilassatezza del non-luogo e non-tempo che è la sala d'attesa sarà la scaturigine del flusso di ricordi e riflessioni. Si forma così il racconto di una vita per episodi salienti che all'inizio si intuiscono essere in ordine non cronologico, e poi si scoprirà essere proprio in ordine inverso, dai più recenti fino ai più lontani dell'infanzia e dei primissimi ricordi. Ogni episodio ripete press'a poco il medesimo pattern che porta a ribadire il concetto della delusione-disillusione. Questo andare a ritroso non ha però il carattere della risalita, non è tanto scalata quanto piuttosto discesa negli inferi del senso di inadeguatezza.
Raccontato un po' in prima persona, un po' in terza persona con una voce esterna onnisciente che risulta leggermente irrisoria/irriverente nei confronti del protagonista, un po' in una terza persona che è lui stesso, come sdoppiandosi, che si rivolge a sé stesso.
Le ambientazioni sono tutte particolarmente apprezzabili: la "Città di Dio" è con ogni evidenza Roma, la "Città di Mare" a mio avviso può essere Napoli, più l'arcipelago delle isole Greche. Le ambientazioni sono funzionali ad un aspetto essenziale del personaggio: oltre che ipocondriaco e soggetto ad attacchi di panico, è anche meteoropatico: di quelli (come pure la sottoscritta, che in questo maggio così autunnale soffre parecchio) che hanno la sensazione di vivere veramente e potersi esprimere pienamente e liberamente solo con la bella stagione, e che durante l'inverno si sentono in stand-by - il che non è poi tanto surreale se si pensa che parecchie specie animali in inverno vanno direttamente in letargo.
La dovizia di dettagli cui accennavo sopra circa le funzioni corporee con tutti i relativi odori e umori, va in un modo tutto suo a sottolineare una assenza di poesia nel racconto e rimarcare manie e fobie nella vita del protagonista.
Altra particolarità da notare è il vezzo pseudo-poetico, da parte dell'autore, nel modo di appellare cose, luoghi e persone, mettendo la maiuscola ai nomi generici: Madre, Padre, Sorella, Città di Dio, Città del Nord, e persino i Pioppi e i Lecci e i Pini sembrano uscire dalla foresta di Fangorn di Tolkieniana memoria. All'inizio questo vezzo mi pareva bellamente inutile, poi mi è parso semplicemente come parodia di un mondo tolkieniano, infine ho capito che non è una ridicolizzazione del fantasy bensì un voluto effetto tragicomico: qui non si intende fare nessuna rievocazione dei bei tempi andati, non ci sarà nessun alone luminoso attorno a nessun personaggio, nessuna redenzione, solo collasso totale.
Ci sono i temi classici: l'infanzia e i rapporti con i genitori, in particolare con un padre veramente kafkiano; l'adolescenza e il rapporto con il sesso; i rapporti di coppia: con i ricordi delle donne della sua vita – mogli, amanti, incontri occasionali e in fin dei conti anche la madre e la nonna - il genere femminile non ci fa una gran bella figura, ma bisogna riconoscere che certe osservazioni sono tanto più vere e obiettive quanto più acide e politically uncorrect. Ed inoltre, di man in mano che si procede con la lettura ci si rende conto che se le donne non ci fanno una gran figura, per dirla tutta non c'è nemmeno di che incensare gli uomini, con il protagonista in primis: c'è una ammissione più o meno esplicita di come i pensieri e i comportamenti degli uomini siano fondamentalmente fallo-centrici anche laddove apparentemente il sesso non c'entra niente. Quindi: una bella dose di cinismo, uno a uno e palla al centro.
Sono tutti temi classicissimi ma diverso è il "come" vengono affrontati: vi sono pagine intrise di un pessimismo cosmico così totalizzante che per il lettore più sensibile potrebbero risultare destabilizzanti. Vorrei tirare ulteriori conclusioni ma penso che più in là del pessimismo cosmico ci siano solo i buchi neri. E' una lettura che rimane, e in cui nonostante (o forse proprio grazie a) i numerosi "io non sono come voi" il lettore finisce suo malgrado per riconoscersi in qualcosa e imparare qualcosa.
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