Ho deciso di passare direttamente dal Dnestr di Lilin al Don di Šolochov, e senza volerlo ho già trovato la mia saga per l'estate 2019.
Piatto come una tavola da surf, lento come un lumacone alle prese con l'attraversamento di una piazza d'armi... e mi sta piacendo da matti. Traduzione comprensibilmente antiquata vista la vecchiezza dell'edizione ma la cosa non disturba, anzi è intonata con il genere di racconto e di ambientazione.
Il paragone da fare non è con Tolstoj: l'autore qui non fa un elaborato approfondimento psicologico sui personaggi, lo lascia fare al lettore. Non si dà la briga di specificare in che anno siamo (lo si capirà poi), e nemmeno in che stagione (tanto lo si capisce dal lavoro nei campi) e neanche in che ora del giorno (anche questo più o meno si arriva ad intuirlo): questo modo di dare le informazioni per scontate, che tante volte in altri autori mi ha profondamente irritata, qui invece non mi ha dato alcun fastidio, come se fossi tranquillamente nel mio elemento. Poche le descrizioni fisiche: lì si accenna a un baffo biondo per gli uomini, là una treccia per le donne, un naso camuso, il taglio degli occhi, poco di più. Qualcosina in più per il loro abbigliamento, ma anche in questo ambito viene dato per scontato che il lettore abbia già un'idea dei capi e degli accessori tipici dell'abbigliamento cosacco. Il carattere e la psicologia dei personaggi sono puzzle che vanno semplicemente costruendosi sulla base delle loro parole e delle loro azioni: e non ci vorrà molto per capire che tutti essi hanno più aspetti negativi che positivi, non ci si immedesima con nessuno di loro e non si parteggia per nessuno di loro. Però si vuole ugualmente sapere come procede la storia: e allora ecco a cosa si deve paragonare questo libro, a "I Viceré" di De Roberto. Alcuni definirebbero questo un romanzo maschilista, ma io trovo che sia solo inserito nel suo contesto: lo stupro esiste purtroppo ancora oggi, l'attenuante per il delitto d'onore esisteva anche da noi fino a poco tempo fa, e lo stesso dicasi per un certo modo di vedere una moglie come una sorta di "acquisto"; figurarsi dunque come poteva essere l'inizio del ventesimo secolo in una società arcaica e contadina e adorante dei fasti del passato come quella dei cosacchi.
Il giovane protagonista Grigorij inizialmente mi faceva pensare ad un giovane Consalvo; con il procedere della lettura questa somiglianza è andata affievolendosi per farne emergere una ben più forte: è una Rossella O'Hara al maschile. Parlo ovviamente della Rossella del romanzo della Mitchell, che ha molto poco a che vedere con quella - più popolare - del film. E' un ingenuo, opportunista, capriccioso, ignorante ed egoista, spesse volte indeciso per quanto alla fine caschi sempre in piedi. Dall'inizio alla fine del libro, si inizia però a vedere la sua trasformazione e maturazione, e com'è ovvio supporre la partecipazione alle azioni terribili della prima guerra mondiale gioca un ruolo fondamentale in questa maturazione. La sua formazione non sarà solo psicologica e di crescita tout-court, ma anche politica: in guerra incontrerà chi gli farà guardare il mondo da un punto di vista opposto a quello da lui adottato fino al quel momento. Da qualche parte qua in giro ho letto la battuta che se l'autore ha vinto un "premio Lenin", ciò basta come motivazione per starsene alla larga: in questo romanzo devo dire che non lo vedo per nulla prono e/o succube al regime sovietico. Nei confronti del regime zarista ci sono personaggi leali e fedeli sino alla morte, e ce ne sono altri che sparano frecciate e sarcasmo e infine aperte critiche; allo stesso modo nei confronti dell'incipiente ideologia comunista ci sono personaggi che già durante questo primo anno di guerra ci credono fermamente, ma vi è anche un passaggio in cui questa ideologia viene definita come "parole avvelenate". Insomma, io ci trovo tutto un equilibrio finalizzato alla costruzione di una buona opera letteraria. D'altro canto, l'idea di invocare una maggiore fratellanza delle popolazioni a cavallo dei confini, e ciò a dispetto di regnanti/capi politici che sventolano a più non posso i vessilli di nazionalismi e sovranismi, beh, credo che un tema più attuale di così non ci possa essere (leggasi anche: sono passati cento anni esatti ma siamo quasi al punto di partenza...!).
A proposito di cambiamenti tra l'inizio e la fine del libro: devo annotare anche come la stessa voce narrante (esterna e onnisciente) vada via via acquistando sempre maggior precisione: aumentano i riferimenti di tempo e di luogo, diventano più dettagliate le descrizioni fisiche dei personaggi, anche di quelli secondari. Questa scelta di partire in maniera nebulosa e indefinita per poi, procedendo con la storia, tirar fuori tutto dalla nebbia in maniera lenta e progressiva e irrobustire la sostanza della narrazione, credo sia una precisa scelta dell'autore che rivela così capacità narrative e di costruzione che lo avvicinano a quel livello di requisiti minimi per essersi meritato il Nobel...
Queste capacità si dimostrano anche nella costruzione del cast dei personaggi: non saranno del tutto verosimiglianti, ma sono certamente dei gran bei personaggi dal punto di vista letterario. Ora che ci ripenso, il paragone con "Guerra e pace" non è poi tanto campato per aria: personaggi molto solidi dal punto di vista letterario, inseriti in un contesto storico ben preciso e ben ricostruito. Natalia, la moglie che il padre ha imposto per forza a Grigorij, come personaggio non ha nulla da invidiare alla Lucia del Manzoni, anzi è pure meglio, perché anche se può sembrare una lagna e una pappamolla, di fronte alle difficoltà in due situazioni che la vedono vittima di tutto e di tutti, si risolverà ad adottare decisioni forti. Acsinia, la vicina di casa e amante di Grigorij, è nientemeno che la Lupa di Verga: il suo dialogo con il padre di Grigorij, all'inizio del libro, è una scena succosissima e che dà proprio la giusta spinta, la voglia di proseguire. Da qualche altra parte qualcuno ha scritto che qui non c'è costruzione psicologica, ma in verità ci sono tante scene dove la psicologia è ben pensata e ben costruita: ad esempio quando si troveranno faccia a faccia le due rivali in amore - Acsinia e Natalia - con la prima che aggredisce la seconda più per sfogare le proprie paure che non per il fatto avere un qualcosa di concreto contro di lei. Grasse le risate che mi sono fatta nelle scene domestiche che vedono protagonisti i due futuri compari, il padre di Grigorij e il padre di Natalia, con le grandi bevute per le imminenti nozze. Con l'inizio della guerra comincerà invece a farsi tutto più cupo: il rombo del cannone, i cadaveri umani ed equini abbandonati in putrefazione lungo le strade, e la natura spossata per l'innaturale abbandono, saranno gli elementi che accompagneranno il lettore fino al termine di questo volume. La trama in estrema sintesi si può riassumere come la somma delle vicende del triangolo amoroso con le prime azioni di guerra. Lentamente il racconto introduce ai disastri della guerra, a più ondate, descrivendo azioni diverse in luoghi diversi, per poi portarsi su uno sviluppo del triangolo di cui sopra: con mia sorpresa, scopro che il romanzo può stare in piedi anche per conto suo, come opera singola. Certo che se si considerano tanti rapidi accenni al futuro, tanti personaggi minori che, c'è da scommetterci, riappariranno in seguito, è impossibile non avere voglia di proseguire. Come romanzo a sé stante è eccellente, ma come prologo è una vera cannonata. Appena Poste Italiane si sbriga a consegnarmi gli altri tre volumi, procedo di gran carriera.
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