Aspettando di poter leggere i successivi libri di Šolochov (ma Poste Italiane cosa fa? Il piego di libri lo consegna con la troika? Per una tratta Bologna-Parma deve attraversare il Kazakhstan? Boh...) ho scelto di restare negli stessi anni e stessi luoghi. Già ne "il placido Don" si incontra un medico condotto che viene piuttosto bistrattato da un certo generale, il quale medico nulla potrà fare per la piccola paziente anche a causa del ritardo con cui viene contattato e anche a causa della generale arretratezza delle condizioni di vita della popolazione nell'impero russo sulla soglia del precipizio: con Šolochov siamo nel 1914, con Bulgakov nel 1916/17, poco cambia. Quel che il primo non ha (ancora) avuto occasione di descrivere, mentre il secondo non dimentica mai di ribadire, è la abissale differenza tra la vita delle campagne e la vita della città: cumuli di neve, superstizioni popolari, isolamento, lampade a petrolio e giornali vecchi di una settimana (con echi lontanissimi di guerra e rivoluzione) da un lato, contro strade illuminate da lampioni elettrici, servizi ferroviari, cinema e teatri e negozi dall'altro; ma soprattutto: se in città gli ospedali sono puliti e attrezzati per ogni evenienza, l'ospedale nelle sperdute località di campagna ha tutta l'aria di un avamposto di frontiera dove l'unica vera risorsa è l'ingegno unito alla buona volontà.
Il libro di Bulgakov è marcatamente autobiografico ed ha valore sia come testimonianza dell'epoca, sia come testimonianza per comprendere la storia personale di questo autore ed infine per il valore letterario in sé: sono nove racconti eleganti, di squisita fattezza, a momenti ironici e a momenti poetici, collegati tra loro in modo di andare a coprire un paio di anni di vita dell'autore, con la permanenza nell'ospedale rurale di Nikol'skoe e in seguito il trasferimento nel capoluogo del distretto.
I primi sette racconti - che sono anche i più gustosi - sono variazioni su un unico tema, sempre sul medesimo pattern: il medico inesperto fresco di laurea, il luogo sperduto lontano dalla civiltà, le condizioni climatiche durissime; sempre di sera o di notte, allorquando il medico stava per assopirsi, giunge il nuovo paziente, il nuovo caso da affrontare: interiormente egli è roso da mille dubbi ed incertezze e tuttavia esteriormente si impone di apparire calmo e assertivo: grazie a questa calma auto-imposta saprà cavarsela, risolvere il caso, suscitare immeritata ammirazione da parte di pazienti e collaboratori mentre egli si biasima tra sé e sé per la sua pusillanimità e in qualche caso anche vigliaccheria, e puntualmente il racconto si conclude sempre con il ritorno al meritato e rinfrancante riposo, e senza mai dimenticare una riflessione sull'importanza di ulteriore studio e di quanto tuttavia la pratica rappresenti un inestimabile moltiplicatore del valore dello studio della pura teoria.
Gli ultimi due racconti sono più nebulosi, e pur riferendosi con ogni evidenza a episodi autobiografici, esulano dallo schema utilizzato per i racconti precedenti.
L'importanza della testimonianza autobiografica deriva dal fatto che qui si va a scoprire un Bulgakov che inizia a rimuginare sull'idea di abbandonare la professione medica per dedicarsi a quella di scrittore; e da un punto di vista letterario mi è parso quasi di scorgere in questi racconti il punto di congiunzione tra la scrittura più classica de "La guardia bianca" e quella più pungente di "Cuore di cane" e "Il maestro e Margherita", della cui sagace ironia si può già in questi "Appunti" individuare un primo embrione. Per questi motivi sono racconti consigliabili sia a chi vuole approfondire con l'autore e sia a chi non lo ha mai letto e non sa da dove iniziare.
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