domenica 22 settembre 2019

Eva dorme - Francesca Melandri

"Io sono bella, sono bella, sono bella sì - ma non mi frega niente"

Sono indecisa tra le tre stelle e le tre e mezza. La ricetta seguita dall'autrice per mescolare la Storia d'Italia - e più in particolare di una parte di Italia, dal '19 alla fine degli anni '90 - con le storie dei protagonisti mi è piaciuta, gli ingredienti sono ben scelti e ben dosati.
La costruzione delle due protagoniste, la madre Gerda e la figlia Eva, mi convince molto meno. E' vero che sono personaggi di invenzione, e quindi se l'autrice ritiene opportuno le può anche plasmare sul modello di "wonder woman" o che so io, ma non è tanto un problema di realismo quanto di convinzione. Un personaggio può essere del tutto fantasioso eppure convincente, e viceversa. I molteplici significati del titolo del romanzo vertono tutti a significare la caparbietà, la forza di queste due donne, il loro voler andare in direzione ostinata e contraria, ma a conti fatti queste due figure rispondono più a dei cliché che non a delle vere e proprie costruzioni - e già questo è un punto a sfavore - ed inoltre non ci vuole molto ad accorgersi che è un cliché terribilmente contemporaneo, da cui il titolo del mio commento, leggevo le storie di queste due donne e non ho potuto fare a meno di associarle alla canzone che ha scritto Vasco per Emma; e da cui infine deriva un altro punto a sfavore.

La struttura del romanzo è classicissima ma comunque buona: procede su un doppio binario, con una voce onnisciente che ripercorre la storia della famiglia a partire dal '19, e con essa anche la Storia dell'Alto Adige e dell'Italia in generale; e la voce di Eva che in prima persona racconta la propria storia al tempo presente. Le due voci si alternano con un capitolo ciascuna e permettono di seguire iil racconto molto facilmente.
Invece più nello specifico, il fraseggio e il periodare, hanno un andamento un po' a singhiozzo, in qualche passaggio mi è sembrato di perdere il filo logico del discorso: riconosco che se non avessi precedentemente letto "Resto qui" di Balzano, libro con il quale questo ha molti temi in comune, molti dettagli della questione Sudtirolese mi sarebbero rimasti meno chiari. Il che è paradossale visto che Balzano si propone con un'opera dal taglio decisamente più fantasioso per non dire fiabesco.

Tanti i temi, come dicevo sopra: questione Sudtirolese e minoranze etniche in generale, storia d'Italia e anni di piombo, rapporti familiari, incomunicabilità, rapporti madre-figlia, questione femminile e problemi della famiglia in rapporto con la società e le sue leggi a volte assurde.
Il tema del terrorismo in fin dei conti rimane poco più che sfiorato, certo non approfondito e neanche affrontato in maniera incisiva.

Comunque la pecca peggiore resta nell'irritazione che mi hanno procurato le protagoniste, o meglio le intenzioni con cui esse sono state costruite: la quarta di copertina parla di "romanzo epico al femminile", e ad un primo e superficiale impatto può sembrare sia così; ma ben vedere, attribuire così tanta avvenenza e splendore contemporaneamente a carattere e forza e il tutto, di nuovo, contemporaneamente a discrete dosi di c*lo proprio laddove serve... boh, non so se si tratta più di modelli di maschilismo strisciante o soltanto irreali. Di certo un filo irritanti.
L'irrealtà della bellezza che si sprigiona da Gerda nonostante l'umiltà (per non dire la miseria) delle sue origini mi ha ricordato la "Ninfa plebea" di Rea, la quale a sua volta mi era sembrata in maniera imbarazzante una specie di "tutti pazzi per Mary" dei bassifondi.
Irreale che cotanta beltà paralizzi mani e lingue e cervelli di tutti coloro che la incontrano. L'autrice si da' la briga di spiegare chiaramente che le ragazze che venivano mandate a servizio lontano da casa venivano chiamate "matratze", termine che deriva direttamente da "materasso", proprio per la molteplicità delle loro funzioni. Ma per effetto della "magia", nessuno ha mai chiamato Gerda in quel modo, anche quelli che non la vedono di buon occhio inspiegabilmente non sono capaci di offenderla, e ciò nonostante lei sia l'ultima ruota del carro e quindi notoriamente quella contro cui tutti se la prendono, da che mondo è mondo... mah.
Non del tutto irreale ma comunque raro che una donna, dopo la gravidanza, diventi anche più bella di prima, quando era già bellissima. Il corpo di una donna, per giovane che sia, cambia radicalmente dopo anche una sola gravidanza: in questo è stata più realistica la Mitchell in "Via col vento". E vabbé, questa cataloghiamola sotto l'etichetta delle gran botte di c*lo. Il fatto che la bambina non pianga mai, anche questo non so in quale altra categoria metterlo. Ma soprattutto il fatto che questa bellezza mozzafiato decida scientemente e deliberatamente di essere così sfrontata e sicura di sé - neanche solo di apparire tale, ma di essere proprio così - e insomma di sfidare tutto il mondo con un solo sguardo... bah, tutto questo accade negli anni sessanta in Italia, potrebbe avere un senso se lo si guardasse come "storia dell'eccezione che conferma la regola", ma anche così non mi basta per farmi passare l'irritazione.

Si risolleva un poco nel finale, dove pure con grande semplicità riesce a dare la sensazione delle tessere del mosaico che tornano al loro posto. Lettura agile, ambientazione sempre interessante, ma non posso dirla emozionante.

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