Raffinatissimo nella forma come nel contenuto. Con ogni evidenza è un racconto dell'assurdo, ma usa il surreale per esporre brevemente un ben preciso esperimento in tema di solidarietà, accettazione della diversità, e in tema di solitudini. Vi ho trovato un scopo più concreto e preciso di quanto accade (in tema di umano anfibio-morfo o anfibio antropomorfo...) ne "L'iguana" della Ortese, dove lo scopo della fantasticheria è molto più vago, forse solo estetico, o forse parodia ma non si sa bene di cosa o di chi.
E al contrario di quanto appena letto in "Eva dorme", il libro della Melandri che ho appena terminato, dove c'è una storia concretissima e realissima che però viene rovinata da piccoli dettagli improbabili e irreali, qui si trova una gran quantità di colossali assurdità a cui però l'autrice riesce a dare un tono di credibilità e soprattutto piacevolezza.
Il paragone non può non essere fatto anche con "La forma dell'acqua" di Del Toro, che a questo racconto si è evidentemente ispirato e neanche tanto liberamente: le sole modifiche da lui apportate sono state quelle per conformarsi al plot tipico hollywoodiano e per dare una parvenza di verosimiglianza scientifica alla vicenda, ma invece di guadagnarci, ci perde alla grande.
Quindi, per chi è incuriosito dalla trama de "La forma dell'acqua", prima che faccia un passo falso: è questo il libro da leggere. Per chi come la sottoscritta ha già letto il libro, o anche per chi ha già visto il film: era questo il libro da leggere.
Il racconto è breve, la trama ancor più breve e semplice: incontro della classica casalinga trascurata dal marito con un uomo-rana o uomo-pesce, alto oltre due metri, di color verde scuro, muscoloso e perfetto, in pratica un bronzo di Riace.
Prendendo questa trama bislacca come un dato di fatto, è ovvio intuire quanto sarebbe stato facile buttarla in ridere e farne un racconto comico - diciamo la sceneggiatura di un cartone animato - o all'opposto, quanto sarebbe stato facile andarci giù pesante e farne un racconto porno. Ma la Ingalls non segue nessuna di queste due facili strade: sceglie di maneggiare questo strampalato materiale con grazia e delicatezza, riuscendo così nell'impossibile obiettivo di rendere credibile e convincente una storia dell'assurdo.
Come dicevo, quanto ci avrebbe guadagnato Del Toro se avesse mantenuto la storia originale senza apportare le modifiche per scopi hollywoodiani e per scopi pseudo-scientifici.
Alcuni esempi: in Del Toro il mostro parla solo tra sé e sé ma non è in grado di esprimersi con gli esseri umani, mentre nella Ingalls il mostro si esprime correttamente in lingua corrente, guarda la tv, imparerà persino a guidare la macchina. Eppure ho preferito di gran lunga il secondo al primo.
Mentre qui è la protagonista la casalinga trascurata e tradita dal marito, e cioè colei che stabilirà un contatto e un rapporto con l'uomo-pesce, Del Toro rifila il ruolo di casalinga desolata alla moglie del cattivo, con il duplice obiettivo di rendere il cattivo ancor più cattivo e di rimettere la trama nella carreggiata del puritanesimo (non sta bene la protagonista che mette le corna al marito... un po' come quelle innumerevoli trasposizioni cinematografiche de "I tre moschettieri" in cui la Costanza è sempre rigorosamente figlia o ancor meglio nipote del Bonacieux). Ma nella forma in cui l'ha pensata la Ingalls c'è più completezza, c'è un discorso compiuto, la solitudine in cui annega la Dorothy della Ingalls non è nemmeno da paragonare alla solfa trita e ritrita dell'orfanella di Del Toro.
E ancora: Del Toro mette a fianco della protagonista la classica spalla in stile hollywoodiano, la solita amica in stile Sancho Panza, mentre invece nell'originale l'amica di Dorothy è una figura ben più complessa.
Gli scienziati all'istituto che ha catturato l'uomo-pesce: mentre lo stereotipo hollywoodiano vuole che ce ne sia almeno uno buono che aiuti il protagonista, qui lo hanno tutti torturato, punto e basta.
E sopratutto il finale: in Del Toro il guizzo conclusivo non mi era dispiaciuto, anzi era stata l'unica scintilla in un libro pessimo sotto ogni punto di vista. Qui è tutta un'altra storia, lascia l'amaro in bocca, e neanche un amaro da medicina, è un amaro ancor più bruciante e sconsolante, ma va una volta in più a dimostrare la validità e la profondità dell'opera.
Sono soddisfatta: di solito faccio fatica ad approcciarmi ai racconti surreali e/o dell'assurdo, e invece questa volta sono stata capace di godermelo. Vuol dire che quando c'è un lavoro di qualità, un po' so riconoscerlo anche io. Quattro stelle e mezza.
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