Giunta al quarto libro, inizia a farsi sempre più evidente e sempre più degna di nota la continuità, il mantenimento dell'elevato livello di qualità sotto tutti i punti di vista: fluidità della scrittura, impostazione della trama, costruzione dei personaggi, accortezza nei dettagli, senso della misura per non eccedere mai da una parte né dall'altra, padronanza della Storia, guizzo nel finale, pianificazione di un composito che deve durare venti volumi, insomma, tutto.
Leggere le avventure di Aubrey e Maturin poco dopo aver letto la Tokarczuk, rende il tutto ancor più saporito e il confronto ancor più sfavorevole per la povera Olga.
Quei due vagabondano in lungo e in largo per l'Oceano indiano senza nemmeno bisogno di filosofeggiare tanto sul significato filosofico del viaggio. Si portano in giro tonnellate di materiali e migliaia di soldati usando solo la forza del vento: fate il paragone con le tonnellate di carburante sprecate dai pesanti aviogetti moderni per portare quattro gatti di là dall'oceano, e poi capirete il perché di certe espressioni corrucciate di Greta Thunberg. Vabbé, poi si assiste ad una vera e propria strage di testuggini, purtroppo sappiamo che è sacrosanta verità storica.
Ma la cosa più gustosa è l'ironia con cui il dottor Maturin cura con semplici medicinali i dolori addominali di un comandante piegato in due dal mal di pancia, e poi si fa sentire dai marinai in conciliabolo con il collega medico McAdam per dirgli che sarebbe "felice di assistere alla dissezione del cadavere nel caso di un esito sfavorevole".
O quando il proprietario della taverna, sapendolo appassionato naturalista, gli fa dono di un feto di porcospino, e subito dopo, nella stessa taverna, per delineare il profilo di quel collega medico particolarmente dedito ad alzare il gomito, la voce narrante spiega "Là, come aveva previsto, trovò McAdam, seduto davanti a una bottiglia che avrebbe potuto conservare il feto praticamente all'infinito".
O quando Maturin lascia una vertebra - non meglio precisata umana o animale - in custodia ad un ufficiale dell'esercito inglese prima di andare egli stesso a parlamentare con i nemici perché, dice, non rischierebbe che quella finisse nelle mani dei francesi per nulla al mondo.
O quando viene amputato un piede ad un marinaio ferito, dopo la battaglia, e questi chiede cortesemente se può tenersi l'arto per ricordo. Le facezie sono le stesse in entrambi i libri, ma mentre in uno sono alleggerite da un'elegante ironia, nell'altro sono appesantite da una supponenza che non si da' nemmeno la briga di badare all'eleganza.
Decisamente, il miglior pregio di O'Brian è di saper raccontare sena farsi nessun vanto, saper insegnare e spiegare senza suonare scolastico o didascalico, creare dal nulla (o quasi) senza dare l'impressione di essere intento in un'opera di costruzione, come dice bene un tal @max in una delle recensioni: "love the way O'Brian uses the texture of his prose to manipulate tension without feeling like he's manipulating tension".
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