Romanzo breve che si compone di tre parti: la prima con l'infanzia e giovinezza del protagonista; la seconda con la permanenza nel riformatorio e flashback con svelamento dei dettagli dell'infanzia non spiegati prima; la terza con l'età adulta e flashback che svelano gli ultimi dettagli relativi al riformatorio. E' la storia di personaggi inventati ma con ambientazione realmente esistita.
Prima parte molto promettente e rinfrancante, mi ricordava piacevolmente Lo sport dei Re della Morgan e mi credevo semplicemente all'inizio della procedura con cui va delineandosi il protagonista. Purtroppo nella seconda parte il racconto si fa più approssimativo e noiosetto: alcuni dettagli che credevo tralasciati per sempre vengono spiegati successivamente in un flasback, ma resta il fatto che i personaggi - protagonista incluso - vengono solo abbozzati alla bell'e meglio per lasciare maggior spazio e attenzione all'ambientazione del riformatorio, i luoghi e le regole e le consuetudini - e tutti gli elementi che vanno a comporre tale ambientazione sono precisi-uguali-identici a quelli che si vedono in ogni film dove l'azione si svolge in un penitenziario e/o riformatorio (sparo a casaccio: Brubaker, Le ali della libertà, Sleepers, Fuga per la vittoria, e chissà quanti altri ce ne sono). Il fatto di essere ispirato ad una storia vera può aggiungere valore al romanzo; ma dal punto di vista narrativo, il fatto che non si introduca nessuna novità rispetto il cliché gli fa perdere parecchi punti.
Quando, nella terza parte, ritroviamo il protagonista adulto, ritroviamo un personaggio molto interessante, formato di alcune luci e tante ombre: su queste ombre ci poteva essere tanto da sviscerare, e invece anche stavolta l'autore opta per il solo accenno che si limita a suggerire, far intuire al lettore tutto quello che nuota sotto la superficie.
C'è il tema dei diritti civili ma c'è anche un esperimento che mette a confronto ingenuità e furbizia, l'atteggiamento di chi vuole essere granitico con l'atteggiamento di chi sa scivolare come un'anguilla.
Il finale è una trovata brillante che incastra tutte queste argomentazioni, peccato che sia ancora una volta solo un suggerimento di temi, poco più di un abbozzo come già spiegato sopra.
Questa scelta di lasciare l'opera "al grezzo" non incontra del tutto il mio gusto ma un po' la comprendo, non è a causa di questo che non arrivo ad accendere la quarta stella. Il motivo per cui mi fermo a tre è un certo livello di imprecisione narrativa legata ai dettagli più piccoli, che non so proprio a cosa attribuire: non ha a che vedere con il "grezzo" sopra citato, non può certo essere una scelta di stile, scartate tutte le ipotesi mi resta solo da pensare che certi passaggi siano stati tirati via in maniera frettolosa perché poi c'era da andare a fare altro.
Un esempio che valga per tutti:
"Una signora bianca con una gran cofana di capelli salutò dalla veranda. "Come son contenta" disse. Elwood evitò di guardarla negli occhi mentre lei li conduceva nel giardino sul retro, dove un gazebo grigio un po' malandato se ne stava appollaiato al margine di una fila di querce."
In questa scena banale c'è una piccolezza che da' fastidio come una mosca sullo schermo: se lei sta accompagnando tre uomini al gazebo, presumibilmente sarà di fronte a loro, oppure di fianco a loro o ancora dietro di loro. Non è precisamente la posizione da cui uno deve concentrarsi per evitare di guardare negli occhi... la posizione da cui ti viene istintivo piantare gli occhi nello sguardo dell'altro è solo quando stai parlando faccia a faccia, o no?
Ma non basta, perché la scena prosegue, e si parla sempre di lei: "Portava un vestito giallo pied de poule, e occhiali scuri come Jackie Kennedy. Si accorse di avere un piccolo insetto verde sulla spalla, lo scosse via e sorrise."
Ma allora, se stai immaginando una scena in cui uno dei personaggi porta occhiali scuri, com'è che ti viene in mente di spiegare una questione di imbarazzo degli sguardi che si incrociano, quando hai stabilito tu stesso che quegli sguardi sono impossibilitati ad incrociarsi? Forse era meglio lasciar perdere l'insignificante insetto verde e decidere che fare di questi occhiali scuri, decidere meglio se ci sono oppure no. Sono minuzie, me ne rendo conto, ma la narrazione è fatta anche di questo, e quando incidenti di questo tipo accadono più volte nell'arco di duecento e rotte pagine, per la mia pignoleria è un po' troppo. Devo decidere se avrò voglia di riprovare con La ferrovia sotterranea. Forse che sì, forse che no.
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