martedì 30 giugno 2020

I signori Golovlëv - Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin

Leggere i Golovlëv a distanza di poco dai Fatti d'altri tempi è stato come tornare a soggiornare in una casa in cui si è già abitato prima: si ritrovano tutte le cose al loro posto, si conosce il significato di ogni dettaglio, le abitudini tornano istintive senza bisogno di rifletterci su. 

Tutto il discorso ruota banalmente intorno ai temi famiglia ed eredità: in questo lo si potrebbe affiancare a I Vicerè, con la differenza che qui c'è più autobiografia e meno storia politica, o per lo meno quest'ultima rimane più sottotraccia, la famiglia qui protagonista non è parte così attiva come lo sono invece gli Uzeda, anzi, quella dei Golovlëv è rintanata nel proprio guscio come un paguro.  
Meno banalmente, l'autore si diverte a srotolare un campionario di ignoranza, ipocrisia, avidità, accidia, stupidità e tutte altre peggiori qualità umane: i protagonisti vi sguazzano dentro proprio come i suidi si rotolano nel fango.  
Si potrebbe arrivare a sentenziare "lasciate ogni speranza voi che entrate" perché qui non ci saranno lieto fine, non ci saranno buoni che trionfano sui cattivi, non ci saranno redenzioni, né alcun tipo di conversione o illuminazione sulla via di Damasco; anzi l'ultimissimo, tardivissimo ed estemporaneo risvegliarsi del lumicino della coscienza sarà ancor più terribile dell'oscurità assoluta. E potrei aggiungere "preparatevi lo stomaco voi che entrate" perché tra tutti quei protagonisti, ve n'è uno che potrebbe vincere l'oscar per il personaggio più orripilante della letteratura.

Sotto un certo aspetto - l'aspetto dei contenuti - come romanzo ottocentesco è atipico da tanto è concentrato sulla negatività, e al lettore non resta che scegliere se interpretarlo come ironia feroce o come pessimismo vero e proprio (io propendo per la prima ipotesi). E questo è anche l'aspetto che lo rende così moderno perché ancora oggi, così tanti anni dopo, sviscerare i cattivi e inventarsi anti-eroi è ancora a tutti gli effetti una letteratura di moda. 
Dall'altro lato, la forma è tipicamente e perfettamente ottocentesca: il ritmo, le ambientazioni, la drammaticità dei dialoghi, la plasticità teatrale delle pose.
La formula che somma questi due aspetti ottiene una corposità (non tanto della quantità quanto della qualità), quella densità e solidità che sono proprie del romanzone da voto massimo, stra-consigliato perché non ha nulla da invidiare a Dostoevskij.  
Nota di merito anche per la traduzione: il discorso è sempre brillante, succoso, il lavorìo del traduttore lo si percepisce con la ragione ma a pelle resta impalpabile; eccezion fatta per le ottime note in cui il traduttore si rende volutamente visibile per esporre le peculiarità di alcuni termini che in russo hanno più significati e sfaccettature. 

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