Non anticiperò dettagli della trama perché lo sviluppo della trama va a braccetto con lo sviluppo dei ragionamenti dell'autore; mi limito a prendere nota di similitudini e punti di contatto.
All'interno del racconto, fatto in prima persona dal personaggio protagonista, c'è molto materiale autobiografico (almeno così sembra stando a quanto scrive Prilepin nelle sue esaustive note).
Sulle prime, il tono della narrazione mi ricordava vagamente Il master di Ballantrae di Stevenson, e devo dire che questa prima impressione viene riconfermata anche in seguito non solo per quanto riguarda la cifra stilistica ma anche per le atmosfere cupe e gotiche. Viene evocato più d'una volta anche E.A.Poe, sia esplicitamente che implicitamente.
Ma il punto di contatto più marcato è con Le notti bianche: siamo a Parigi negli anni '30, quindi le notti che troveremo qui saranno molto buie anziché bianche, ma per il resto le somiglianze ci sono tutte. Un protagonista sognatore e tormentato, una donna un po' contesa e un po' indecisa tra due uomini, un breve istante di ebbra felicità che da solo deve controbilanciare un'intera vita sfuocata, e tutta la gran vastità di riflessioni filosofiche che derivano da queste premesse.
Tutto il gran filosofeggiare fa sì che la lettura non sia propriamente avvincente, eppure è ipnotica: la dimensione perennemente nebbiosa e onirica in cui ci si trova immersi rende il tempo della narrazione dilatato, deformato, ovattato, e ancora: ci si trova immersi in un'immobilità vischiosa come quella di un incubo.
Un gioiellino profondamente espressivo ed espressionista, in cui gli incastri del destino sembrano solo apparentemente delle formidabili coincidenze, ma sono in realtà gli ingranaggi di un congegno precisissimo e che richiama da vicino quello di una bomba a orologeria.
Per ora lo valuto quattro e mezza, ma non escludo che lasciandolo decantare un po' possa rivelarsi di quelli da 5/5.
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