Con quale e quanta meravigliosa abilità O'Brian sta sviluppando, arricchendo, ricamando e arzigogolando la trama di questa serie! E in più con la grazia e l'arguzia di sempre, una costanza che ha un che di oserei dire sbalorditivo se si considera quando è facile, per un autore che è alle prese con una serie o un sequel o dir si voglia, scadere nella banalizzazione, nell'insipido allungamento della minestra o persino nella tragicomica parodia di sé stesso.
Sui tanti pregi di questa serie mi sono già dilungata in precedenza; le virtù benefiche di queste letture che sanno portare sollievo dall'oppressione della prigionia del lockdown così come portare sollievo dalla grande calura dell'anticiclone africano, anche tutto questo l'ho già spiegato nelle altre recensioni e non vorrei essere ripetitiva. Una cosa che forse non ho sottolineato a dovere in precedenza, è che il nostro oltre a scrivere bene, con grazia e leggerezza, è pure colto: in ogni libro della serie si fanno nuove conoscenze con naturalisti, poeti, musicisti dell'epoca. Se uno ne ha voglia, gli basta solo aprire quella porta e scopre un mondo nuovo.
Se il secondo libro della serie Aubrey&Maturin faceva molto "Jane Austen", questo - l'undicesimo - è un Dickens a tutti gli effetti, lo diventa sempre di più ad ogni pagina, di man in mano che ci si immerge nei meandri bui di una Londra piovosa e quasi sotterranea, verso un finale che si preannuncia cupo e che poi esplode in mille girandole e giravolte come un fuoco d'artificio. Un finale che basta da solo a spiegare il significato del titolo del prossimo episodio e che è più tentatore di un cesto di ciliegie: ancora una, solo una...
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