Bleak House, diario di bordo
Affrontare questa lettura è stato come fare un viaggio sulle montagne russe, alternando fasi in cui si arranca faticosamente a fasi di andamento più precipitoso. O ancor meglio, trovo una metafora più calzante, è stato come veder continuamente cambiare la direzione del vento: da est, poi da nord, poi ancora da est, poi da sud.
Primissima esperienza con Charles Dickens (se si esclude una orribile edizione/riduzione per ragazzi de "La Piccola Dorrit" che mi capitò tra le mani da bambina e che non mi fece nemmeno venire voglia di proseguire oltre la prima pagina). Nella primissima fase della lettura ho dovuto ammettere con me stessa, mio malgrado, di non amare il libro particolarmente. Mi dicevo "si farà" e gli davo tempo, e poi ovviamente c'è sempre la mia testardaggine a non voler mollare un libro una volta iniziato; comunque nei primi capitoli mi dicevo che se avessi dovuto dare un giudizio a quel che avevo letto fino lì, oltre le tre misere stelline della sufficienza stiracchiata proprio non sarei potuta andare.
E poi ok, verso il capitolo diciassettesimo mi dico che le cose iniziano ad ingranare un po' meglio. Bisogna comunque prendere nota che se Hugo impiega due/trecento pagine per fare ingranare le sue storie perché prima deve fare tutte le sue digressioni da zibaldone (ripenso a "L'uomo che ride" dove fino a pagina duecentocinquantaerotti non succede assolutamente niente, e penso invece con rimpianto a come Dumas sa coinvolgere e avvincere il lettore già dal primo capitolo), allo stesso modo Dickens prima di partire davvero deve prendersi il tempo di fare tutte le sue polemiche (in primis sull'iniquità del sistema giudiziario e sulla filantropia "all'ingrosso": due temi attualissimi, chissà quando ci troverebbe da ridire oggi...), di fare le sue ironie più o meno feroci, e srotolare tutto il suo infinito campionario di caricature e macchiette.
Concordo anche io come tanti altri sul dato di fatto che la vena polemica ha l'aria di essere forse un po' troppo insistente, e altro dato di fatto è che il romanzo risente più di altri dell'essere stato originariamente pubblicato a puntate. Ma il modo in cui incastra le voci narranti e i diversi filoni della trama, è comunque un modo assai elegante, lo riconosco.E in più, il fatto di raccontare il XIX sec. in diretta dal XIX sec, non ha prezzo. Anche se calca la mano sulle caricature, la dose di realismo delle ambientazioni è davvero impagabile, specialmente nell'attenzione verso le luci: i lampioni a gas lungo la strada all'imbrunire, le luci dalle finestre, gli interni rischiarati dal fuoco del camino danno l'impressione di guardare un Caravaggio o un Lanfranco. Fatte le dovute differenze dei soggetti, ovvio. E ancora, i colori del cielo, gli umori rugiadosi dell'erba e degli alberi, l'aspetto delle case inserito nella narrazione come fossero anch'esse personaggi con un proprio carattere. E' da notare come l'autore riesca ad esprimere il suo meglio (secondo i miei modesti e umili gusti) nelle atmosfere lugubri e drammatiche, molto di più e molto meglio che in quelle solari e/o comiche. L'ambientazione principale è una Londra splendida e al tempo stesso spaventosa e piacevolmente uguale a quella propostaci da O'Brian ne "Il rovescio della medaglia", e non v'è dubbio alcuno che da Dickens possa aver tratto amplissima ispirazione.
Un poco dopo il capitolo venti, ecco che il vento riprende a soffiare da est, mi accorgo di essere oltre il 40% del romanzo eppure l'autore sta ancora cincischiando nell'introdurre nuovi personaggi, ancora e ancora. L'istinto è quello di prenderlo a schiaffi e/o supplicarlo di tirare le fila del discorso con la gran sfilza di personaggi che già ha messo in campo. L'istinto è di nuovo quello di abbandonare: leggere per senso del dovere e non per piacere è una mezza tortura (oltre che una cosa da stupidi integrali).
Le atmosfere, le descrizioni, le ambientazioni, le arguzie fatte di poche pennellate, tutte queste cose continuano a piacermi. Ma l'insistenza sui tratti estremamente caricaturali e macchiettistici, l'insistenza sulla vena polemica e soprattutto l'ostinazione nel produrre una ridda di personaggi secondari ciascuno con la sua storia e la sua famigliola, sebbene si speri e si intuisca che queste linee secondarie arrivino poi tutte a loro modo a ricongiungersi, queste esagerazioni mi hanno esasperata. Si percepisce fin troppo bene come lo scopo dell'intera narrazione sia il puro e semplice sciorinare questo campionario di marionette, e temo grandemente di arrivare a fine racconto senza avere amato particolarmente nessuna di loro, temo il momento in cui il sollievo per aver portato a termine un "impegno" riveli di essere la sensazione prevalente su tutto il resto, mentre al termine di una lettura di questo calibro ci dovrebbe essere il netto rimpianto per aver dovuto dire addio ai protagonisti più amati. Quando la sensazione è quella, oltre le due stelle proprio non si può andare, e sopra il conto bisogna cospargersi il capo di cenere per aver mancato del tutto l'obiettivo.
La manica a vento cambia debolmente direzione al capitolo trenta e sembra gonfiarsi in maniera più definitiva al capitolo trentaquattro, quello con George e i Bagnet: a partire da questo punto ho iniziato - finalmente - a sentirmi vagamente in sintonia con l'autore. Perché proprio qui? Nessuno lo saprà mai, non è un capitolo in cui ci siano rivelazioni mozzafiato. Fatto sta che a partire da qui inizio ad avere un più sincero interesse per sapere come va a finire e non più soltanto impegno a spingere un elefante su per le scale.
La caratterizzazione dei personaggi non mi ha dato problemi, sin dall'inizio: sono certamente molto caratterizzati e distinti in buoni/cattivi, ma non proprio tagliati con l'accetta; penso che siano molto più tagliati con l'accetta da Hugo, un esempio che vale per tutti è ne "I Miserabili", con Javert o I Thenardier cattivi-cattivi di una cattiveria del tutto fine a sé stessa, o Cosette di una bontà-bontà angelica che a mio avviso va anche oltre quella di Ada.
Al 70% della lettura, la "lettera" di John Jarndyce a Esther mi ha spiazzata, ma spiazzata in senso positivo. Da questo momento inizio a percepire la lettura davvero come un romanzo da 5 stelle. Come si concilia tutto questo con il fatto che all'inizio non lo valutavo un soldo bucato e ci sono stati momenti in cui stavo per abbandonarlo? Il fatto che in corso d'opera, cioè nel corso della lettura, l'autore sia stato in grado di capovolgere completamente il mio giudizio, non è forse un ulteriore punto a suo favore?
Procedo con il vento in poppa verso il finale, godendomi finalmente le atmosfere di una Londra coperta da uno strato misto di neve e fanghiglia e silenzio, con un inseguimento davvero mozzafiato e con grandissime aspettative per il finale. E invece, appena prima di entrare in porto, ecco che mi cade di nuovo il vento: ho trovato il finale alquanto sbavato, forse lievemente pasticciato. Alcuni sviluppi della trama erano ben chiari e anticipati a mezze parole già da tanti capitoli, ma mi è sembrato che siano stati tirati via un po' in fretta. Dopo novecento pagine, centinaia di migliaia di parole, forse se ne poteva spendere ancora qualcuna in più.
Alla fine, le due classiche domande:
Soddisfatta di averlo letto? Sì, tanto
Lo rileggeresti subito da capo? No, non per intero. Rileggerei i singoli capitoli in cui mi sono sentita più a mio agio.
Prima di scegliere un nuovo Dickens da leggere, dovrò far decantare per qualche tempo le impressioni di questo qui.
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