E' una fiaba piacevole, dalle belle atmosfere, bella l'ambientazione della brughiera - anche se forse si poteva fare qualcosina di meglio - tuttavia la trama non è nulla di particolarmente illuminante o emozionante; non si introducono grandi novità alla morale del bene che vince sul male e della fede che vince su tutto, del resto si sa, l'epoca è quella lì. Elementi gotici neanche uno, più in generale punti di contatto con Dickens tanti; le somiglianze con Jane Austen o Charlotte Brontë sono più che altro vaghe impressioni, suppongo principalmente influenzate dalla comunanza di ambientazioni.
Romanzo breve (o racconto lungo) che con un dosaggio perfetto condensa tutte le fiabe in una: un po' di Cenerentola, un po' di Bella Addormentata, un po' di Piccola fiammiferaia, un po' di Canto di Natale. Impossibile non ripensare anche ai libri della Burnett, La piccola principessa e Il Giardino segreto. Come ovvia conseguenza di questo perfetto dosaggio, i personaggi e le loro interrelazioni corrispondono perfettamente a tutti i topoi o archetipi della fiaba - anzi diciamolo pure: a tutti gli stereotipi. La bella e coraggiosa eroina, il suo principe azzurro, la madre/matrigna, il perfido fratello/fratellastro, e via discorrendo.
Però la brevità del testo e l'equilibrio della prosa - luminosa e brillante ma mai sofisticata - concorrono a rendere ugualmente piacevole una lettura in cui si conosce già sin dall'inizio quale ne sarà la conclusione.
La storia si apre su un giorno di fine estate nella brughiera e ci presenta due protagonisti, fratello e sorella, che sono due bambini puramente teorici e simbolici, in quanto parlano e si comportano già come adulti. I ragazzini dai modi affettati possono essere alquanto irritanti, nella letteratura come nella vita reale, ma nella protagonista Maggie lì per lì intravedevo una caparbietà simile a quella della giovane protagonista del romanzo Maria Zef di Paola Drigo, perciò procedo con interesse.
Poi, passata la prima impressione, svanisce ogni punto di contatto con il verismo della Drigo e quel che rimane è pura fiaba: una fiaba certamente raffinata anche se blandamente buonista, con tantissime citazioni e tanti richiami (da Shakespeare a Wordsworth, da Cervantes a Milton alla immancabile Bibbia), e una narrazione attentamente costruita.
Leggendo qui attorno in giro che questa fiaba era stata pensata come lettura da pubblicarsi sotto Natale, mi aspettavo qualche ambientazione e riferimento più prettamente natalizio, e invece l'unico elemento riferibile al Natale è la morale, come si diceva sopra, per cui lo spirito di carità ed altruismo deve sempre avere la precedenza su tutto. A suo modo, questo rappresenta un elemento di modernità: celebrare il Natale con una storia che si svolge interamente al di fuori delle festività natalizie.
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