Di solito vado d'accordo con il Premio Campiello. Questa può essere l'eccezione che conferma la regola perché stavolta non mi è piaciuto granché. A suo modo poetico, passa bene il concetto che in nuce siamo tutti matti potenziali, divertente l'esperimento linguistico; però in questo romanzo sa tutto di già detto e già visto, ho aspettato con ansia un guizzo, un colpo di genio che desse lustro a una storia che altrimenti sarebbe stata soltanto la rivisitazione di uno schema già usato e stra-usato: raccontare gli ultimi ottanta/novant'anni di Storia d'Italia attraverso la storia personale di un personaggio comune. Ma il colpo di genio non è arrivato e così resta solo una vaga imitazione dello stile di Paolo Nori (che però scrive tutt'altro genere di storie), di Terra Matta di Vincenzo Rabito (che però è un documento autentico e difatti ha ben altre dimensioni), di quello che fa Umberto Eco all'inizio di Baudolino (che però quando arriva alla fine ha sviluppato un'opera di ben altra caratura). Anzi, nel caso di Rabito l'imitazione è molto più che vaga, l'opera del siciliano si intuisce essere di fortissima ispirazione, per Rapino, nel creare il linguaggio del suo protagonista Liborio Bonfiglio, e nel creare la premessa del personaggio che si chiude in casa per scrivere le sue memorie.
Raccontare/mostrare La Storia d'Italia attraverso una storia di un personaggio: l'aveva già fatto assai bene Crovi con La valle dei cavalieri (anche lui premio Campiello), lo fa anche Balzano con L'ultimo arrivato (toh, premio Campiello anche lui), una cosa molto simile fa Tabucchi con Piazza d'Italia (qui niente Campiello), e chissà quanti altri che in questo momento non mi vengono in mente.
La scelta di far raccontare tutta la storia ad una voce narrante che sa parlare/scrivere in modo sgrammaticato, oltre ai due esempi citati sopra Nori e Rabito, è piuttosto affine anche a quanto fatto dallo stesso Balzano, e in ogni caso questo profilo di protagonista - che forse è solo un sempliciotto o forse è un vero e proprio autistico, magari affetto da una forma più o meno lieve di Asperger - è già stato stra-usato per non dire abusato, in letteratura per non dire nella cinematografia, e mi viene anche il sospetto che sia una scelta un po' gigiona o piaciona o dir si voglia, un modo un po' troppo facile di proporre un protagonista che i lettori possano trovare immediatamente "adorabile". Il suo essere "un semplice" consente all'autore di fare alla Storia d'Italia qualcosa di più del riassunto, direi proprio un riassuntino all'acqua di rose (guerra-boom economico-rivendicazioni-terrorismo-televisione-berluscone-millennium bug-torri gemelle): sarà coerente con il personaggio che non è informato e non è colto, sarà coerente con il contesto perché uno che vive i momenti storici in diretta non ha la stessa prospettiva di chi il studia sul libro di Storia tanti anni dopo, ma proprio per questo ci sono alcune riflessioni che stonano, suonano come interpolazioni o sviste perché in verità potevano essere fatte solo con il senno del poi o solo da uno colto e informato, e così cade la maschera, al di sotto della maschera del protagonista le sviste lasciano intravedere per un attimo il volto dell'autore.
Somiglianza con Balzano anche nella trama che sottolinea l'aspetto positivo del lavoro negli anni del boom economico, che ha letteralmente consentito la sopravvivenza delle persone senza altri mezzi all'infuori delle proprie braccia, e ne sottolinea nel contempo il lato negativo ossia quello di un livello di alienazione prima di allora inedito in Italia; il colpo di testa come conseguenza dell'esasperazione dell'alienazione, e poi le ovvie conseguenze.
Ci penso e ci ripenso, ogni dettaglio e ogni aspetto che esamino concorrono a rendermi il personaggio e la storia sempre meno credibili, la trovo un'operazione poco o per niente riuscita, che non sa se stare di qua (dalla parte della finzione del racconto) o di là (dalla parte storica). Qualcuno potrebbe replicare che esiste il genere romanzo storico apposta per indicare l'opera che mescola le due cose, realtà storica e finzione, ma anche in questo caso è un livello di commistione che non mi si confà, è troppo deboluccio sia sul fronte invenzione che sul fronte ricostruzione. Resta solo il lato poetico che citavo all'inizio, ma anche questo è troppo poco per dirmi soddisfatta della lettura.
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